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La povertà non si allontana, si affronta

20 ottobre 2016

Una riflessione di don Colmegna sugli ultimi dati Caritas relativi agli indigenti e sul rapporto tra cittadinanza ed esclusione

Le file fuori dagli enti benefici per ritirare i pacchi di cibo, gli angoli di città dove passare la notte all’addiaccio, l’elemosina chiesta fuori dai supermercati o ai semafori. Ce lo dicono i numeri, ma soprattutto le persone che incontriamo nella nostra esperienza quotidiana: in Italia, 4,6 milioni di persone vivono in povertà assoluta (il dato più alto dal 2005 secondo Caritas), in Lombardia ci sono 670 mila indigenti e, a Milano, secondo il Banco Alimentare, sono 3 mila i minori che non hanno cibo sufficiente a casa, ricorrendo ai pasti donati dalle associazioni caritative alle loro famiglie. 

Dopo anni di crisi, la povertà è diventata ancor più vicina e visibile. Riguarda la normalità e, per questo, crea disagi, a volte ingigantiti da una certa politica strumentale, altre volte reali e concreti, da affrontare partendo dagli interrogativi giusti. E quando si parla di povertà le domande che dobbiamo porci sono quelle legate ai diritti, al welfare e alla cittadinanza. Ogni azione di contrasto alla povertà è un asse strategico dal punto di vista culturale, politico ed economico perché la povertà e, ancor di più, la crescente disuguaglianza sono freni al nostro sviluppo e, quindi, combatterle significa promuoverlo. Solo se si parte da questo presupposto, diventa possibile declinare questa idea in tanti interventi di qualità, efficaci per chi è nel bisogno e benefici per l’intera collettività. 

Il disagio che, in certi casi, una parte di cittadinanza lamenta nei confronti di alcuni servizi per i meno abbienti può anche trovare risposte legate alla logistica, al decoro e alla sicurezza, ma si tratta di soluzioni parziali e temporanee. Considerare i poveri un problema, pensare di risolverlo chiedendo loro di non disturbare o spostandoli sempre un poco più in là, mettendo sempre più distanze tra loro e gli altri cittadini è sbagliato, illusorio e inefficace. Se non si affronta lo scandalo della povertà alla radice, si finiscono per moltiplicare gli spazi di assistenza quando invece l’obiettivo dovrebbe essere ridurre il numero di persone che ne hanno bisogno, senza bisogno di creare ghetti o politiche controllo sociale. 

Una città inclusiva non separa chi è considerato diverso o povero, ma non nega nemmeno le difficoltà dei suoi cittadini. Bilancia queste ultime con le relazioni solidali e le stempera con un’offerta di aiuto che cresce al crescere della domanda, non solo a livello quantitativo, ma anche qualitativo. Si tratta, quindi, di pianificare, progettare e governare le politiche di assistenza e di lotta all’indigenza, con il contributo dei cittadini e del terzo settore, ma soprattutto con una forte guida pubblica. È in quest’ottica di giustizia e di bene comune che mi auguro vengano spesi i fondi destinati a Milano nell’ambito dello stanziamento da 50 milioni di euro che il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ha disposto in favore dei senza dimora. 

I progetti che verranno messi in campo da qui al 2019, anche grazie al contributo della Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD) e di tutti gli enti della società civile, saranno un banco di prova importante per le istituzioni cittadine, in particolare su temi come prevenzione, contrasto alla cronicità e percorsi di autonomia. Saranno un’occasione importante per ribadire che la povertà ci riguarda, ma anche che va affrontata. E bene. Se lo faremo, solidarietà, coesione e qualità della vita cresceranno, per tutti. Se, invece, non ne saremo capaci, indifferenza, chiusure e rancori troveranno sempre più spazio.


Articolo pubblicato su La Repubblica Milano del 20 ottobre 2016.

La foto in apertura è di Stefano Pavesi.

 
 

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