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Youssef e Mohamed, Ahmed e Nawal: dalla Siria alla Casa

I racconti della guerra, del viaggio e degli abusi, le paure e le speranze di chi vuole lasciare l'Italia. Le storie dei profughi accolti in via Brambilla

Youssef accarezza la testa di suo figlio Ahmad e poi, scostando i capelli, mostra le cicatrici sul cuoio capelluto del bambino di cinque anni. “Stava giocando nella sua cameretta quando la nostra casa è stata colpita da una bomba” racconta ricordando quando, circa un anno fa, lui e la famiglia vivevano ad Hama, nel sud della Siria. “È stato in ospedale per parecchio tempo e ancora adesso non riesce a camminare perfettamente” continua, grazie alla traduzione di un ospite marocchino della Casa.


Tra i profughi arrivati in via Brambilla i minori sono tanti. Il primo giorno erano 31 su 76 persone. Complessivamente, sono circa un terzo delle 214 persone accolte in emergenza. Ora giocano nel giardino della Casa, con i giocattoli donati alla fondazione da molti milanesi, ma solo alcuni mesi fa guardavano con i loro occhi il conflitto che dilania la Siria. E, dopo esserselo lasciato alle spalle, hanno anche dovuto affrontare un viaggio pericoloso e traumatizzante. Come ha fatto Adila che per le prime ventiquattro ore alla Casa non riusciva nemmeno a camminare. Era stata per troppo immobile e schiacciata contro le persone che, come lei e la sua famiglia, sono salite sulla barca che le ha portate dalla Libia alle coste italiane.


Eppure il viaggio della speranza sui barconi che solcano il canale di Sicilia è l'unica soluzione per chi arriva nel paese che una volta fu sotto il comando del colonnello Gheddafi. “In Libia succedono cose orrende. Ci siamo stati due mesi” racconta Ahmed, un uomo di mezza età in viaggio con la famiglia. “Insulti e e violenze, anche sulle donne. Ci tenevano in delle specie di prigioni, in una stanza come questa – spiega indicando l'auditorium della Casa ora occupato dalle brandine – c'erano tre volte le persone che ci dormono ora. Speravamo nella solidarietà tra musulmani e invece le condizioni del paese erano talmente pessime che ci hanno dato il coraggio per salire sui barconi”. Molti dei quali non erano nemmeno in grado di compiere la traversata.


Non sono pochi, infatti, i profughi che dicono di essere stati portati in Sicilia nell'ambito dell'operazione Mare Nostrum. In realtà, non conoscono per nome la missione, ma spiegano di essere stati salvati da militari italiani.  Del nostro paese però sanno poco. “Dell'Italia non conosco molto. Non so come ci si trovi, come sia trovare un lavoro” spiega candidamente Mohamed, venticinquenne ex studente di economia a Latakia, sulla costa siriana. “Voglio andare in Danimarca, lì c'è la mia famiglia: io e mio fratello stiamo raggiungendo i nostri genitori che sono fuggiti oltre un anno fa. Non siamo partiti prima perché ho cercato di continuare a studiare, fino a che la situazione è diventata troppo grave e anche noi siamo scappati” conclude prima di rimettersi ad armeggiare con il suo smart phone, controllando su Google Maps quale sia la strada migliore, o meglio, quella meno controllata per ricongiungersi con i suoi cari.


Nawal invece non ha nessuno. È sola con il suo bambino di pochi anni. “Dove? - chiede – Dove posso andare per stare finalmente in pace e poter dare un futuro a mio figlio?”. È palestinese e viene dal campo di Yarmouk, vicino a Damasco, uno dei più colpiti durante la guerra. Sta viaggiando con un'amica, anche lei sola con un bambino. Chiedono informazioni sui paesi verso cui sia meglio partire. Le chiedono agli operatori, ai volontari, agli altri ospiti della Casa e, a volte, perfino ai giornalisti che sono venuti a raccontare le loro storie.


Alla fine, dopo qualche giorno di accoglienza, hanno deciso di partire anche loro, con i loro pochi averi chiusi in un borsone nemmeno troppo grande e i piccoli in braccio. Sono andate in stazione Centrale e hanno preso con i loro risparmi un biglietto per la Francia, sperando di non venire rispedite indietro a Ventimiglia. Hanno scelto di non mettersi nelle mani dei trafficanti. Non volevano o forse non potevano pagare il prezzo – salato – del viaggio che invece molti dei loro connazionali hanno deciso di affrontare.

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