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Vicini al Rione Sanità

9 settembre 2015

All'indomani delle violenze che hanno scosso Napoli e portato alla morte di un adolescente, rilanciamo una lettera di don Antonio Loffredo, parroco dello storico quartiere napoletano, amico della Casa e membro delle Reti della carità

Come Fondazione Casa della carità abbiamo collaborato in più occasioni con don Antonio Loffredo, con l'orchestra Sanità Ensemble e con le Catacombe di Napoli, due delle numerose realtà positive che in questi anni sono nate al Rione Sanità creando, per i giovani in particolare, occasioni di lavoro, riscatto e cittadinanza. 

Nelle ultime ore, il quartiere napoletano è invece tornato sulle pagine di tutti i giornali per la violenza criminale e mafiosa e, soprattutto, per l'omicidio di Gennaro Cesarano, detto Genny, morto a soli diciassette anni. 

A volte, da lontano, è difficile capire e interpretare certe situazioni, ma non per questo siamo aturorizzati a disinteressarcene. Per questo, abbiamo deciso di pubblicare sul nostro sito la lettera di don Antonio: per conoscere, per cercare di capire e, soprattutto, per manifestare la nostra vicinanza e la nostra solidarietà a tutta la comunità del Rione Sanità che ogni giorno lotta per la legalità e la solidarietà, dandoci una grande lezione di cittadinanza. 

 

Siamo a Napoli, nel Meridione d’Italia, dove tutto è caldo e faticoso.

Caldo perché i cuori sono caldi e battono nel petto di persone «carnali», invadenti, chiassose. Caldo perché le teste sono calde, le emozioni bollono e qualche volta scottano chi se ne lascia sconsideratamente guidare. Caldo perché brucia la delusione, la sconfitta, il senso di abbandono e deprivazione, il sentirsi dimenticati e ingannati. Faticoso perché ogni giorno bisogna rimettere mano alla speranza e industriarsi nell’attesa. Faticoso perché il bisogno insoddisfatto infiacchisce il corpo e la volontà. Faticoso perché l’evidenza rema contro la fiducia...

Chi vive la Sanità assiste ogni giorno, ogni ora allo sboccio di nuovi segnali di speranza, poi, dopo tanta fatica spesa per far crescere germogli così delicati, a volte la semplicità e la rapidità con cui vengono falciati via di netto fa calare la notte sul cuore, e riprendere, come per Sisifo, sembra ogni volta più difficile.

Oggi, avere un giovane in più da piangere significa avere una ragione in più per aprire il nostro cuore sempre alla speranza ed alla fiducia nel cambiamento, contro ogni evidenza possibile anche qui, a Napoli. Sarà necessaria ancora molta fatica per proteggere i nostri giovani dal male che li soverchiava. Occorre più che mai mantenere viva la fiducia in un futuro diverso preservandone tutta l’intensità, proprio come quel sangue sparso in piazza Sanità che ai nostri occhi non sbiadirà, nonostante il passare dei giorni.

Ho avuto modo di conoscere Genny, al di là della cronaca giornalistica: UN ADOLESCENTE. Come i tanti preti ed educatori della nostra amata Napoli osservo e condivido le incredulità dei nostri adolescenti di fronte ai paradossi del quotidiano, m’incanto a constatare la purezza dei loro sentimenti, mi arrabbio quando non basta la protezione dell’affetto con cui li circondiamo.  

Sento la gravità del momento ed avverto la necessità di utilizzare le parole con attenzione: la morte violenta  di un mio ragazzo lo richiede.

La sequela di  drammatiche morti  che si consumano da anni nelle strade della nostra parrocchia è intollerabile per la mia gente e per tutte le donne e gli uomini di buona volontà. Troppe lacrime senza ragione, troppe famiglie devastate mi accompagnano alla Sanità e mi interrogano spesso senza trovare risposte.

La giustizia quella che ieri sera urlavano i giovani per le strade ed in basilica è la prima risposta, quello che è giusto è buono, un sacerdote ed ogni uomo lo sa. Questo è un dovere  dello Stato.
La scuola, tanta scuola di qualità e con un tempo pieno è una altra risposta seria. Questo è un altro dovere  dello Stato.

Una  chiesa che diventi sempre più comunità attiva è una decisiva importante risposta. Questo è un dovere  della Diocesi.

Oggi è il tempo delle lacrime e dei rimpianti per quanto e come non siamo stati all'altezza di un compito forse troppo arduo da affrontare da soli.

Noi ci stiamo provando da anni, ma questo ancora non basta. Si, alla Sanità talvolta sembra di vivere, in un mondo capovolto, il mito di Sisifo. Il nostro impegno non viene declinato, purtroppo, con l'appoggio della politica che sembra distante dalle nostre case e dalle nostre famiglie.

«La Sanità diventerà Santità» amava dire il grande cardinale Corrado Ursi. È vero, nel cuore di tutti alberga la trepidazione al solo pensiero di nuovi agguati e altro sangue per le nostre strade, che ne hanno già visto tanto, perché l’uccisione di un adolescente deruba tutti noi di un pezzo di umanità. Io riconosco la necessità di continuare, so che la mia gente è stanca di piangere.

All’orrore della violenza noi del Rione Sanità abbiamo imparato a rispondere con una nuova cittadinanza attiva, che si oppone al clientelismo e non chiede più favori ma reclama diritti. Un traguardo che diventa possibile se si rimane insieme, si cammina insieme, si crede insieme.


Antonio Loffredo, parroco Rione Sanità


[sopra, la Santa Messa celebrata da don Antonio Loffredo insieme ad Alex Zanotelli,
all'indomani dell'omicidio di Gennaro Cesarano. Foto: repubblica.it]

 
 

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