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Casa della Carità
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1940-1945, 25mila le vittime dimenticate dello sterminio di rom e sinti italiani

16 maggio 2018

“Porrajmos”, grande divoramento, o “Samudaripen”, tutti morti, sono le parole che in lingua romanes indicano questo genocidio, che attende ancora un’ammissione ufficiale da parte dello Stato italiano. La Casa della carità sostiene le comunità rom e sinte, impegnate nella battaglia affinché questo riconoscimento possa avvenire al più presto

 

In Italia nei primi anni ‘40 il regime fascista aveva organizzato a Boiano  (Campobasso),  Agnone  (Isernia),  Tossicia  (Teramo),  Prignano  sulla  Secchia  (Modena),  Berra  (Ferrara),  Castello  Tesino  (Trento) dei campi di  concentramento  dove internare solo “zingari”. In altri campi a  Ferramonti  di  Tarsia  (Cosenza),  Isole  Tremiti  (Foggia),  Vinchiaturo  (Campobasso),  Casacalenda  (Campobasso),  Isernia, rom e sinti erano rinchiusi insieme ad altri prigionieri, soprattutto oppositori politici. Accanto a queste realtà già censite, se ne aggiungono altre decine la cui esistenza è testimoniata dai prigionieri, ma su cui occorre proseguire le verifiche negli archivi. Pochi conoscono questa realtà, perché quella del Porrajmos, come in lingua romanes è chiamata la persecuzione, l’internamento e lo sterminio nei lager nazifascisti di oltre mezzo milione di rom, sinti e caminanti in Europa, nel nostro Paese è una vicenda dimenticata, che non è nemmeno menzionata nella legge che ha istituito il Giorno della Memoria il 27 gennaio. 

Per far luce su questa storia rimossa, il 15 e 16 maggio 2018 l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio italiano) ha per la prima volto promosso due giornate di ricordo e approfondimento sul Porrajmos, in occasione della ricorrenza di un altro importante avvenimento dimenticato: la ribellione, avvenuta il 16 maggio 1944, di oltre 3mila rom e sinti internati nello Zigeunerlager di Auschwitz, l’unico atto di rivolta mai avvenuto all’interno di un lager. Una di queste giornate si è svolta proprio ad Agnone, in Molise, dove sorgeva il principale campo di internamento in Italia per rom e sinti, realizzato all’interno dell’ex convento di San Bernardino. Qui si è svolta una toccante cerimonia, al termine di una camminata della memoria partita dalla vecchia stazione della città, che ha ripercorso la stessa strada che, incatenati, percorrevano i prigionieri.

Casa della carità ha voluto essere presente, per sottolineare il suo impegno accanto alle comunità rom e sinti di tutta Italia, affinché il Porrajmos possa essere finalmente riconosciuto ufficialmente a livello istituzionale, per ridare dignità alle centinaia di migliaia vittime e ai loro familiari e per costruire un presente e un futuro di piena cittadinanza delle popolazioni rom.

Luigi Manconi, direttore dell'UNAR

Rompere il silenzio steso sullo sterminio di rom e sinti e ridare dignità alle vittime

A volere fortemente questa due giorni è stato Luigi Manconi, direttore generale dell’UNAR, che ha sottolineato quanto un’iniziativa del genere sia importante per le comunità rom e sinti e anche per tutta la società italiana: “Nel ricordare gli orrori avvenuti, riconoscendo errori e responsabilità in primis dello Stato italiano,  facciamo un gesto di grande rispetto e unità, di rapporto pieno con il nostro passato.

Oggi questo è possibile, perché tra i rom e i sinti e chi, come me, non è né rom né sinti, c'è finalmente un rapporto di conoscenza, che consente di potersi guardare negli occhi, di potersi parlare, di poter riconoscere la storia degli uni e degli altri, con ciò che di grande c'è stato e con gli errori commessi, ma soprattutto di far sì che questa memoria cancellata possa diventare un fattore positivo per il presente e per il futuro. Sono infatti convinto che l’aver cancellato dalla Storia le vittime rom e sinte, ha consentito a tanti di guardare a loro come persone marginali, da escludere dalla vita sociale e in molti casi da disprezzare.  

Se si riacquista il senso della Storia, se si conquista la dignità di una memoria collettiva, penso che l’identità e la cultura di rom e sinti potranno essere meglio conosciute e riconosciute. Dopo questo piccolo passo di oggi, spero ne seguiranno altri per far emergere queste pagine di sofferenza e riconoscere la giusta dignità alle vittime.

 

Fiorello Miguel Lebbiati:

I rom e sinti che si sono ribellati ad Auschwitz sono partigiani di tutta l’umanità

Grazie alle ricerche condotte dal professor Francesco Paolo Tanzj e dai suoi studenti del liceo scientifico di Agnone si è individuata, tra le 150 persone che furono internate a San Bernardino, Milka Goman. Con i suoi ricordi, nel 2005 questa donna ha permesso di riconoscere nell’ex convento, oggi casa di riposo per anziani, il luogo dove lei e la sua famiglia furono prigionieri.

A ricordare Milka, scomparsa lo scorso anno all’età di 96 anni, c’erano la figlia Milena e alcuni nipoti, tra cui Fiorello Miguel Lebbiati: “Camminare su quella strada e pensare che miei parenti l'hanno percorsa, incatenati dallo Stato italiano, il mio stato, che io rispetto e amo, mi ha fatto provare una forte sensazione di dolore.  

Essere qui è importante per tutti e farlo proprio il 16 maggio, il giorno a partire dal quale, per due mesi e 15 giorni, rom e sinti hanno bloccato la macchina della morte di Auschwitz è ancor più significativo. L’orgoglio di quelle persone che si sono ribellate, dobbiamo portarlo nel nostro cuore, farlo diventare nostra forza ed energia, e trasmetterlo anche ai non rom, perché quelli che si sono ribellati sono anche i vostri partigiani, partigiani dell'umanità”.

 

Djana Pavlovic, rappresentante della comunità rom

C’è un lungo filo di memoria e resistenza che lega passato e presente di noi rom, che non deve essere spezzato

Intervenendo in rappresentanza della comunità rom, dopo aver ricordato il mezzo milione di uomini, donne e bambini vittime del Porrajmos, Djana Pavlovic ha ripercorso le tappe di una lunga storia di persecuzioni subite dal popolo rom, al quale esso però ha saputo resistere.

“C’è un lungo filo di memoria e resistenza che lega passato e presente di noi rom, un filo che passa attraverso la liberazione degli schiavi rom in Romania a fine ‘800, che ha consentito loro di ottenere il diritto di voto, e dalla rivolta dello Zigeunerlager di Auschwitz, unica ribellione allo sterminio in un lager nazista.

In momento in cui tutta Europa si sta spostando a destra, dobbiamo avere più coscienza di essere parte di quel filo, che non si deve spezzare, aggrappandoci alle istituzioni, chiedendo loro di riconoscere il Porrajmos, e ai giovani, perché conoscano e comprendano le cause dell’odio e dell’indifferenza.

Ai nostri figli vogliamo trasmettere questa storia, non per vittimismo ma per rafforzare la consapevolezza di appartenere a un popolo che ha subito un tentativo di sterminio, che è sempre stato escluso dal sistema sociale ed educativo, ma che nonostante tutto c'è, resiste e ha fatto tanti progressi.

 
 

La targa che risposta i nomi delle famiglie internate nel campo di Agnone

Facciamo conoscere ai giovani queste pagine di storia drammatica del nostro Paese

Intervenendo a nome della comunità Sinti, Ernesto Grandini ha ringraziato il sindaco di Agnone che, ospitando la commemorazione, ha permesso di portare a compimento il lavoro di ricerca e di ricostruzione della memoria storica dei luoghi di internamento per rom e sinti iniziato dal professor Tanzj e dai suoi studenti.

“Solo nel 2013 abbiamo avuto la possibilità di fissare sull’ex convento di San Bernardino una targa dove sono impressi i cognomi dei prigionieri di questo campo: tra quei cognomi compaiono quelli di famiglie intere che non ci sono più. Queste vittime, insieme a tutte le vittime del Porrajmos, ci chiedono di coltivare la memoria perché sia riconosciuto finalmente in modo ufficiale il genocidio di rom e sinti.

È necessario che anche queste pagine di storia drammatica del nostro paese siano fatte conoscere ai giovani, a scuola come ha fatto professor Tanzj, altrimenti si rischia che questi 80 anni dalle leggi razziali siano passati invano”.

 
 

Giorgio Bezzecchi ritira la targa dedicata al padre Goffredo. Foto di Redattore Sociale.

Se non ci impegna a tener viva la memoria, le umiliazioni del passato rischiano di tornare

Padre e madre entrambi internati nel campo di Tossiccia, in Abruzzo, il nonno morto nell’inferno di  Birkenau: “Non ce l'ha fatta, è passato per il camino", ricorda Giorgio Bezzecchi con voce rotta dall’emozione. Dagli aguzzini del lager si è salvata invece la zia, vittima dei disumani esperimenti del dottor Mengele.

Ma non è solo la memoria degli anni del Porrajamos, ad angustiare i ricordi di Bezzecchi che non ha dimenticato i giorni del 2008 quando, a seguito dell’approvazione da parte del governo Berlusconi di un decreto che prevedeva la schedatura di rom e sinti, una settantina di agenti, dopo aver circondato il campo di via Impastato a Milano, hanno schedato e preso le impronte digitali a una quarantina di persone, comprese donne e bambini, praticando così una vera e propria schedatura su base “etnica” di cittadini italiani, in violazione dei loro più elementari diritti costituzionali.

“Quel giorno, a 70 anni dalle leggi razziali, mio padre Goffredo ha dovuto subire una nuova schedatura, un’umiliazione accettata in silenzio e con il timore di rivivere il passato. Ci sono voluti altri 10 anni perché lui, e con lui simbolicamente tutto il popolo rom e sinti, potesse avere un riconoscimento istituzionale del suo internamento, con la consegna di una targa da parte dell’Unar in occasione della Giornata Internazionale del Popolo Rom dell'8 aprile 2018. È stato un primo importante passo di un percorso verso un pieno risarcimento morale".

 
 

Santino Spinelli legge la poesia "Auschwitz", da lui composta e incisa sul monumento al Porrajmos di Berlino

L’Italia non ha ancora compiuto una riflessione approfondita su quanto avvenuto durante il Porrajmos

Tra i campi di internamento per rom e sinti ancora non ufficialmente riconosciuti come luoghi di detenzione c’è quello di Rapolla, in Basilicata, dove venne internato insieme ad altre 26 familiari, il padre di Santino Spinelli, che oggi si sta dando attivamente da fare per ricostruire, attraverso una ricerca negli archivi, la presenza di quel luogo di reclusione, raccontato da diverse testimonianze di sopravvissuti.

L’Italia non ha ancora compiuto una riflessione approfondita su quanto avvenuto durante il Porrajmos, come è invece accaduto in Germania, e questo fa sì che si continui a escludere e discriminare rom e sinti su base etnica. Per questo, sono importanti giornate come quella odierna, per far riemergere gli orrori sommersi, che la propaganda postbellica ha cercato di mettere a tacere. Faticosamente stiamo riportando alla luce quella storia, affinché cose del genere non succedano più e non siano più possibili politiche dirette alla discriminazione, e si portino avanti invece politiche di inclusione e di rispetto che aiutino la convivenza tra rom e gagé”.

Spinelli, insieme a tante altri cittadini e realtà, si sta impegnando nel progetto di realizzare un monumento alle vittime del Samudaripe, che dovrà sorgere a Lanciano, dove esiste già un Parco delle Memorie dedicato a chi ha perso la vita nel locale campo di internamento per donne ebreee. Il monumento rappresenterà una donna romnì con bimbo aggrappato al seno e la gonna imbrigliata nel filo spinato, che grida dolore ma anche orgoglio, e vuole essere il simbolo della vita che non si arrende.

 

"Auschwitz" di Alexian Santino Spinelli

Muj shukho
Jakha kale
Wust shurde.
Kwite.
Jilo cindo
Bi dox
Bi lav
Nikht rovibe.

Faccia incavata
Occhi oscurati
Labbra fredde.
Silenzio.
Cuore strappato
Senza fiato
Senza parole
Nessun pianto.

 
 
 

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