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Prima la comunità, un movimento dal basso

Sabato 4 luglio si è svolta la prima assemblea dell'Associazione. Ecco l'intervento di apertura di don Virginio Colmegna, che ne è presidente

 

L’Associazione Prima la Comunità nasce come movimento “dal basso”


Oggi è la prima tappa ufficiale della nostra Associazione che vuole essere movimento ‘dal basso’, cioè che sta sui territori dove si vive e si promuove cittadinanza. Contano i legami sociali, il fatto che scegliamo di prenderci cura lì sul territorio delle persone. Siamo o aspiriamo a diventare comunità colma di futuro e di reciprocità solidale. È dentro la comunità che incontriamo le sofferenze e dove impariamo ad accogliere la fragilità di tutti, come ci ha insegnato questo periodo di pandemia; ed è lì che si deve promuovere quella che possiamo avvertire come cura, ovvero promozione di salute. Ecco perché la nostra Associazione si chiama Prima la Comunità e ribadisce come primato una dinamica di connessioni, di identità plurali, di differenze, di risposte diversificate. 

Oggi, qui, insieme siamo un segno chiaro e orgoglioso di quel capitale sociale che sta nella straordinaria ricchezza della società civile, di quello che impropriamente viene chiamato volontariato, ma che è in realtà pratica attiva di cittadinanza, anticipatrice di processi sociali. Noi pensiamo ad una società civile che sa entrare in dialogo con gli enti pubblici, che sa produrre condivisione e istituzioni sociali. In questa rete virtuosa che abbiamo costituito e che attraversa il territorio del Paese - con una vivacità del dialogo Nord-Sud che è un valore aggiunto imprescindibile - pubblico e terzo settore parlano la lingua della responsabilità comune, si compenetrano e vogliono capirsi.

Recentemente la Corte Costituzionale ha emesso una sentenza in un caso di cogestione richiamando l’interpretazione della nostra Costituzione che mette al centro la persona umana, ricordando la profonda socialità che la connota e le relazioni di solidarietà che costituiscono un fattore fondamentale dello sviluppo sociale, culturale ed economico, rimarcando che lo svolgimento di attività di interesse generale non è di competenza esclusiva dello stato, ma compete anche all’autonoma iniziativa dei cittadini. 

L’Associazione Prima la Comunità nasce da un’idea di salute che è diritto fondamentale e superamento delle disuguaglianze

La nostra Associazione vuole incardinare la visione di sussidiarietà orizzontale proprio nella salute come bene universale, costituzionalmente protetto, che è e deve essere caratterizzato dall’equità sociale per far crescere dal basso un cambio di paradigma culturale: dal sanitario alla salute come bene partecipato con al centro la persona come soggetto e non oggetto di prestazione. Ribadiamo quella ricchezza della parola SALUTE, così come l’OMS indica, valorizzando la centralità del sociale che interagisce e arricchisce la dimensione di cura, le pratiche di condivisione e il protagonismo della comunità che si occupa della sua cura.

Ci tengo a dire che cambio di paradigma non è un’affermazione ideologica, ma è un percorso da sperimentare insieme per una politica socio-sanitaria che sappia superare le disuguaglianze e valorizzare prossimità, promuovere servizi aperti e capaci di far crescere cittadinanza attiva. La crisi pandemica ci lascia una grande questione etica e culturale che non può essere archiviata o raccontata soltanto; “non potrà essere più come prima”, si continua a dire. Non si potrà procedere ora come se tutto fosse passato o, al massimo, cercare di dare piccoli segnali di aggiustamento, di risorse invocate perché si ridisegnino sistemi di risposte, come se tutto fosse da consolidare così com’è.

La questione SALUTE è strategicamente centrale e non chiede dibattito ideologico, o soltanto una dichiarazione di principi, ma chiede di sperimentare prassi nuove come il budget di cura o una medicina territoriale che riconosca la centralità della persona e che sia creativa nel promuovere case fatte di luoghi e persone dove la salute si fa davvero, innovazione che permetta di superare gli steccati e le visioni tecnocratiche che producono abbandoni e assenza di prevenzione e cura. 

L’Associazione Prima la Comunità vuole superare logiche mercantili e promuovere innovazione sociale

Il cammino della sperimentazione - che vorremmo veder crescere e capitalizzare anche nel suo potenziale di innovazione, di monitoraggio e di valutazione - deve superare quella logica mercantile di privatizzazione e di prestazionismo che lascia di fatto fragili e impotenti proprio i più deboli. La sfida è etica e culturale insieme, capace di spostare il baricentro dall’ospedale, che pure deve mantenere la sua finalità di cura delle acuzie, al territorio, con quella medicina territoriale, con quella prossimità ora invocata da tutti come fondamentale, che va rimessa al centro per esprimere azioni dove i determinanti sociali incrociano esperienze e sono segni tangibili della presenza attiva di una comunità: casa, lavoro, abitare, giustizia sociale devono diventare punti cruciali ponendo al centro la persona con i suoi bisogni di cura . 

L’Associazione Prima la Comunità è espressione del primato dell’etica, della vita buona, della comunità degli affetti, dell’ecologia integrale

È evidente a tutti che la questione culturale è anche questione etica e, con una frase coraggiosa, lasciatemelo dire, spirituale: il quotidiano è valore aggiunto, il capitale sociale è quel bene ecologico che dobbiamo salvaguardare, perché dà senso e valore allo sperimentare per riscoprire che è proprio dalle fragilità, dai ‘resti’, per dirla con Papa Francesco, che si deve partire per innovare. 

Mi piace ricordare qui una donna come Agnes Heller che invitava a ricomporre la trama lacerata del rapporto tra politica e società attraverso la ricostruzione di quello che chiamava “comunità di affetti” , quell’agorà in cui la vita buona di ciascuno e di tutti possa esprimersi e non essere dimenticata nella tristezza epocale delle solitudini; c’è un sentimento intensissimo che certamente raccogliamo dalla pandemia come memoria di lutti, ma che ora deve vivere anche come coraggio di non dimenticare, come crescita di coscienza civica, di responsabilità comune, di cittadinanza attiva. Mettere al centro il disabile, il senza dimora, l’immigrato - regolare o non - l’anziano, il sofferente psichico e i suoi familiari, il minore abbandonato, la persona segnata da dipendenze… potremmo continuare… significa mettersi in ascolto dei bisogni di tutti, vuol dire partire dai più fragili e dalla fragilità che è in noi per innovare davvero il sistema di cura e di prevenzione, rendendolo veramente universale, garantendo i diritti di tutti

Così il sistema sanitario incontra in modo davvero concreto il territorio e la comunità; quando diciamo “casa della salute” o “budget di salute”, noi operiamo una traduzione rapida nelle nostre teste e parliamo di “casa della comunità” o “budget culturale di comunità” perché subito si mettono in moto una logica e una progettualità ricche di connessioni, che esprimono la ricchezza delle politiche sociali, non quelle assistenzialistiche e riparative, come molti pensano quando interpretano le nostre realtà come i luoghi della delega di politiche di emergenza se non addirittura di istituzionalizzazione e di controllo securitario della povertà. 

L’Associazione Prima la Comunità è valorizzazione della prossimità, della domiciliarità e dell’azione verso gli invisibili non permettendo nei fatti che ci venga applicata l’etichetta dell’assistenzialismo dei buonisti.

Nel Paese devono svilupparsi le esperienze di prossimità e di domiciliarità che sono feconde di innovazione, perché non sono assistenzialistiche, ma capaci di recuperare cultura di reciprocità, di competenza, di giustizia sociale. Questa idea di salute la vediamo sperimentata attraverso le "case della salute" o "case della comunità", che hanno alla base come spinta organizzativa quella medicina di territorio che connette professioni, compresi i medici di base, gli infermieri di prossimità insieme alle figure sociali. Sarebbe interessante che al nostro dibattito partecipassero molti più medici di medicina generale pronti con noi a chiedere che la loro professione sia riconosciuta non come convenzione, ma dentro un contratto con la sanità pubblica.

La pandemia che ancora non si è conclusa ha evidenziato il bisogno reale che abbiamo di essere comunità con servizi territoriali aperti e non burocratizzati che sanno andare in cerca delle persone, che stanno sulla strada oltre che sul territorio, che frequentano i domicili, che possono produrre prevenzione per completare quel processo di de-istituzionalizzazione che la riforma basagliana ci ha lasciato come eredità ancora incompiuta, ma che riguarda molti aspetti della società civile per rinnovare il processo di cittadinanza attiva e dunque di cittadinanza terapeutica. 

L’Associazione Prima la Comunità è protagonismo politico

Il nostro associarsi ha senso se non produce solo riflessioni condivise ma un'azione carica di riflessione che parta davvero “dagli scarti” per rinnovare strategie di buona politica per tutti, scelte di giustizia sociale e ambientale, di cura e prevenzione; vorremmo monitorare queste sperimentazioni, valutarle sui territori con una metodologia scientifica che legga i risultati per lasciare anche tracce vere alla politica, per produrre politiche socio-sanitarie all’altezza del bene comune e della cura di tutti, nessuno escluso. Pensiamo alla politica con la P maiuscola, che sa mettere in dialogo la salute con altre riforme, in primis la scuola e la ricerca universitaria, per valorizzare comunità e territorio. È quel decentramento territoriale che il lockdown ci ha invitato a ritrovare; quanto è accaduto in risposta alla pandemia da Coronavirus non è un incidente di percorso, ma lo svelamento di una serie di politiche vecchie e disfunzionali, etiche di distanza e di controllo sociale che certo non reggono la sfida della complessità di oggi. Per de-istituzionalizzare l’emergenza con la riforma del sistema socio-sanitario dobbiamo incidere anche in altri mondi, attraverso la scuola, l’università, la ricerca, le politiche di giustizia sociale ed economica, le abitazioni, il lavoro, il contrasto alla povertà, le disuguaglianze, quella spinta alla conversione ecologica che ha indicato a credenti e non credenti la Laudato sì. 

Questa proposta può e deve volare alto. A partire da oggi, dobbiamo assumerci un protagonismo politico non a parole, ma con prassi documentate e monitorate, convinti come siamo che un welfare di comunità può produrre giustizia, bene sociale, anche risparmio sociale e vero benessere per tutti; ecco perché abbiamo l’entusiasmo del neofita, di chi accoglie quel principio-speranza che è colmo di spinte coraggiose. L’entusiasmo di chi si muove con l’ingenuità di una politica vissuta nel disinteresse, nella gioia di promuovere legami e anche indignazioni vere; partire dai bisogni e non dalle regole cristallizzate era l’indicazione di quel movimento che può essere chiamato di de-istituzionalizzazione e che può respirare attualità anche oggi.

Politica significa concreta capacità di pensare, agire e proporre. E noi non siamo un generico gruppo di studio, ma esattamente forze della comunità che agiscono sul campo. Da oggi ci prendiamo alcuni impegni che sono i punti di non ritorno dell’Associazione Prima la Comunità:

- saper mettere in discussione paradigmi vecchi (comunità e non solo servizi, salute e non solo sanità, relazione e non solo tecnica, economia ma anche sostenibilità ed economia circolare che includa risorse umane e saperi). Come fare? Certamente con un instancabile lavoro culturale rivolto alla cittadinanza e promosso dalla cittadinanza che se ne fa carico. E poi con una speciale cura formativa per gli “operatori della complessità”, figure professionali di diverse competenze tutte accomunate dalla capacità di fare connessioni;
- lavorare con il metodo della sperimentazione. Ciò significa concertare, provare, rischiare, lasciarsi interrogare dalla realtà delle persone e dei contesti. Per noi la sperimentazione è concretamente legata al possibile decreto ministeriale ma anche all’utilizzo delle conclusioni del lavoro di ricerca del “community building” che stiamo realizzando con Istituto Sant’Anna di Pisa e Università Bocconi;
- organizzare iniziative, anche convegnistiche, sia a livello territoriale che a livello nazionale per il confronto e per la diffusione delle buone pratiche;
- fare reti e allargare i confronti in funzione sia della forza contrattuale che delle alleanze;
- avere un piano di comunicazione come elemento che permetta di seminare.

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