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Il progetto d’inclusione passa dalle case

14 aprile 2017

Molti rom continuano a vivere in condizioni non dignitose di povertà ed esclusione, una riflessione di don Colmegna su Repubblica Milano

Una notizia letta in un trafiletto di cronaca di un giornale locale: alcuni giorni fa, una mamma rom 20enne e i suoi due figli, di tre anni e di sette mesi, sono stati ricoverati in condizioni gravissime per un incendio scoppiato nella baracca dove vivevano, in un campo a Cinisello Balsamo all’interno del cantiere, ormai fermo da mesi, per il prolungamento della linea rossa della metro. Nonostante si sia quasi smesso di parlarne, con il dibattito pubblico che si è spostato dalla cosiddetta "emergenza nomadi" a una nuova presunta "emergenza", quella dei profughi, i rom non sono di colpo scomparsi: molti di loro continuano a vivere nella nostra area metropolitana da invisibili e con i disagi di sempre. Vale a dire, in condizioni non dignitose di povertà ed esclusione.

Per la Giornata internazionale dei rom e dei sinti, lo scorsa settimana, in Senato è stato presentato l’annuale rapporto dell’Associazione 21 luglio, nata per occuparsi di queste persone. Si stima che siano 28mila, nel nostro Paese, i rom in emergenza abitativa. Inoltre, secondo il rapporto, l’attuazione della Strategia nazionale d’inclusione dei rom ha continuato a soffrire di pesanti ritardi non traducendosi in un concreto miglioramento delle condizioni di vita delle comunità rom. La questione dell’alloggio è l’ambito che ha registrato i risultati più scarsi.  

La Casa della carità, in collaborazione con il Centro Ambrosiano di Solidarietà, da più di dieci anni lavora per superare i campi e costruire percorsi di autonomia e inclusione. Dal 2005, abbiamo ospitato nel nostro “Villaggio solidale” 84 nuclei famigliari e il 79 per cento ora vive in autonomia in un appartamento, a seguito del buon esito di un progetto personalizzato di inclusione sociale. Si tratta di famiglie che abitano per lo più in affitto, ma qualcuna ha anche acquistato casa (8 per cento). L’approdo in un’abitazione è il frutto di un lungo, paziente e, a volte difficile, percorso comune, dove è tutta la famiglia a essere presa in carico, a cominciare dai minori. Sono 170 quelli che abbiamo incluso nel progetto e l’86 per cento di loro ha intrapreso un percorso di scolarizzazione e 25 hanno conseguito il diploma di scuola superiore. Un altro importante tassello è l’emancipazione della figura femminile, con un lavoro anzitutto culturale. I risultati più significativi sono stati i 40 contratti di lavoro raggiunti e i 133 progetti di formazione e inserimento lavorativo realizzati. Un ulteriore confortante dato riguarda 19 donne uscite dall’analfabetismo.  

Nel nostro piccolo vogliamo raccontare che lavorare con i rom è possibile, che chiudere i campi è possibile, che abbattere degrado, povertà e illegalità è possibile. Ma affinché questi percorsi siano reali e positivi occorre che anche le istituzioni facciano la loro parte. Ci rendiamo conto delle difficoltà, ma se non si interviene i problemi non si risolvono. Noi, come sempre, offriamo la nostra disponibilità a collaborare. Per questo sollecitiamo le istituzioni a trovare una soluzione per le persone che abitavano nel campo regolare di via Idro.  

All’epoca della chiusura, il Comune di Milano si era impegnato con le famiglie promettendo loro che sarebbero state equiparate, in termini di punteggio per l’assegnazione della casa popolare, a quelle che subiscono uno sfratto, dal momento che vivevano lì da oltre 20 anni. Riteniamo che quella sia una promessa da rispettare visto che, a oggi, non è stata ancora mantenuta. Perché è importante che quelle famiglie possano accedere a una soluzione abitativa stabile. L’auspicio è che si riprenda in mano la questione e che la si affronti per governarla positivamente.


Articolo pubblicato su La Repubblica Milano del 14 aprile 2017

 
 

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