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Casa della Carità
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Un saluto al 2017, in attesa del nuovo anno

29 dicembre 2017

Con don Colmegna facciamo un bilancio dell'anno che sta per finire, e qualche augurio per l'anno nuovo

Come è stato il 2017 della Casa della carità? E come si annuncia il 2018? Passato prossimo, presente e futuro della Fondazione visti dal suo presidente, don Virginio Colmegna, che in questa intervista abbozza un bilancio sul lavoro fatto e su quello che c’è da fare. Un modo per ripensare al cammino della Casa e caricarlo di futuro.  

Se pensi all’anno che sta per concludersi, che cosa ti ha lasciato di bello?
Quest’anno come Casa della carità abbiamo vissuto tante vicende positive. Penso innanzitutto alla campagna Ero Straniero e alla straordinaria mobilitazione che ha attivato: insieme a tantissimi volontari, siamo andati nelle piazze, sui territori, incontrando molte persone e dialogando con tutti senza escludere nessuno, nemmeno chi aveva un'idea diversa. Il successo della campagna, poi, ha dimostrato che far diventare la sfida dell’immigrazione un fatto culturale è stata una giusta intuizione. Nel 2017 la Casa è cresciuta molto anche nel suo impegno per l’accoglienza dei più fragili. Cito, fra tutti, un progetto che mi sta particolarmente a cuore, che ha richiesto tanta preparazione e che proprio quest’anno ha visto la luce: la Tillanzia, la nuova struttura di accoglienza per donne e mamme con bambini in difficoltà, realizzata grazie alla collaborazione con le suore del Preziosissimo Sangue di Gesù. Questo è uno dei più bei doni che ci ha fatto il 2017, mentre un altro è arrivato in questi ultimissimi giorni dell’anno ed è un seme che germoglierà nel 2018: un camper che utilizzeremo per attivare una nuova unità di strada, per provare a rispondere in modo ancora più capillare a chi a Milano ancora non ha un tetto.  

Siamo riusciti a fare quello che abbiamo fatto e a mettere le basi di quello che vogliamo fare in futuro grazie a tante persone che ci aiutano, ci sostengono, ci vogliono bene e ci esortano ad andare avanti. L’hai detto spesso in queste feste di Natale durante le iniziative per gli ospiti e per i tanti che hanno voluto essere presente. C’è qualcuno, in particolare, che vuoi ringraziare?
La Casa è una realtà che vive a pieno il cammino ecclesiale e le continue sollecitazioni di Papa Francesco a essere Chiesa in uscita, Chiesa povera per i poveri. A livello cittadino è stato l’anno del cambio al vertice della diocesi milanese con la nomina di un nuovo arcivescovo, che è Garante della nostra Fondazione. Voglio quindi ringraziare il Cardinale Angelo Scola per i suoi anni alla guida dell’Arcidiocesi e per il suo sostegno alle nostre attività, e il nuovo arcivescovo, monsignor Mario Delpini, che con il suo stile sobrio e concreto, è stato negli anni vicino alla nostra Casa, partecipando con interesse e discrezione a molte nostre iniziative. Vorrei poi ringraziare i tanti donatori che anche quest’anno hanno scelto di darci fiducia. Penso a tutti loro, ma in questi giorni a uno in particolare. Un signore, ormai più che 80enne, che conosciamo da tanto tempo e che ogni anno, il giorno di Natale, viene a ringraziarci e a farci gli auguri. Ci porta in dono un pandoro e una parte della sua tredicesima. Il suo è un gesto che mi stravolge sempre. La fiducia dei donatori, piccoli o grandi che siano, ci richiama a grandi responsabilità. Per questo abbiamo continuato e continueremo il nostro cammino di sostenibilità e trasparenza, come dimostra l’ottenimento dell’asseverazione per il nostro bilancio di sostenibilità.  

Dicevi che il 2017 è stato un anno bello ed entusiasmante, ma anche molto impegnativo…
Anche quest’anno lo scenario è stato complesso e preoccupante, con un continuo sollevarsi di muri, chiudersi di porte, esclusione delle fasce più disagiate della popolazione. Oltre 3mila persone sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, e altre decine se non centinaia di migliaia sono intrappolate nei centri di detenzione libici. Quasi un milione di bambini e ragazzi figli di genitori stranieri ma nati o cresciuti in Italia, che aspettavano una legge che riconoscesse il loro essere cittadini a tutti gli effetti, sono stati lasciati soli dalla politica. In tante città si sono moltiplicati provvedimenti che, in nome del decoro, mirano ad allontanare dai centri cittadini i più poveri e marginalizzati.  

Come vedi il 2018 della Casa della carità?
Questo scenario ci preoccupa, ma credo che noi non possiamo essere pessimisti. Dobbiamo essere portatori di speranza. Alla mia età mi sento ancora coraggioso, vorrei quindi che la Casa continuasse a parlare alle paure della gente, che da più parti vengono invece strumentalizzate per innescare una guerra tra poveri. Dobbiamo continuare a essere promotori di solidarietà perché questa non ha confine ed è generatrice di coesione sociale. Come Casa, nel 2018 daremo ancora tanta attenzione e vogliamo impegnarci con sempre più slancio nell’accoglienza di donne e mamme con bambini in difficoltà.  

E per la città di Milano che cosa ti auguri?
Anche se a livello regionale e non cittadino, il 2018 sarà un anno elettorale. Noi non entriamo negli schieramenti,Il mio auspicio è che trovino spazio nei programmi di chi si propone di amministrare la cosa pubblica, anzi che in molti casi diventino idee guida, i valori di solidarietà, di apertura e di bellezza. Per quanto riguarda la Città Metropolitana, mi piacerebbe che sia sempre più aperta alla partecipazione dei cittadini. Mentre da Milano, dal momento che questa nostra città attrae tanti giovani, mi aspetto un maggiore impegno verso di loro, con maggiori investimenti nelle scuole e nelle università e allo stesso tempo, però, auspico che non cali ma al contrario diventi più assidua, continua ed efficace l’attenzione agli anziani, che sono una componente importante del tessuto cittadino. 

Ci vuoi rivelare un tuo sogno che speri che si realizzi nell’anno che inizia?
Più che un sogno, il mio è un auspicio: mi aspetto che si riprenda con coraggio il cammino della riforma della cittadinanza. Se poi mi si concede di sognare in grande, beh, allora sogno un paese nel quale la lotta alla povertà diventi una sfida sociale, culturale, politica e spirituale avvertita da tutti.


[La foto di copertina è di Marco Garofalo]

 
 

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