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Casa della Carità
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Dalla Sicilia a Bolzano per costruire alleanze nell’interesse dei migranti

19 maggio 2015

Redattore sociale racconta le visite di conoscenza della Casa della carità a Nord e Sud della Penisola e ne spiega il senso

 

Perché scatti l'intesa bastano pochi minuti. I problemi e le aspirazioni sono gli stessi, seppur a latitudini diverse e con numeri differenti. Peppe Monetti, responsabile dei progetti d'accoglienza della Casa della carità si confronta con Andrea Tremolada, presidente dell'associazione di Bolzano Volontarius. Entrambi vorrebbero che gli ospiti dei loro centri potessero raggiungere i luoghi che vogliono, liberamente. 

A Bolzano, come a Milano, esistono tre sistemi diversi di gestione dei flussi. Il primo "ordinario", il secondo "straordinario" oppure "Mare Nostrum" e il terzo "di transito". Quest'ultimo è istantaneo a Bolzano: "Nessuno vuole fermarsi qui", afferma Tremolada. La sua associazione ha un camper fuori dalla stazione che rifocilla i profughi fermi alla banchina. Ad animarla ci sono circa un centinaio di volontari in pettorina blu con scritto "Aid worker".

Una parte di loro proviene dall'associazione, un'altra invece si definisce "cittadini liberi". Volontarius coordina il loro interventi, così come quelli di Caritas e Croce rossa. "Molti ci chiedono di partecipare", spiega Tremolada. Le ultime elezioni comunali hanno però dato molto consenso a Casa Pound, che ha incentrato la campagna elettorale contro gli immigrati.

La retorica dell'invasione si sta prendendo sempre più spazio in Italia
. Uno dei motivi per il quale Casa della carità ha cominciato a conoscere realtà di dimensioni simili in altre zone del Paese. Obiettivo è cercare insieme di fare advocacy, di indicare strade possibili per la gestione dell'immigrazione. "Sentiamo il bisogno di vedere di persona, di toccare con mano ciò che succede in tutta Italia. Perché è solo così che possono nascere alleanze, che possiamo dire con una voce sola ciò di cui abbiamo bisogno", spiega Peppe Monetti.

Lo accompagnano Paolo Riva, responsabile del settore comunicazione, e Doudou Khouma, responsabile del settore anziani di origine senegalese. "L'impressione dal vivo è che la situazione sia molto più gestibile di quanto raccontato dai giornali", affermano. Questa è la seconda tappa di un viaggio che due settimane fa li ha portati in Sicilia per un tour tra Lampedusa, Catania, Modica, Pozzallo, Scicli, Acireale, Agrigento e Ragusa. Dalla Caritas alla Chiesa valdese, da attivisti vicini ai centri sociali fino al sindaco, la Casa della carità ha dialogato con tutte le realtà coinvolte.

"Non credo sia mai sufficiente parlare solo con le istituzioni. Ci sono sempre realtà spontanee che incidono molto sulla gestione quotidiana del flusso", aggiunge Monetti.
"Nella storia e nella natura della Casa c'è la voglia e la necessità di vedere da vicino le realtà con cui siamo legati – commenta il presidente della Casa della carità, don Virginio Colmegna -. Si inseriscono in questo solco i viaggi di questi mesi in Sicilia e Alto Adige. In particolare, le coste siciliane e l’isola di Lampedusa sono per moltissime persone accolte dalla Casa della carità dei luoghi dal forte valore simbolico, ma al tempo stesso anche dal grande impatto reale sulla vita che condurranno nel nostro Paese e nel nostro continente".Altro che Milano come Lampedusa. O di "campo profughi Bolzano". 

La pressione migratoria concentrata in Sicilia non ha paragoni al resto d'Italia. Semmai il resto d'Italia deve offrire alternative d'accoglienza
. Monika Weissensteiner ha monitorato per la Fondazione Alexander Langer. Da settembre circa il passaggio di migranti tracciato è di 3.500. "Il fenomeno interessante che è cresciuto ora è quello che riguarda il volontariato", afferma. Il coinvolgimento della società civile è un fenomeno recente, a differenza del transito di migranti, seppur abbia conquistato i titoli dei giornali solo da poco.

"L'accoglienza dei migranti e, in particolare, quella dei richiedenti protezione internazionale, è sempre più un tema sul quale le realtà che offrono un'accoglienza di qualità devono mettersi in rete, riflettere, fare massa critica e proposte concrete", aggiunge don Colmegna. E sfruttare le risorse che stanno nascendo nella società civile per reagire alla retorica dell'invasione.


Lorenzo Bagnoli,
Redattore sociale
18 maggio 2015

 
 

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