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Rom e Sinti in Italia? Sail pe*! È possibile

Superare i campi, promuovendo inclusione e cittadinanza di Rom e Sinti è possibile. Questo il messaggio lanciato dalla Casa della carità

15 ottobre 2019

106 famiglie, per un totale di 374 persone. Tanti sono i cittadini Rom con cui la Casa della carità ha operato all’interno del progetto “Villaggio Solidale”, realizzato a partire dal 2005 in collaborazione con il Centro Ambrosiano di Solidarietà. Oggi l’80% di loro lavora e vive in appartamento: il 57% in affitto, mentre il 9% in una casa di proprietà. 163 bambini e ragazzi hanno iniziato un percorso scolastico: 45 hanno già raggiunto la licenza media e 28 sono arrivati al diploma superiore o hanno una qualifica professionale. Con gli adulti, sono stati realizzati 137 percorsi di inserimento lavorativo.

Queste cifre, presentate dalla Fondazione Casa della carità nel corso del convegno “Rom e Sinti in Italia? Sail pe*!”, confermano che costruire percorsi sociali, culturali e di cittadinanza con Rom e Sinti è possibile.
Numeri, ma anche storie. Come quella Dora, che arrivata in Italia dalla Romania ha vissuto in una cascina abbandonata e poi al campo attrezzato di Pioltello. Fino ai 30 anni non sapeva né leggere né scrivere. Oggi fa la badante e grazie a questo lavoro è riuscita a sottoscrivere un mutuo e a comprare una casa, dove vive con il marito e i loro quattro figli. O storie come quella di Patrizia che da piccolissima ha vissuto nel campo via San Dionigi, alla periferia sud di Milano. Oggi ha 15 anni, vive in una casa con la sua famiglia, studia, e sogna di lavorare in un negozio di moda.

Afferma il presidente della Fondazione, don Virginio Colmegna: “Da sempre la Casa della carità è impegnata a sostenere l’inclusione sociale e i diritti di cittadinanza di chi vive in condizioni di emarginazione, compresi i Rom. Questa esperienza ci dice che superare i campi e costruire percorsi sociali, culturali e di cittadinanza con Rom e Sinti è possibile, ma solo se c’è un accompagnamento delle famiglie verso soluzioni abitative stabili e se c’è un percorso progettuale ampio, fatto per esempio di inserimenti scolastici e lavorativi”.

“C’è, però, anche bisogno del loro protagonismo, della partecipazione attiva dei Rom e Sinti che vengono coinvolti in questi percorsi, altrimenti il sostegno si cronicizza a tal punto che va a intaccare la fiducia nei loro confronti, ricreando nuovamente emarginazione e rifiuto, e spezzando il valore culturale che queste comunità hanno dentro”, aggiunge don Colmegna.

“Essere riusciti a strappare dalla marginalità una percentuale così ampia di persone, fa vedere che è possibile ridurre ancora il numero di quanti ancora vivono in condizioni di esclusione”, conclude.

*espressione in lingua romanì che significa “è possibile”

 
Foto di Marco Garofalo
 

SAIL PE - È POSSIBILE, COME?
“Le storie che abbiamo condiviso con queste 106 famiglie, ci hanno insegnato che è possibile promuovere l'inclusione e la piena cittadinanza di Rom e Sinti, se si garantisce loro l'accesso ai diritti fondamentali quali casa, lavoro, formazione professionale ed educazione”, spiega Donatella De Vito, responsabile del progetto “Villaggio Solidale”.

Alla base di questo modello di intervento, c’è il lavoro quotidiano di un team multidisciplinare insieme alle famiglie, per promuovere la loro inclusione sociale, economica e abitativa, attraverso progetti personalizzati e interventi specifici per minori, donne e uomini.
“Per costruire percorsi di successo, va favorito l’accesso alla formazione e alla riqualificazione professionale per i giovani neet e gli adulti disoccupati. Inoltre, particolare attenzione va posta alla realizzazione di progetti con i gruppi più vulnerabili: le donne e i minori, che però, come dimostrano molte delle nostre storie, possono essere attori e motore di un cambiamento positivo, che impatta positivamente sulla vita di tutta la famiglia”, aggiunge De Vito.

GLI OSTACOLI
Non mancano però gli ostacoli alla buona riuscita di questi percorsi verso l’autonomia. Uno dei principali è la mancanza di risorse: da una parte, sono sempre più scarsi i fondi per sostenere corsi di specializzazione e riqualificazione, che consentano di costruire percorsi di inserimento al lavoro individualizzati e di successo; dall’altra, per le persone Rom sono ancora poche le occasioni di inserimento lavorativo in circuiti differenti dalle attività tradizionali, contrariamente a quanto auspicato dalla Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti.

Un altro fattore che ancora pesa nel processo d’inclusione è la discriminazione: molti stereotipi, infatti, non sono ancora stati rimossi e influenzano negativamente le politiche nazionali e locali, oltre ad alimentare i discorsi di odio nei loro confronti di Rom e Sinti e l’antigitanismo, fortemente radicato nella società italiana e prodotto, oltre che dai media tradizionali, anche da attori politici locali, da siti di webnews territoriali, da blog autoprodotti di “controinformazione”, dai gruppi e dalle pagine private sui social network. 
Questa situazione ha tre pericolose conseguenze e agisce come un potente fattore nel prevenire le possibilità di inclusione dei Rom: ha un impatto diretto e sfacciato in termini di discriminazione sulla vita quotidiana di coloro che sono presi di mira; negli amministratori agisce come deterrente dell’implementazione di politiche inclusive a favore dei Rom e dei Sinti; autorizza una retorica esplicitamente razzista contro i Rom e i Sinti, così da essere sempre più accettata dall’opinione pubblica, aprendo la strada a manifestazioni di violenza.

 
 

Il presidente della fondazione

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