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Il discorso del Papa a Firenze

11 novembre 2015

Il presidente della Casa don Virginio Colmegna partecipa, insieme a una delegazione di Reti della carità, al Convegno Nazionale della Chiesa Italiana. Una sua riflessione dopo aver ascoltato le parole del Pontefice

Con il suo discorso di Firenze, Papa Francesco ha lanciato una grande sfida alla Chiesa italiana, invitandola a non essere ossessionata dal potere, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all'immagine sociale della Chiesa. 
Al tempo stesso, però, il Pontefice si è fatto portatore di messaggi tanto forti da essere universali, da raggiungere credenti e non credenti, da essere rivolti a tutte le persone che si interrogano. Umiltà, disinteresse e beatitudine sono i tre tratti che indicano la direzione alla Chiesa, ma quella che Papa Bergoglio indica è la via della fraternità inclusiva, che abbraccia l’umanità intera, a cominciare da quella abbandonata, oppressa, affaticata

Sono indicazioni precise che, partecipando in prima persona al Convegno Nazionale della Chiesa Italiana insieme agli amici delle Reti della carità, mi hanno subito fatto pensare alla nostra quotidianità, alle azioni di carità che compiamo ogni giorno, al nostro impegno nei nostri territori, spesso convulso e faticoso. 

Papa Francesco a Firenze ci invita a riscoprire cosa sta oltre la vicinanza, l’aiuto, la cura delle persone che vivono momenti di difficoltà, quelle persone che, a Milano, ogni giorno, incontriamo alla Casa della carità E lo fa non certo per ridimensionare la portata e il significato dei nostri gesti, ma per arricchirli di una grande speranza - intesa anche in termini laici, della possibilità di dare gambe a ogni progetto di società giusta, della voglia di non arrendersi di fronte alle ingiustizie. Di ogni tipo. 

Per questo, mentre ascoltavo il discorso del Pontefice con i suoi riferimenti all’Evangelii Gaudium e alla Laudato sì’, mi sono venuti alla mente alcuni importanti appuntamenti internazionali che, in questi e nei prossimi giorni, tratteranno il tema dell’ingiustizia, per combatterla o per conservarla. Penso al vertice euro-africano sull’immigrazione in corso proprio in queste ore a La Valletta oppure alla conferenza Onu sul clima di Parigi di fine mese. Le decisioni che verranno prese in questi luoghi, fisicamente lontani da Firenze ma fortemente connessi alle parole pronunciate dal Papa, ci riguardano. A dircelo è lo stesso Francesco con il suo monito, che non è frutto di un collateralismo legato a una certa visione politica, ma un messaggio rivolto alla politica tutta, nel senso più alto del termine e senza alcuna distinzione. 

Infine, l’inquietudine. Francesco ha usato più volte questo concetto nel suo discorso, soprattutto nella conclusione, la parte che più mi ha toccato. Il Papa ci ha invitato a non costruire mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo, chiedendo alla Chiesa Italiana di essere inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. 

Sono parole che hanno fatto risuonare in me quelle che disse Carlo Maria Martini quando volle la Casa della carità e ci chiese di farla diventare un luogo di inquietudine, vissuta quotidianamente sia da chi viene accolto, sia da chi accoglie. Oggi come allora è questa idea a darci gioia e coraggio, a rinnovare in noi, ogni giorno, la voglia di affrontare le piccole e grandi sfide che ci troviamo di fronte.  

 
 

Il presidente della fondazione

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