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Non gestiamo la povertà... liberiamola!

3 luglio 2013

Contro l'assistenzialismo per una vera de-istituzionalizzazione della lotta all'esclusione sociale

Quanti amministratori della povertà, osservatori che ci consegnano statistiche  a getto continuo. Quanti portavoce dei poveri sorgono e crescono da ogni parte, anche nel nostro Paese!

Povertà, poveri diventano parole molto gettonate e inflazionate. Sono parole usate da tutti, troppi forse. Non costa niente citare poveri e povertà, anzi, permette di sentirci buoni, quasi che così ci è permesso di passare sopra a tante responsabilità trascurate, ad una crescita di quella che è chiamata” globalizzazione dell’indifferenza”. Ma la povertà  la si vorrebbe controllare, custodire e governare, contenere in luoghi separati, soprattutto quando si fa visibile o turba la vita normale, mostra i tratti  della miseria, evidenzia il disagio e la sofferenza che esprime, si fa a volte anche pericolosa, può portare inquietudine, alimentare insicurezza e paura.
Ecco perché si privilegiano due modalità di risposte apparentemente contradditorie, ma di fatto omogenee: assistenzialismo, enfatizzando l’emergenza, e aumento di risposte che vorrebbero moltiplicare contenitori. Questo è stato anche per i manicomi. De-istituzionalizzare ha significato non soltanto chiudere i manicomi ma soprattutto cambiare mentalità e cultura.

Per questo dico: de-istituzionalizzare la povertà, renderla familiare, prossima, capace anche di scandalizzare, di farci sentire poveri cittadini, sfidati dalla povertà, anche dalla nostra povertà, dalla nostra sofferenza urbana che sta nella comunità e nei territori dove viviamo.  Perché de-istituzionalizzare la povertà?

Noi vorremmo catalogarla, frammentarla, abbandonarla, ignorarla o semplicemente separarla, quasi vivisezionarla, dimenticando che ciascuno, anche il povero, è portatore di dignità e diritti non concessi per bontà, ma costitutivi e ineliminabili. Sì, dentro la povertà  ci sono donne e uomini, bambini che ci interpellano, sono parte della nostra famiglia umana. Anche la fame che aggredisce la vita di miliardi di persone, il grido delle vittime innocenti o tradite da falsi ideali, la sofferenza che devasta esistenze, milioni e milioni di profughi che fuggono dalla guerra, dalla violenza assassina, milioni di donne, uomini, bambini accatastati nei campi profughi…da questi “sotterranei della storia” esce un grido che va accolto, non limitandosi a sentirci buoni o con una indifferente e cinica risposta “ e io cosa ci posso fare?”. Dobbiamo abitare questa sofferenza, non allontanarla e legittimarla solo con un’assistenza di bontà, renderla marginale o messa sotto controllo.

Dobbiamo de-istituzionalizzare la povertà, liberare la domanda di giustizia fraterna di umanità amata e amica, condivisa. Essa deve entrare in noi, farsi prossima, abitare nel territorio dove si vive il silenzio degli onesti che rispettano la pazienza e sapienza dei poveri, di coloro ai quali sono negati non solo i diritti, ma anche il diritto di chiederli. Deve diventare e farsi nostra, farsi cultura, modo di pensare e guardare. Quando si sono chiusi i manicomi non si è abolito il pensare e il lasciar spazio all’esclusione sociale, al suo perpetuarsi in tanti contenitori che di fatto separano  e non ci consegnano l’interrogativo vero, cioè che si deve partire dal fatto che sono e devono abitare il territorio come noi e con noi. Il territorio non è un “terricomio”, ossia una nuova istituzione chiusa:  proviamo a non lasciarci condizionare  da un welfare ridotto e assistito, tutto prestazioni che partono dall’emergenza, moltiplicata e continua che insinua l’idea che il potere appartiene a chi aiuta, lasciando così spazio alla discrezionalità.

Dobbiamo de-istituzionalizzare il potere di chi aiuta, delle professioni che si difendono da questa inquietudine e urgenza; addirittura si può rendere benevola la povertà, a volte dolce, misticamente compatibile e anche utile alle nostre appartenenze. Ecco perché liberarsi dalla egemonia dell’assistenzialismo, da politiche sociali di controllo significa  de-istituzionalizzare il nostro pensare, la nostra cultura, i suoi punti di partenza irrinunciabili. Solo così ci si libera dalla pretesa dell’onnipotenza tecnocratica, dalle false illusioni del potere che legittima marginalità e producono cronicità. La povertà, la sofferenza non la si può cronicizzare, non è materia di propaganda. Ecco perché dobbiamo de-istituzionalizzare la povertà e riprendere a gridare se si riaprono per esempio i manicomi e non si chiudono quelli criminali o ci si riduce a contenere la sofferenza, a sopportare e lasciare che si contengano le persone ad un letto, che si abbandonino costringendole a portare la sofferenza delle persone in piazza per far sorgere il brivido della compassione. Dobbiamo gridare se si impedisce di fuggire dalla guerra, se  si negano i diritti di asilo, se si continua  a sostenere  che lo straniero immigrato è un problema e che deve dimostrare di non essere pericoloso. Si producono capri espiatori delle nostre paure sociali, si accetta che mamme e bambini siano reclusi  nei centri di presunta accoglienza, che si legittimino i centri di identificazione ed espulsione, che il carcere diventi la cloaca delle marginalità sociale esclusa, abbandonata e ammassata in celle disumane e senza spazi vitali. De-istituzionalizzare la povertà significa anche sfidare un’economia finanziaria dove il divario tra ricchi sempre più ricchi  e poveri, sempre più poveri, è in aumento e questo è intollerabile.

Bisogna scandalizzarci se, nel Paese che si reputa all’avanguardia nella civiltà, si permette la pena di morte, che vede un condannato a morte agonizzare  per ore e ore, che il femminicidio sia sì condannato, ma senza avvertire che è la spia tremenda di una violenza di genere.

Potremmo non smettere di elencare drammi, ma rompere il silenzio indifferente o rassegnato è urgente, perché la de-istituzionalizzazione della povertà e della sofferenza deve orientare il nostro sguardo, custodire le nostre autentiche speranze.  Deve essere un’ecologia della mente, del rispetto del creato, della terra, di tutti i viventi. De-istituzionalizzare la povertà per liberare il desiderio di felicità e libertà. Proprio perché significa de-istituzionalizzare la nostra falsa e pretesa onnipotenza ci si chiede di diventare poveri davvero, bisognosi di ricerca, pensanti dubbiosi e per questo ricercatori appassionati. Si deve diventare custodi della complessità. Ed allora sottraiamo la povertà dalla gestione dell’aiuto anonimo, dal suo controllo, da quell’assistenzialismo strisciante e ossessivo che vorrebbe monetizzare tutto, rendere tutto prestazione più o meno mercantile. I poveri devono mettere in discussione permanente il sistema di sviluppo quantitativo che produce ingiustizia, uno distorto sviluppo che non si può legittimare ed accettare, magari con rassegnazione.

Non si può indebolire l’urgenza dei diritti, permettere di utilizzare povertà e sofferenza per attività di propaganda, spesso inondata di parole e buoni propositi, a volte per strappare un consenso contrabbandato dalle domande di sicurezza. Sottraiamo la povertà dalla sua istituzionalizzazione anche quando parrebbe moltiplicare attività volontarie, chiede ed invoca un 8 o 5 per mille moltiplicatore di aiuti, un imbonimento di buoni sentimenti. Non si può indebolire l’urgenza dei diritti, dell’avere uno sguardo che non chiama e definisce poveri coloro che prima di essere poveri sono donne e uomini, cittadini come noi che, con la povertà che mostrano, chiedono una responsabilità e condivisione di un cammino comune, di una lotta competente e avvolta di mitezza per promuovere diritti. Ecco perché dobbiamo de-istituzionalizzare la povertà e cominciare a raccogliere questa sfida, raccontarla e viverla: infatti la povertà con i suoi volti, la sua storia di vita sta sul territorio, entra nei nostri corpi, nel nostro amare, nel nostro condividere. Si tratta di diventare davvero intransigenti e non addebitarci responsabilità di omissione. Ecco perché de-istituzionalizzare significa prendersi cura soprattutto di chi porta, come persona e comunità, il segno, lo stigma della sofferenza, della mancanza di dignità. E’ da lì che bisogna partire per inventare un nuovo modo di costruire relazioni giuste, essere affamati di giustizia, di desideri di fraternità. Significa scavare nelle coscienze e lasciar spazio interiore e intelligente al dubbio, allo sguardo alla inquietudine che non permette rassegnazione. La crisi che viviamo è tutta racchiusa e avvolta in un individualismo cupo, falsamente illuso che la debolezza e il limite siano da contenere e allontanare per poter vivere e consumare sicurezze quantitative. De istituzionalizzare per poter guardare e abitare sul territorio dove si sta, caricandoci di competenze nuove, di meticciate identità per ritrovare la solitudine dell’esistere senza impaurirci, ma avvertendo anche che da lì si può custodire il desiderio di un futuro, di un’utopia felice che ci rende donne e uomini planetari. Ecco perché bisogna tracciare sul territorio percorsi di cambiamento, stare nel mezzo dei conflitto, attraversare le diseguaglianze, non smettere mai di riconsegnare il potere che si presume di avere e che è concesso per eredità coloniale. Ecco che non si può rinchiudere la sofferenza, ma darle volto, nome, cura  lontana dal risuscitato potere tecnocratico, per poter fermarsi ad aprire cancelli e porte. Non muri, ma ponti.

E’ un sentimento di tenerezza che entra nel corpo vivente e che sa restituire agli uomini, a ciascuno di noi, quell’umanità dell’umano che impedisce di rassegnarci se ancora una volta si vuole dividere e sancire esclusione sociale.
De-istituzionalizzare l’economia per non lasciarla in balia della finanza impazzita, di logiche impazzite che rendono tutto un gioco di borsa di speculatori, di società impazzite da cui ci si può e ci si deve sottrarre gridando tutta l’indignazione possibile, ricostruendo dal basso, sul territorio abitato la nuova socialità umana. Piccoli e possibili luoghi, periferie sociali ed esistenziali, sobborghi lacerati, favelas metropolitane. E’ ricostruire la speranza possibile  da lì, da dove esce la domanda di una spiritualità vera, un’intercessione sentita anche come preghiera vissuta ascoltando e invocando, sostando davvero a creare spazi di silenzio, di innamorati in ricerca di una sincera e nuova bellezza del vivere.
Sostare davanti al muro che divide e sotto lo sguardo militare lasciare con mitezza il silenzio di una preghiera, come ha fatto Papa Francesco.

Davanti ai tanti muri, ai  luoghi chiusi segregati dobbiamo aprire varchi, fessure di speranza,  anche davanti ai tanti contenitori di povertà anonimi e senza volto.

De-istituzionalizzare la speranza, liberarla da rigidità possessive, superare i contenitori, le povertà addomesticate. Siamo sfidati tutti nel lottare contro la povertà, nel scendere agli inferi, nell’attraversare i tanti inferni di guerra e fame e ripartire da lì, dalle tante vittime di un mondo ingiusto per non rassegnarci nel dimenticare per sempre, nel legittimare esclusioni umane. Ecco perché i manicomi plurali, le condanne senza fine, la violenza praticata e ammantata di falsa religione, debbono  essere rifiutate per sempre.

A me, cantore appassionato, rimane la gioia di un Vangelo che regala speranza e beatitudine a chi è povero di amore e abbandona la tristezza appesantita da verità astratte. I poveri, volti non più anonimi, storie di vita, anche se di scarto: ecco con loro riprendiamo il cammino, sgretoliamo false certezze e inginocchiamoci di fronte al crocefisso giusto, innocente e da lì, colmi di stupore, riprendiamo il cammino di discepoli poveri di un Gesù che ci dona l’ebrezza eterna di pace e fraternità vera. Sì, si può essere pellegrini di pace, per una profezia condivisa, vissuta insieme in una chiesa, umanità diffusa, sognando e vivendo… fraternità samaritana.

Don Virginio Colmegna

[foto di Emanuel Leanza "Eleanza" via Flickr]

 
 

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