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Contro la povertà, la sfida del Reddito di Inclusione

Una riflessione di don Virginio Colmegna sul REI, la nuova misura di contrasto alla povertà voluta dal Governo

Mi è chiesta la testimonianza di uno che vive da molti anni, come scelta e opzione personale, di condividere e vivere in prossimità con persone che genericamente chiamiamo “poveri”. E’ evidente che la povertà è abitata da poveri, ma proprio per questo va contrastata perché è segnale di ingiustizia, soprattutto quando la loro condizione ha raggiunto lo sconfinamento in quella che chiamiamo “povertà assoluta”, che assume la condizione di miseria e che spesso è davvero scartata, abbandonata ed emarginata. Non esiste più lo stereotipo del clochard che vive la strada  per scelta, se non in figure simbolicamente descritte; per lo più sono persone  che vivono una condizione drammatica ed estrema di povertà, che si trovano fuori dal circuito dei diritti e delle relazioni. Per loro non basta, anche se doveroso, un sistema di aiuto per i loro bisogni primari, ma è necessario ritrovare e riconoscere la loro dignità. Dare un sostegno economico significa, o dovrebbe significare, avviare un percorso di qualificazione di servizi e di politiche sociali pubbliche che avviino dei processi di allargamento di cittadinanza, perché non vengano considerati scarti, prodotti di quella che Papa Francesco chiama “economia dello scarto”.

“E’ tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale” richiama il Papa nella Laudato sì e anche nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace. Non sembri un allargamento indebito: avviare un piano strategico di lotta contro la povertà, partendo da quella “assoluta” significa mettere in moto una riflessione anche di natura  etica e politica, che si appella a motivazioni e radici culturali che ci richiamano al senso della solidarietà, della cittadinanza fondata sulla dignità e sul diritto di ogni persona. Non è una testimonianza soltanto, ma una scelta che ritrova nella nostra Costituzione un riferimento forte ed esigente. L’intero ordinamento costituzionale trova il suo cardine nel riconoscimento e nella tutela della dignità che abita ogni essere umano, titolare di diritti inviolabili e di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale (art. 2). E’ il principio personalista che ispira il dettato costituzionale che indica l’urgenza di promuovere iniziative di contrasto alla povertà. E’ per questo che molte realtà di quella che genericamente chiamiamo di “società civile” sono state, e lo saranno ancora, di protagoniste impegnate per un piano programmatico che valuta positivamente, come fase iniziale, il provvedimento che si sta attuando.  

Quando si solleva questo principio, ma soprattutto quando la marginalità sociale si fa sempre più complessa, articolata ed incrocia il fenomeno migratorio nelle sue dimensioni emergenziali, noi non sollecitiamo soltanto un’attuazione caritativa ma soprattutto un dovere costituzionale e lo facciamo anche secondo un fecondo principio di sussidiarietà che si esprime anche nell’art. 4, dove si richiede la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica e dunque la valorizzazione del contributo di ogni cittadino…al progresso materiale e spirituale  della società (art.4).

Non è quindi un capitolo che chiede un investimento marginale, ma è un punto strategico. Partire dalla lotta alla povertà assoluta significa compiere un dovere costituzionale e da lì avviare il contrasto ad abbandoni o degenerazioni che rendono spesso il riferimento alla lotta alla povertà primariamente un problema di contenimento, di ordine pubblico e di sicurezza. Ecco perché non stiamo soltanto valorizzando e sostenendo esperienze di aiuto, ma stiamo auspicando una cultura politica come investimento strategico a cui chiedere, e richiedere, non una propaganda di merito per avere consenso, ma un avvio a rovesciare priorità  non per monetizzare l’aiuto ai poveri come elemosina, ma per sollecitare i servizi sociali e  la  presa in carico. Se si rafforzano i servizi, se si rinnovano le politiche sociali, se si inizia una presa in carico sana e personalizzata, offrire un sostegno economico può essere iniziare a dare riconoscimento e dignità.

Chi ha promosso e ha sollecitato e l’Alleanza contro la povertà rivela che vi è un capitale di intelligenza sociale che è patrimonio della cultura della solidarietà e giustizia sociale  che promuove  e consolida coesione sociale. E’ una sfida che mette in moto una visione pubblica di bene comune. Ecco perché il REI ha un valore culturale e politico, soprattutto nel contesto odierno di crisi e di crescita di un individualismo spesso corporativo che assume talvolta il volto dell’esasperazione  e della conflittualità corporativa  o comunque difensiva.

Dobbiamo recuperare, invece, il valore dei legami sociali, di quella visione di generatività e creatività che immette e consolida il riconoscimento dell’altro da sé  come principio di appartenenza e destino comune. In un periodo dove la politica diventa spesso incapace di immettere energie etiche e di solidarietà attive, è necessario partire dai più deboli senza sentirci semplicemente testimoni che si appellano a ragioni ideali, ma avvertendolo come dovere politico che, appunto per questo, sa di fare i conti con la gradualità e la ricchezza di una germinazione dal basso. E’ la ricchezza della società civile nostra che rischia oggi di essere travolta da una perdita di senso della realtà comune, per ritrarsi in un individualismo esasperato e chiuso. E’ quel muro che ci rende tutti rinchiusi, protestatori o rassegnati. Ecco perché ha un senso non propagandistico affermare che questa scelta politica-governativa può e deve essere un buon inizio; è il compimento di un lungo percorso che ha coinvolto, con ruoli e responsabilità diverse, l’Alleanza contro la povertà e non solo, il movimento cresciuto culturalmente di chi opera con i senza dimora, per politiche abitative e di inclusione sociale, di chi opera con i migranti, i vulnerabili.

Si può dire che si inaugura un nuovo modo di pensare  l’intervento pubblico in tema di povertà, rendendolo un problema strutturale e non di emergenza assistenzialistica. Certamente molte sono le criticità e non tocca a me evidenziarle anche per la gravità dei ritardi accumulati; ma proprio perché non rimanga l’ennesima riforma incompiuta, si ha bisogno di un grande investimento di valore politico-culturale, di scelta non avvertita come marginale nel dibattito pubblico dove addirittura si insinua spesso la categoria del rifiuto di priorità ideologiche  (“prima i nostri”). Questa scelta di partire dalla realtà e dalle condizioni di povertà assoluta invoca come crescita una cultura solidale che immetta nella società un’emergenza etica, che è capitale  sociale. Vorrei dire che nella durezza dello scontro politico e della crisi che viviamo rischia di ridursi a fenomeno solo individuale l’aiuto ai poveri, soprattutto se prendono il volto che richiama muri e chiusure. Si rischia di perdere il valore pubblico dei sentimenti di prossimità e la povertà si fa problema e colpa.

Rivalutare i sentimenti di cura, di compassione esalta il valore delle motivazioni e delle radici di senso che possono stimolare la politica che deve recuperare il linguaggio e la capacità di costruire inclusione e sentimenti di appartenenza a un destino comune. E’ la politica dell’amicizia di aristotelico ricordo, oggi così lontana in tutte le manifestazioni che vorrebbero prima elencare ciò che non va e radicalizzare le differenze. Manca quella visione pubblica di bene comune che, a fronte delle povertà assolute, chiede di non diventare emergenza.

E’ il grande insegnamento che ci consegna quotidianamente Papa Francesco. Martha Nussbaum parla di amore politico, di un sentimento di cura rivolto alle situazioni di sofferenza di un’altra persona. Qui si evidenzia la sfida e la conflittualità che sta caratterizzando il nostro scenario culturale e sociale, dominato spesso da rancore e conflittualità esasperata, che finisce per allontanare le potenzialità per affrontare con urgenza la povertà assoluta che, invece, finisce per essere soltanto affidata al controllo sociale.

Foucault parlava di discorso senza paura nella sua prospettiva di superamento di tutte le istituzioni che sviluppano separazione e controllo sociale.  Si apre allora una fase dove investire molto in politiche sociali, oggi così tanto “costrette”, anche nella loro professioni, a diventare gestori di emergenze. Questa competenza appassionata è componente di un’etica politica che deve radicarsi nella coscienza, vera conquista di cultura solidale che parte proprio dalle situazioni più fragili. E’ una scelta strategica. Sappiamo e siamo convinti, pur tra difficoltà economiche, che si può e si deve aspirare ad una misura contro la povertà assoluta universale, rivolta a chiunque viva tale condizione, adeguata negli importi e percorsi di inclusione. Si richiede di sviluppare con risorse certe la necessaria rete di servizi sociali.

Arrivare a questo traguardo si potrà se si inizia un percorso vero con una visione culturale di politiche sociali di presa in carico. Se si inizia a immettere la visione di bene comune, di una cultura di solidarietà che non sia aggiuntiva di beni individuali, ma diventi solidarietà redistributiva, questo diventerà un vero capovolgimento che richiederà, con un adeguato impegno formativo, una solidarietà affamata di giustizia e una visione antropologica non chiusa in quell’individualismo proprietario, in quel paradigma tecnocratico che ha conseguenze evidenti da economia dello scarto.

Certamente va affrontato il problema delle differenze di trattamento, ma che il reddito minimo garantito vada ai più poveri non deve essere visto come chiusura ad altri, ma come spinta per politiche sociali di carattere universale, come richiede anche la Costituzione. E qui non si può dimenticare anche il riferimento ai migranti che non possono essere una capro espiatorio, circondati come sono da pregiudizi  che impediscono loro una vera integrazione culturale e sociale. Qui andrà poi affrontata la esigenza di distinzione tra settore di assistenza e previdenze.

Sono auspici che chiedono di cogliere questo provvedimento come l’inizio di un alto, ampio e diffuso dibattito attorno alle politiche  di assistenza  sociale.
E’ urgente proprio perché  altrimenti saremo nel vicolo cieco e triste dell’emergenza con un “sociale emergenziale” che non crea sviluppo ma lascia spazi inediti alla paura, all’insicurezza e consegna l’attenzione alle fasce deboli solo al controllo della povertà.

Don Virginio Colmegna
Discorso pronunciato in occasione di:
"Contro la povertà, la sfida del reddito di inclusione".Milano, Piccolo Teatro Studio Melato
Lunedì 27 novembre 2017

 

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