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"Noi, seminatori di speranza in una Milano che soffre tanto"

1 novembre 2014

In un'intervista a La Repubblica, don Virginio Colmegna riflette sui suoi dieci anni come presidente della nostra Fondazione

Dalla finestra della sua "Biblioteca di confine", al quarto piano della palazzina gialla di via Brambilla 10, don Virginio Colmegna guarda la periferia, la terra di frontiera dove spende le sue giornate da dieci anni, in quella Casa della Carità, che il cardinale Carlo Maria Martini, il 24 novembre 2004, volle lasciare in eredità a Milano, prima di auto-esiliarsi a Gerusalemme.

E allora, don Virginio, il bilancio di questo primo decennio com'è?
"Il mio cuore è pieno di immagini, emozioni, pensieri, anche di fatica certo, ma non avrei potuto trovare osservatorio migliore di questo per misurare giorno per giorno come cambia la città. Milano oggi soffre ancora fortemente, le periferie sono martoriate, le famiglie in ginocchio per la crisi, la gente ha paura e bisogna capirla, non demonizzarla in questo suo umanissimo sentimento. Siamo nell'epoca dei lupi, non lasciamo la gente spaventata in mano a chi strumentalizza la paura e la usa come capitale politico".

È venuto don Luigi Ciotti da Torino per inaugurare il mese di festeggiamenti, verrà il sindaco Giuliano Pisapia, anche il cardinale Angelo Scola e il filosofo Massimo Cacciari sono attesi per la data dell'anniversario. Ma in questa "casa", prima delle celebrità, accogliete i poveri, 130 persone a notte. Oggi chi c'è in prima fila fra i vostri ospiti?
"Siamo sempre stati in mezzo alle emergenze. All'inizio ci identificavano con quelli che ospitavano i rom perché ci siamo opposti agli sgomberi violenti, perché abbiamo fronteggiato i leghisti che volevano incendiare la tendopoli di Opera. Oggi metà di quei rom è integrata, vive in autonomia in case che paga con i suoi stipendi. E noi riempiamo l'auditorium di brande per accogliere i profughi siriani. È diventato uno spazio che palpita di storie".

L'auditorium?
"Il cardinale Martini mi consegnò questa missione sottolineando che la carità non poteva essere distinta dalla cultura. Per questo abbiamo avuto fin dall'inizio uno spazio dove hanno tenuto lezioni grandi nomi della cultura italiana e internazionale. Ma quando c'è stato bisogno di rimboccarsi le maniche e di aprire le porte ai bisognosi, abbiamo messo via le sedie e portato dentro i materassi. Andammo un giorno con Martini e Tettamanzi al Planetario a guardare le stelle, cercando l'ispirazione per un progetto che doveva unire il sogno e la capacità di stare con i piedi sulla terra".

Avete più volte lanciato l'allarme perché il bilancio non tornava. Oggi come va sotto il profilo finanziario?
"Abbiamo 45 dipendenti, oltre 100 volontari e un bilancio di 3 milioni l'anno, coperto per meno di metà dalle convenzioni con l'ente pubblico. Il Comune è proprietario dei muri, abbiamo un bel rapporto con l'amministrazione. E molti aiuti, soprattutto dalla Fondazione Cariplo. Anche la Diocesi ci sostiene. Ma non basta mai. Qui è forte il tema della gratuità, come testimonianza, ma occorre che tutta la città si senta coinvolta. Il nostro problema della sostenibilità d'impresa è strutturale".

In tempi di crisi, il tema del dono e della solidarietà non è vincente. Questi sono anni di chiusura, la Lega ha portato in piazza Duomo migliaia di persone contro gli immigrati. Quelli che voi ospitate ogni sera.
"Il linguaggio che i poveri ci insegnano abbraccia tutta l'umanità, contro ogni percorso di esclusione. L'amministrazione di questa città e il clima politico sono cambiati. Ma il degrado, la paura del diverso e la fatica della gente rimangono. E bisogna ascoltare, dare risposte. Servono soluzioni. C'è il problema della casa, ci sono le occupazioni. La linea dev'essere nettamente quella della legalità nella solidarietà. Questo ci chiedono i cittadini che ogni giorno vengono a mangiare nella nostra mensa, i poveri che vengono a fare la doccia da noi e a cambiarsi al guardaroba".

Com'è il rapporto con la gente di Crescenzago?
"Un rapporto forte, bello. Abbiamo migliaia di iscritti alla biblioteca, le scuole che vengono da noi con i bambini, gli anziani di cui si occupa il senegalese Doudou Khouma, una delle nostre colonne. C'è stata una signora che ha voluto festeggiare qui i suoi cent'anni, annunciando alla sua famiglia il dono di un suo appartamento a una delle nostre famiglie rom. Un bel segnale di integrazione ".

Qualche flashback degli ultimi dieci anni.
"I quindici bambini che ho visto nascere, come se fossero figli o nipoti miei. I tanti funerali celebrati di persone, volti amati, grandi amici, come Maurizio, uno dei nostri primi ospiti. Il suicidio di un senzatetto che avevamo accolto e del quale non sapevamo nemmeno il nome. Il sorriso delle mamme rom a cui abbiamo consegnato le chiavi di casa e che oggi lavorano come donne delle pulizie e mantengono la famiglia, spezzato ogni vincolo con gli sfruttatori criminali. Noi siamo chiari con i rom: le regole vanno rispettate".

Ma in tutto questo mare di problemi in cui ogni giorno vi dibattete, le resta anche tempo per dire messa?
"Mi sento gioiosamente dentro come prete, non ho altra pastorale che questa. Con l'arcivescovo Scola c'è un grande rapporto di fiducia, credo abbia sentito nelle sue visite precedenti che qui c'è una forte dimensione spirituale e contemplativa. Io qui in via Brambilla ho imparato a pregare tantissimo, anche quando siamo travolti dalle emergenze, anzi, a maggior ragione, quando ci sono situazioni impossibili da risolvere: è la radice di speranza che ci salva ".

Il panorama là fuori però è grigio.
"Milano come tutte le grandi metropoli deve fare i conti con interi pezzi di territorio che sembrano sfuggire da ogni controllo, le favelas urbane, le aree occupate, la criminalità, lo sfruttamento dei bambini, delle donne, degli storpi. Il dolore, la sofferenza psichica. In mezzo a tutto ciò, noi ci sforziamo di seguire le tracce positive, investiamo sulle buone notizie. Siamo seminatori di speranza".

Zita Dazzi - La Repubblica Milano
1 novembre 2014 © Riproduzione riservata

 
 

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