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Pentecoste

At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20

8 giugno 2014

“Non vi lascerò orfani: verrò da voi”. La Pentecoste è giorno di festa vera, di gioia profonda. “In quel giorno voi saprete che io  sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”. Si, siamo in pienezza figli di Dio, partecipi della comunione con Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Gioiamo di questa vita che è nella Pasqua di Gesù, meritataci dalla sua morte e risurrezione, piena e senza fine. Abbiamo in noi la sorgente della vita che non finisce. E’ il dono dello Spirito che è in noi e ci fa chiamare Dio Abba e ci dà il compito di portare questa verità che è pienezza di vita nel mondo intero, partendo dai più fragili e poveri, come Gesù ha testimoniato e vissuto. E’ questa forza interiore, spirituale che ci dona il dinamismo della carità, che è la nuova lingua dei discepoli di Gesù, che fa sì che tutti lo comprendano.

E’ il miracolo della Pentecoste che gli Atti descrivono e che anche noi dobbiamo vivere. Si, questo dono dello Spirito non è una conquista nostra, ci immette nell’avventura creatrice dell’amore infinito di Dio, che desidera un’ umanità fraterna, che vive relazioni di pace, capace di fecondare la vita, di custodire la bellezza della creazione, di stupire e stupirci sempre per quella nostalgia di Paradiso, di umanità che porta in se’ quella sete di infinito, di pace giusta, di creazione piena. di cura e di amore. Si è questo il mistero rivelato che la comunità dei discepoli, la Chiesa con la pluralità dei carismi e dei doni, deve raccontare, testimoniare. Noi oggi viviamo nella Pentecoste la gioia di essere chiamati ad essere Chiesa, convocati dalla Parola, dall’Eucarestia che celebriamo per rivivere già da oggi la felicità della vita che è dono per tutti. E’ una nuova creazione che è già in germe presente, che feconda la storia che viviamo, che si fa desiderio di comunione vera. E questo  non è un sogno, ma è verità testimoniata e vissuta nella Pasqua di Gesù che ci ha regalato lo Spirito creatore. Dobbiamo essere ebbri di gioia, come è successo agli apostoli. Pentecoste è una festa da contemplare, da vivere nel silenzio che è preghiera, da avvertire nella nostra carne. Oggi la celebriamo qui in questa Casa, con i tanti volti e storie che popolano questa quotidianità, con lo sguardo che ci porta ad avvertire l’ingiustizia, l’esodo che si fa fuga dalla propria terra insanguinata, donne e uomini che soffrono, che spesso portano nel cuore deliri e invocazioni di aiuto, donne e uomini che hanno su di sé lo stigma dell’esclusione, che portano con sé anche i propri errori, i propri limiti, che invoca chiedendo misericordia, che anche noi chiediamo e invochiamo.

Sì siamo Chiesa, umanità con fedi, culture diverse, spesso sconosciute, donne e uomini che dubitano, in ricerca. Chiesa che non convoca a sé ma che esalta la libertà dell’attesa invocata e vissuta di umanità in pace. La carità’ vissuta non è per  rafforzare il nostro essere Chiesa, ma per aprire al mondo intero, nell’unico linguaggio che può ancora scorrere come linfa e sorgente zampillante come è stato per la samaritana. E’ la preghiera che oggi Papa Francesco farà per la pace nella terra santa. Per noi e con noi sappiamo che preghiera’ dal cielo il Card. Martini che a Gerusalemme ha voluto consegnare il tempo prezioso della sua vita ultima e che sappiamo guarderà anche questa Casa che oggi vive la Pentecoste con credenti e portatori di vita di Chiesa ambrosiana, qui attorno a questa mensa, a quella Parola ascoltata. La mia gioia e nostra gioia è grande per poter dire a noi, a me stesso che la carità ha questo fondamento contemplativo, di preghiera vissuta. A fronte di un rischio presente di rendere la carità operosa sempre più opera nostra, con appartenenza ecclesiastica, quasi proprietà nostra, vista la grande libertà aperta e invocante che rende e ci rende tutti poveri e umili e capaci di intercedere e invocare. Credeteci, è solo la dimensione contemplativa vissuta e quasi nascosta nella quotidianità della condivisione che si fa sorpresa gioiosa e carica di futuro e pace.

Ecco quel popolo di tante lingue che si riunisce è il mistero della Chiesa che nella carità scopre di essere custodita e amata dal Dio della vita. La gioia della Pentecoste è la grande e umile esperienza spirituale che va accolta e ci chiede di essere operosi, anzi da’ il senso al nostro fare e vivere carità, ma anche di far sì che anche in questa Casa l’ospitalità, quella che Abramo ha offerto nella tenda vicina alle querce di Mamre, quella che il samaritano ha chiesto al locandiere per prendersi cura del malcapitato ferito, non perda mai questa spiritualità contemplativa che toccherà anche a noi avvertire e raccontare. Sì, grazie per questa Pentecoste vissuta insieme a voi di Azione Cattolica, perché ci aiutate a comprendere che non si è solo un’opera di carità, ma che qui si svolge un compito che chiede anche a noi di convertirci alla gioia liberante del Vangelo, compito e missione non solo organizzativa, ma anche pastorale. Spesso viene dimenticato, ma il dono di condividere insieme la Liturgia di Pentecoste ci conforta e ci dà coraggio e speranza . Non vorremmo diventare solo una realtà tra le tante opere di carità, ma avere quel segno quello sguardo che è dono di questa Casa, come la desiderò Martini, una Casa che, senza reticenza ma nella franchezza  che è dono dello Spirito, è messa in difficoltà e ha bisogno del vento della Pentecoste per stare nel cammino della nostra Chiesa ambrosiana. E’ questa cultura della dell’incontro, questo segno che può e deve ritrovare il coraggio e  comunicare come Papa Francesco ci indica. Per questo chiedo a me stesso e a voi di pregare e di non lasciare questo incontro solo un episodio, ma l’inizio di un percorso.

”Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo spirito, distribuendole a ciascuno come vuole”. E davvero invochiamo lo Spirito perché ci doni questa comunione di cammino.

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