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Casa della Carità
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Osare e sperare un tempo nuovo

La riflessione pasquale del presidente della Fondazione don Virginio Colmegna


La Settimana Santa, in particolare il triduo Pasquale, è un tempo da vivere in modo straordinariamente intenso, perché sono giorni dove nel rito riviviamo, come credenti, il mistero che è il cuore del nostro credere: è la vittoria della vita sulla morte, è l’irruzione della speranza che si fa promessa e sguardo di pace sull’umanità intera.

Si celebra un mistero che interpella tutti: a tutti è chiesto di scambiarci la vita, cioè il tempo, le energie, la disponibilità. Osare questo tempo nuovo è possibile se nella storia che viviamo non diventiamo indifferenti ed estranei, ma ci interroghiamo e ci mettiamo in cammino.
Abbiamo assunto come stile di vita questo “resistere“ in modo non violento, continuando ad osare… fino alla Risurrezione.

Mi sto preparando a questa Pasqua, interrogato dai grandi drammi e sofferenze che incontriamo, che ascoltiamo, vicini e lontani; eppure Pasqua è vivere speranza, dilatare spazi di fraternità, avvertire che la vita fiorisce comunque. Papa Francesco ci richiama alla gioia, a riprendere fiducia, e ciò è particolarmente importante oggi, anche tra di noi. I fiori a ogni primavera rendono bella la Terra di Dio, sono tutti di colori diversi, anche di qualità non ancora viste. Bisogna riprendere fiducia, vigilare perché si possa avvertire tutti la chiamata a vivere, come persone e popoli, la fedeltà alla misericordia. 

Oggi più che mai siamo costretti in termini radicali a misurarci con il dolore, con l’ingiustizia, con lo strapotere del male, con la debolezza e la povertà che ci rendono tutti fragili e vulnerabili. In Casa della carità, e nei luoghi dove cerchiamo di operare e dare tempo solidale, ci sentiamo quasi travolti dalle tante domande e dai tanti perché che accompagnano il nostro stare e operare. Non possiamo rimuovere questa profondità riflessiva: il silenzio, la cura e lo sguardo dei volti che frequentiamo ci trascinano in un sentire e operare interrogato, carico di domande, di inquietudine. La società tecnologica ci pone davanti anche qualcosa di inimmaginabile come il terrorismo mediatico, la barbarie che si fa notizia, una frantumazione di speranze, vittime innocenti che gridano il loro dolore. La terra, la storia che viviamo è bella, come dice Paolo, ha in sé tutta la creazione, ma anche i dolori del parto. Niente si può nascondere. 

Queste considerazioni non sembrino scontate se pensiamo al dramma del nostro secolo, con le sue guerre, con il moltiplicarsi delle stragi, di esodi di massa, con la distruzione della natura, con quel crescere e dilatare della cultura dello scarto, come dice Papa Francesco. Forse comprendiamo meglio oggi il dipinto “Guernica”, dove Picasso elimina quasi i colori e deforma i corpi di uomini e animali, come per dirci  che l’umanità è scomparsa. 

Alla Casa della carità diciamo spesso che stiamo nel mezzo ma questo significa anche portare in noi gli interrogativi dell’impotenza, il brivido dell’inutilità, la domanda che non possiamo non farci: “Dio dove sei?”. Rileggevo in questi giorni alcune lettere dal carcere di Bonhoeffer: quel suo stare davanti “a Dio senza Dio”, che per lui significava l’imitazione del Crocifisso, abbandonato da Dio, che si carica delle colpe dell’umanità e così adempie alla volontà di Dio. Vivere davanti a Dio senza Dio.

Confesso che ho pregato tanto di fronte al crocifisso che abbiamo in cappella, con quel corpo frantumato e carico della potenza drammatica della violenza che si abbatte sul Giusto. Questa è la radicalità della riflessione che ci permette di condividere questo tempo con tutti coloro che non si accontentano di osservare il dolore e il male, ma ne sentono i brividi e la povertà radicale e per questo possono aprirsi ad accogliere e vivere il racconto pasquale o, per lo meno, sentirlo non solo un rito che riguarda chi va in chiesa.

Chi sta nelle periferie deve avvertire che non basta un assistenzialismo caritatevole o un operare distaccato che non porta a condividere; ecco perché, mai come in questi giorni, il vivere la Pasqua è un sentirci svuotati da false sicurezze e lasciarci trascinare dal far memoria di un giusto innocente che ha portato su di sé la violenza e l’ingiustizia, il peccato del mondo per consegnarci una benedizione di speranza. È la bella notizia riservata ai poveri. Dice il Vangelo: “Ai poveri viene proclamata la bella notizia e beato colui che non si scandalizza di me” (Mt.11,5-6). E questo racconto, questa buona notizia non può essere sottratta ai poveri che, consapevolmente o no, la custodiscono. 

Dobbiamo lasciarci trascinare da questo racconto, da questa liturgia pasquale. Per questo la vivremo anche alla Casa la carità e questo condividere si rivolge a quanti credono, ma anche a non credenti, a gente che dubita ed è inquieta. La fede pasquale in Gesù morto e risorto sradica la violenza, chiede pace, misericordia, riconciliazione. 

Noi inizieremo la domenica di passione, agitando l’ulivo come segno perenne di pace e di lode al messia che porta su di sé il rifiuto della potenza. Martedì santo, alla sera, condivideremo un forte momento penitenziale, invocando il Dio della misericordia in un mondo assetato di riconciliazione e di pace; sarà una veglia di penitenza e di intercessione. Papa Francesco ci invita a chiedere perdono e a preparaci al giubileo della misericordia. Sono giorni dove siamo immersi in un dramma mondiale fatto di violenze, che fanno intravedere quanto il male sembra  conquistare la storia, lasciandoci interrogativi drammatici e profondi. 

Il giovedì faremo memoria del racconto della cena, di quella che viene detta ultima cena, spezzando il pane della fraternità della convivialità. È una cena dove sono presenti il tradimento, la lavanda dei piedi come gesto di dedizione. È la cena di invocazione e testimonianza di quella che don Tonino Bello chiamava la Chiesa del grembiule. 

Il venerdì, invece, vivremo il cammino della croce fino alla morte, il dono della vita fatto da Gesù che ha portato su di sé tutta questa violenza e solitudine, sconfitte con lo sguardo del perdono a Pietro e all’uomo crocifisso con lui. 

Entreremo poi nel silenzio del sepolcro, della pietra che parrebbe chiudere una vicenda umana certamente altamente significativa. È il nostro silenzio umano, carico di consolazione in cui irrompe la sorpresa, l'irruzione dell'alleluia di Pasqua, della gioia del mattino di Pasqua, della veglia pasquale dove questa luce entra nella notte. Il mistero che si condivide qui è mistero che riguarda tutta la vicenda umana, entra dentro nei grandi interrogativi umani, è un racconto che ci consegna l’ebbrezza della speranza, è una promessa che dà senso alla storia che viviamo, alla nostra vita. Si può ancora non lasciarci avvolgere dalla disperazione, attraversare il dolore, dare valore anche al perché spendiamo tempo condividendo senza smettere di ringraziare. 

Ecco perché anche alla Casa della carità, in questo luogo dove convivono tante idealità e tante sofferenze, vi è un tragitto di vita che ci consegna l'incrollabile speranza di dare senso alla dignità di ogni persona, affrontandone anche il dolore. Stare in periferia è l’opportunità di non sciupare tempo e riscoprire il linguaggio e la buona notizia della speranza. Abbiamo bisogno, in un periodo come questo, di riscoprire i grandi e profondi interrogativi, abbiamo bisogno di dare senso anche al tempo che viviamo. I rabbini, quando spiegano i primi versetti della Genesi, dicono che Dio si rannicchiò, fece spazio perché tutto potesse avere il suo posto. Ecco perché penso che un gruppo di persone che vogliono pensare e desiderare un tempo nuovo, stando a disagio in questo tempo in cui le cose belle non sono per tutti e sono segnate da profonde conflittualità, possa chiedersi come ritirarsi il più possibile e “rannicchiarsi” per fare spazio ad altri. I poveri premono e forse tutti, in modi diversi e plurali, abbiamo bisogno di silenzio, di intercessione. Avvolgiamo allora Casa della carità di silenzio e attesa. 

Vale la pena di augurarci di riscoprire il soffio della speranza e dell’entusiasmo della prima ora. Il Salmo 42 dice: ”Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio, l’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente. Quando verrò e vedrò il volto di Dio?” È questo il salmo che dovremmo proclamare proprio mentre osiamo il tempo nuovo della storia.

 
 

Il presidente della fondazione

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