1. Vai al contenuto della pagina
  2. Vai al Menu Principale
Casa della Carità
dona ora
 
 
 

Contenuto della pagina

 

Il pane dei poveri. Carità e legalità

23 gennaio 2015

L'intervento di don Virginio Colmegna in occasione dell'incontro pubblico “Il pane nero. L’economia dell’illegalità”

Vorrei partire da alcune riflessioni mi hanno interrogato sul rapporto tra carità e legalità, nel contesto di una esposizione universale che ha a  tema ”nutrire il pianeta”. Mi ha interrogato soprattutto la frase ”il pane dei poveri”. Vorrei subito affermare che il primo pane dei poveri deve essere la costruzione di una cittadinanza di diritti e di responsabilità, quindi una carità che gratuitamente si immerge sul terreno delle relazioni sociali portando questo sguardo innovativo, culturalmente fecondo di fraternità e sobrietà che parte  dal riconoscimento della dignità di ogni persona. 

Spesso in questi giorni ci siamo chiesti se l’urlo e  la paura dell’altro sono una vera affermazione e difesa della libertà.. Assistiamo ad un eccesso di  violenza verbale e a volte fisica come affermazione di sicurezza. Levinas scrive che ciò che caratterizza l’azione violenta è il fatto di non guardare in faccia ciò su cui l’azione si applica. “L’opposizione del volto, che non è l’opposizione di una forza, non è una ostilità”. Per diventare ostili e violenti dobbiamo non vedere questi volti , ma essere al di sopra e oltre questi volti, oltre le individualità. Avere il coraggio di scoprire e guardare in  faccia le nostre individualità attraverso i volti dell’Altro ci porta a scoprire che è possibile costruire insieme e che veniamo così arricchiti da nuovi modi insospettati di vivere la nostra quotidianità, incontrando e confrontandoci con persone che sono  i viaggiatori di questa globalizzazione e non i fantasmi delle nostre paure. E’ proprio a partire da queste considerazioni che diventa simbolico il tema del pane, perché il pane è simbolo di compagnia, di scambio e di socializzazione. Infatti la parola compagno deriva da “cum panis” e ci rimanda all’idea di una solidarietà e di uno scambio sociale che nel pane trova l’elemento che tiene uniti.  

Mi piace partire da uno scritto di Enzo Bianchi “il pane che serve a diventare umani”  per ricordare come intorno al pane ruotano i rapporti tra gli uomini; è necessario però qualcosa che vada oltre al pane, perché l’uomo si è umanizzato il giorno in cui ha inventato e prodotto il pane ma la sua umanizzazione ha bisogno di qualcosa che trascenda il pane. Infatti nell’uomo c’è una fame, un desiderio e una ricerca che non si ferma al cibo, ma va verso una ricerca di senso e di direzione. 
La tavola è l’emblema dell’umanizzazione, è il posto del pane ma è il luogo per eccellenza in cui ci si umanizza lungo tutta la vita. Il nostro stare a tavola ci permette di sperimentare l’uguaglianza, perché a tavola si fraternizza, si condivide il pane tra “compagni- cum panis” .  La tavola non dovrebbe essere mai per uno solo, è fatta per l’altro, per consumare un pasto con gli altri,  per la fraternità , cioè l’esatto opposto dell’egoismo. Intorno al pane la cultura e la religione si incontrano per un dialogo proficuo che non esclude nessuno. 


Siamo interrogati  dal grande divario che vi è, dalla grande ingiustizia strutturale ma anche e forse ancor di più da  quella rassegnazione, da quella indifferenza che rischia addirittura di essere legittimata da una opera  di carità separata dal contesto sociale, non immersa nella storia che viviamo, che non porta dentro di sé la necessità della giustizia. Paolo VI disse che la carità è la forma più alta della politica; questa affermazione deve essere valorizzata perchè stiamo assistendo ad una invasione di una carità operosa che sta accanto alla domanda di giustizia, ma che indebolisce l’urgenza dell’andare alle radici. Ecco perché mi sembra che il discorso sulla corruzione, della mancanza di legalità cambia prospettiva quando si introduce la presenza della voce delle vittime. 

In questo caso le vittime sono i poveri, coloro ai quali manca, non è concessa, è strappato il pane della giustizia che sono i diritti e la responsabilità che nasce dai diritti. 
È questa visione che interpella molto il modo col quale la carità si deve immergere e contribuire a rendere anche culturalmente esigente la giustizia anche come stile di vita e quindi argine a percorsi corrotti, dove tutto sembra lecito se è santificato da una pretesa di bontà. Penso all’ utilizzo strumentale anche del cosiddetto volontariato.  La nostra storia di credenti, non dimentichiamolo, paradossalmente è legata anche a un episodio di corruzione per 30 danari fatto -per usare una mirabile meditazione di Don primo Mazzolani-dal nostro fratello Giuda.  Quel tradimento è in un certo senso preparato da un contesto culturale, dalla reazione allo sciupio di profumo versato da una donna in piedi di Gesù, dove appunto l'apostolo che poi tradirà afferma: “perché non dare questo danaro ai poveri?“  quel gesto  aveva offeso l'ipocrisia giudiziosa dei presenti e credo che ci interpelli.

Dunque porre al centro come punto di partenza strategico i poveri e lo stile di gratuità laicamente vissuto, interpella la carità, che sollecita un dinamismo di responsabilità nei confronti di una società plurale.  In questo modo di vedere, rileggiamo  l'ingiustizia, l'esclusione, il saccheggio del creato visto come opera buona. I poveri diventano il simbolo nel quale vi sta una riflessione molto più ampia, portano nella loro storia, nella storia delle relazioni umane, economiche, nella memoria,  il segno visibile dell'ingiustizia, lo stigma, il dolore. Lì si mobilita l'appello a vivere una fraternità che sembra lontana ma che va raccontata nell'impeto di una carità che sa diventare profezia. Ecco la carità come esperienza contemplativa ,accoglienza di un dono nella quotidianità , come restituzione del diritto e della dignità di ogni persona.

La Chiesa nasce attorno alla memoria del giusto che si consegna, che dona la sua vita e lo fa lasciandoci la memoria di una cena dove si spezza il pane, dopo aver lavato i piedi, per ciò la Chiesa non deve dimenticare che,  tra i convitati, vi è presente anche colui che tradirà, cioè è presente la corruzione del danaro. Ecco perché vi è  un impegno molto forte nell’ intravvedere la sollecitazione a far sì che il tema della corruzione sia davvero avvertito non con un fatto secondario da delegare all’amministrazione della giustizia ma una responsabilità che impegna come priorità chi è interpellato dalla carità come dono ,miracolo dall’alto come amava dire Dossetti.  Mi piace qui ricordare una riflessione dell’allora arcivescovo di Buenos Aires datata 1991. Essendosi verificati alcuni episodi di corruzione nella società l’allora arcivescovo scrisse un articolo diventato poi un piccolo libro.  Le parole sono certamente significative, il titolo potrebbe essere: il peccato va perdonato, la corruzione non è perdonabile.  Affermava ”il corrotto ha costruito un'autostima che si fonda esattamente su questo tipo di atteggiamenti fraudolenti: passa la vita in mezzo alle scorciatoie dell'opportunismo, al prezzo della sua stessa dignità e di quella degli altri alla faccia da non sono stato io, faccia da Santarellino, come diceva mia nonna. Si meriterebbe un dottorato honoris causa in cosmetica sociale e il peggio è che finisce per crederci e quanto è difficile che lì dentro possa entrare la profezia! Per questo anche se diciamo peccatore si gridiamo con forza ma corrotto no.” Potremmo dire che il peccato si perdona ma la corruzione non può essere perdonata, semplicemente per il fatto che alla radice di qualunque atteggiamento corrotto c'è una negazione della trascendenza della carità: di fronte al dio che non si stanca di perdonare, il corrotto si erge come autosufficiente nell'espressione della sua salvezza: si stanca di chiedere perdono.

Certo è un linguaggio forte che  riporta la questione della corruzione non solo sul piano giudiziario, ma lo riporta come evento culturale che deve trovare una connessione profonda, perché se scatta la corruzione la carità diventa una figura che addirittura rischia di coprire la corruzione stessa. 
Questo è anche l'impegno riformatore che papa Francesco sta ponendo con forza, con tutte le difficoltà che emergono in questo contesto. Non è un atteggiamento rivoluzionario mai vissuto prima ma ha una sua storia nella vita della Chiesa. Penso a questa frase di papa Adriano sesto mentre si rivolge al cardinale Chieregati, suo legato presso la dieta di Norimberga nel 1522, dove riconosce la corruzione presente nella Chiesa in particolare nella sede Apostolica con queste parole di una straordinaria attualità: “sappiamo che in questa santa sede ci sono già da molti anni realtà vergognose: abusi spirituali, prevaricazioni, tutto è stato toccato. . Al riguardo, per quel che possiamo, noi faremo di tutto per riformare questa curia, dalla quale è venuto per sorte ogni male, perché da lei promani salute e riforma di tutti, come da Lei è scesa su tutti gli inferiori la corruzione”.

Questo partire dal richiamo forte alla corruzione come rifiuto è importante. Perché solo un impegno forte contro la corruzione, libera e rende possibile l'avvertire la profezia e la trascendenza della carità che è in fondo la sapienza dei poveri. Quando papa Francesco dice che la povertà è una categoria teologica si riferisce anche a questo. Se la carità operosa diventa soprattutto di carattere gestionale, assistiamo ad un impoverimento di questa prospettiva in una malintesa sussidiarietà,  non parte da questa convinzione del bisogno di cittadinanza ,di questo bisogno di politica pubblica di cittadinanza. Ma tende a diventare  una sorta di secondo Stato che ha perso la tensione alla gratuità ma diventa portatore di un rafforzamento principale delle proprie identità.

Questo è il cambiamento forte che deve entrare nel modo di vivere, nel modo di affrontare questa carità che ora è fatta anche da grandi opere che lavorano sull'emergenza, su tutte le situazioni dove non si riconsegna alla cittadinanza la valenza culturale. 
Potremo avere una miriade di interventi di gestione di assistenza di povertà ma,  se entrano nel sistema della gestione, diventano portatori di una domanda che dovrebbe essere pubblica e la privatizzano culturalmente, facendola diventare allora incapace di essere del tutto vigilante su tutta la massa di danaro che poi convoca su di sé.  Non una chiesa esposta quindi nella proprietà gestionale, ma una comunità che spezza il pane della fraternità, che non può far altro che partecipare alla giustizia, e che si fa gratuitamente dono e attesa dell’ oltre: ”ti  rifonderò al mio ritorno”. La carità diventa  immissione continua di ospitalità, di gratuità ospitale.  Quando papa Francesco richiama che la Chiesa non è un'organizzazione non governativa credo che ci metta in guardia dal pericolo che stiamo vivendo. Ribadisce come la carità nasca dal cuore, una Chiesa povera con i poveri.  Il pane allora nero dell'economia dell'illegalità non è accanto ma entra dentro a questo legame profondo di carità e giustizia, ci mette in guardia.

Per concludere, voglio ritornare ai diritti di cittadinanza, a questa dimensione politica del sociale che esige insieme le regole del gioco, che non fa che tutto sia buono perché è buono ma pone il tema delle discriminanti anche culturali.  Per cui anche il tema del bilancio sociale, della ricostruzione e trasparenza del flusso di danaro, non è solo un compito di un'impostazione corretta ma è un punto di partenza strategico, altrimenti episodi corruttivi come quelli che stiamo vivendo a Roma entrano in un sistema che rischia di avere una delega troppo forte, a fronte di un ritrarsi continuamente del pubblico che diventa soltanto erogatore di risorse, di appalti prorogati.  Questo ritirarsi della politica nell’ affrontare le emergenze di politica sociale fa sì che il pubblico  diventi semplicemente un approccio notarile che spesso distribuisce  in termini  non adeguati contratti e favorisce l’ infiltrarsi di una cultura di carattere strumentale che lascia fare operazioni che evidentemente poco hanno a che fare con la difesa dei poveri e dei diritti di cittadinanza.

Ecco perché va fermata l'invasione operosa dove tutto si fa bontà e si favorisce l'allontanamento della radicalità della domanda, del dubbio, della trasparenza.  Dobbiamo vivere molto di più la cultura del gratuito per poi mettere laicamente tutta la consapevolezza della giustizia che si fa esigenza.  La carità avvolge la giustizia, la sollecita, la popola dei brividi dell'attesa, la giustizia non conserva ma innova. Mi piace di ricordare anche una poesia di Don Angelo Casati nel suo bellissimo libretto  ”l'autunno del prete”.  “Sei la porta non un muro sordo invalicabile, Signore, non è il fine corsa ma l'introduzione. E dimora l'infinito migrare una tenda: ombre segrete, parole sepolte, luce che trema sui volti. È ancora dalla povera soglia del mio avvistamento busso alle finestre della tua città ecco le finestre della cena”.

Concludo con una grande riflessione del grande economista Amartya Sen, premio Nobel nel 1998, che studiando alcune delle carestie più devastanti degli anni 70 e 80, rimarcava l'abbondanza di derrate alimentari in paesi colpiti dalle carestie più dure: un fenomeno che si riproduce oggi su scala planetaria. Gli studi di Sen hanno dimostrato che il problema della fame non è causato principalmente dalla scarsità di cibo, quanto invece dalle difficoltà di accedervi: i gruppi sociali più favoriti, più soggetti alla fame sono quelli che non possono avere adito al cibo oppure alle risorse necessarie per produrlo.

L'impatto delle dinamiche di mercato nel modificare le condizioni di accesso al cibo, delle risorse necessarie per produrlo è estremamente importante spesso sottovalutato, a partire da una concezione della sicurezza alimentare per cui quanto avviene a monte del consumo di cibo non rappresenta una preoccupante determinante: come se nutrire un popolo attraverso aiuti o eccedenze alimentari provenienti dall'altra parte del pianeta, magari immesse sul mercato a prezzi inferiori rispetto al costo di produzione possa essere considerato equivalente all'approvvigionamento presso una produzione locale, uno scambio commerciale di prossimità. In questi come in altri casi non è in questione la quantità del cibo prodotto ma il modello attraverso cui il cibo viene prodotto. 


Certamente ci sarà molto da fare ma la sfida è questa, è una provocazione che definisco “la cittadinanza del cibo”: la fame è dunque figlia dell'ingiustizia molto più di quanto non sia della scarsità . Si ritorna al punto di partenza che è quello che la carità deve essere dinamismo di gratuità, ma , diceva don Milani “ la carità senza giustizia è una truffa”.

Si ha bisogno che la fiducia negli altri cresca. Per questo non si può contrapporre la solidarietà all’esigenza di sicurezza. La solidarietà vissuta cresce, sostenuta da una profonda aspirazione a giustizia e partecipazione.  Non possiamo trascurare la sfida che viene dalle emergenze, dalle tante zone abbandonate e degradate, dalle cosiddette favelas.  Anche nella sapiente risposta a queste emergenze la solidarietà piena di giustizia può mettersi in moto e proporre soluzioni coordinate, un abitare solidale con patti di legalità e di reciprocità che permettano di uscire dall’emergenza. Si deve far prevalere sempre il positivo sul  negativo e il degrado, la costruttività sulla distruttività. Si deve e si può rendere risorsa anche l’emergenza, per consentire convivenza nella legalità. Ma per tutelare la legalità del vivere quotidiano non abbiamo bisogno di aumentare i nemici, ma di potenziare gli amici, di diventare un po’ tutti protagonisti solidali e per questi esigenti nella richiesta di sicurezza e giustizia. Occorre sempre più operare quel “dialogo dialogale “ di cui ci parla Panikkar che richiede un cuore puro e una mente aperta.


L'incontro “Il pane nero. L’economia dell’illegalità”
era inserito all'interno della rassegna "Non di solo pane vive l'uomo",
promossa dalla Comunità pastorale San Giovanni il Precursore
 in vista di Expo 2015. 

 
 

Il presidente della fondazione

Iniziative di spiritualità

La nostra newsletter

 
Torna ad inizio pagina