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Salute mentale, emarginazione e violenza. Falsi miti e buone pratiche

23 giugno 2014

Un dialogo con Laura Arduini, psichiatra e responsabile area salute della Casa, a partire da alcuni recenti casi di cronaca

Alzi la mano chi, di fronte ad un episodio di efferata violenza, non abbia commentato dentro di sé o in pubblico: “Sarà stato un pazzo”. Pregiudizi e ignoranza hanno da sempre connesso aggressività e sofferenza psichica, collegamento che puntualmente emerge dopo ogni evento di cronaca difficilmente spiegabile dalla razionalità umana. Così, ecco che l’esigenza di sentirsi rassicurati e la necessità di allontanare angosce e paure ci fanno dare quella che pare l’unica spiegazione accettabile per una persona “normale”, quella che si può sinteticamente riassumere in poche parole: non è possibile che una persona sana di mente abbia fatto questo. È una bugia e basta scorrere pagine e pagine di letteratura scientifica per constatare che le persone con problemi di salute mentale commettono meno reati violenti delle persone che non hanno disturbi psichici. 

Però, tra quanti commettono atti violenti ci sono anche persone con problemi di salute mentale.
“È vero ma non sono casi così frequenti. Escludendo gli atti autolesivi, di solito si tratta di disturbi con aspetti deliranti, che purtroppo fanno notizia sui giornali e creano stigma, coinvolgendo in questo marchio sociale chiunque soffre di una qualsiasi patologia mentale. Tra le patologie che possono portare a scoppi di violenza ci possono essere disturbi psicotici con aspetti deliranti e componenti persecutorie per i quali il malato vede nell’altro una possibile minaccia, e questo può fare scattare in lui una reazione anche violenta”. 

Il fatto è che si moltiplicano e non solo nelle grandi città i casi di una violenza che le persone comuni non riescono a spiegarsi se non ricorrendo appunto a spiegazioni semplici: sarà stato un raptus, avrà abusato di alcol, di droghe, avrà problemi di salute mentale. Recentemente è successo a Roma il caso di un senza fissa dimora tedesco che ha aggredito quattro poliziotti chiamati da alcune persone impaurite dalla presenza di uno “squilibrato con in mano un martello”. Un caso che ricorda quanto successo a Milano nel maggio del 2013 quando furono uccisi a picconate per strada tre passanti da un immigrato ghanese, Adam Kabobo, in preda a un furia omicida che lui stesso attribuì a voci che sentiva dentro di sé.
“Ho letto, come tutti, della vicenda romana, ma non la conosco nei dettagli Come accade alle persone che vivono in una condizione di elevata deriva sociale, quell'homeless avrebbe potuto essere sotto l’effetto di alcool o di sostanze stupefacenti. In certi casi, anche senza una patologia psicotica importante, soprattutto nel caso di persone che vivono per strada, alcool o sostanze stupefacenti hanno un effetto disinibente: riducono la capacità di controllo degli impulsi. Spesso disturbi psicotici, paranoidei o di difficoltà di controllo degli impulsi sono amplificati proprio dall’abuso di alcool o droghe.”. 

Adam Kabobo, tra le polemiche, è stato condannato a vent’anni di reclusione per l’uccisione dei tre passanti. È stato riconosciuto semi-infermo di mente e, nel corso del processo, si è anche scoperto che non era stato curato adeguatamente e che non prendeva i farmaci che avrebbe dovuto assumere.
“Chi compie gesti come quelli di Kabobo, spesso è vittima di situazioni cliniche di scompenso: o non prende i farmaci necessari per curarsi o li assume male, saltuariamente, magari troppi in precedenza e troppo pochi in seguito, e questo è assai dannoso. Nel caso di Kabobo è emerso che aveva assunto per un certo periodo dei farmaci antipsicotici, che aveva in seguito smesso perché non era più seguito da nessuno e perché, non avendo soldi per vivere, non poteva certo acquistare senza ticket farmaci che costano 200 euro a confezione. Le cure continuative con i nuovi antipsicotici, se non sono prescritti dal sistema sanitario, diventano irraggiungibili per coloro che sono  senza fissa dimora, senza protezione sociale, senza reddito”.

Si tratta di farmaci che possono essere prescritti dal medico di base?
“Sì ma solo se il paziente è iscritto al Servizio sanitario nazionale o, se si tratta di un extracomunitario, se è dotato di tessera STP come Straniero Temporaneamente Presente”. Purtroppo, come dicevo, il problema è la difficoltà di accesso alle cure per quelle persone che si trovano in un grave stato di emarginazione, che non sanno cosa fare, a chi rivolgersi, che hanno già tanti problemi di sopravvivenza quotidiana”.

Come possono essere curate allora queste persone per evitare i crimini di cui stiamo parlando?
“Una persona homeless straniera, con evidenti problemi psichiatrici, può essere “agganciato” da operatori competenti nel campo della salute mentale. Se fosse stato intercettato, per esempio, dagli operatori del nostro progetto Diogene che si prendono cura della salute mentale dei senza dimora, italiani e stranieri, con disturbi psichiatrici che vivono per strada, sarebbe stato avvicinato e accompagnato alla cura, prima in strada e, magari, successivamente alla Casa della carità. Una cura adeguata avrebbe, almeno in parte, contribuito a ridurre il delirio e a controllare meglio i suoi impulsi e l’estremo stato di angoscia che lo accompagnava”.

In altre parole, le buone pratiche riescono a far fronte alle sofferenze delle persone con problemi di salute mentale e, nello stesso tempo, garantiscono un effetto sociale molto importante: abbassano la paura, lo stigma sociale, nei confronti di chi soffre di questi problemi? 
“Non c’è dubbio. I riscontri sono numerosi e non solo a Milano dove il progetto Diogene è stato riconosciuto come progetto pilota dall’Organizzazione mondiale della sanità. La psichiatria di strada esiste in molte grandi centri, per esempio a Roma sostenuta dalla Caritas, a Bologna dove dei senza fissa dimora si occupa l’associazione Piazza Grande”.

Nel caso del senza fissa dimora tedesco, se il danno ai carabinieri non fosse stato così grave, la risposta istituzionale sarebbe stato un trattamento sanitario obbligatorio (Tso)?
“I cardini del trattamento sanitario obbligatorio sono la volontà di non prendere i farmaci e la pericolosità per se stesso o per gli altri della persona. Nella vicenda romana i presupposti c’erano. Bisogna, comunque, essere molto chiari: il Tso per gli homeless non è sempre risolutivo della situazione. Va sicuramente incontro al problema emergenziale. Ma se una persona va in ospedale per una o due settimane, e lì segue una terapia con costanza che verosimilmente non ha più la possibilità di continuare quando torna per strada, creiamo continuamente una discontinuità di cure, che, a lungo andare, avrà a sua volta un effetto patologico. Sono gli utenti definiti “dalla porta girevole”, perché utilizzano fondamentalmente il servizio di Pronto Soccorso per i momenti di patologia acuta ma non possono (o non vogliono, in alcuni casi) usufruire di una continuità di presa in cura.”

In altre parole, se è vero che il Tso è necessario, è altrettanto vero che per essere utile sul lungo termine deve avere una continuità e un seguito. Come è possibile garantire questa continuità?
“Alla Casa della carità ospitiamo tante persone che, prima di arrivare in via Brambilla, hanno collezionato un numero considerevole di trattamenti sanitari obbligatori. In un mondo ideale, dopo un trattamento sanitario obbligatorio, la persona dovrebbe essere accolta in una comunità dove vivono altri ospiti con questo tipo di problemi, una struttura convenzionata ed accreditata con sistema sanitario nazionale. Il TSO è sintomo di acuzie, cioè di massima gravità del problema, e quindi non è pensabile che il caso si risolva in una settimana, occorre garantire un dopo. Noi in Casa della carità in questi ultimi mesi abbiamo aumentato (anche in base a una convenzione con il Comune di Milano) l’accoglienza di persone fragili con problemi di salute mentale garantendo, nel nostro piccolo, quella continuità di cura e di assistenza necessarie dopo questi momenti di grave scompenso come un Tso”.

Per andare in comunità serve una tessera sanitaria e soprattutto servono strutture diffuse nel territorio che individuino il paziente, le sue problematiche e lo indirizzino alle comunità pagandone i costi. Esiste davvero questo circuito o i tagli dei servizi lo hanno reso impossibile?
“In Lombardia ci sono i Cps, i centri psico-sociali, che a Roma si chiamano Csm. Ogni Cps ha un budget annuale che L'Asl destina alla spesa per gli utenti che stanno in comunità. Un budget che non riesce a coprire completamente le numerose richieste. Da questo si può facilmente capire come per gli homeless, la cui situazione complessa li rende anche meno avvicinabili dai servizi, la disponibilità di una struttura comunitaria sia molto più difficile. 

Insomma, non esistono strutture convenzionate dove ospitare senza fissa dimora con problemi di salute mentale. E la cura e la prevenzione restano sulla carta…
“Cosa posso rispondere? Con un pizzico di orgoglio posso garantire che a Milano noi della Casa della carità ci stiamo dando da fare con riscontri positivi. Ma, purtroppo, di strada da fare ce n’è ancora molta”.

[sopra, foto di Foto: Jim Hubbard - www.jimhubbardphoto.com]

 
 

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