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Casa della Carità
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“Praticare l’ospitalità, promuovere i diritti”

24 novembre 2015

L'intervento del presidente della Fondazione don Virginio Colmegna nella serata per l'undicesimo anniversario della Casa della carità

Dopo aver rivisto le immagini del Cardinal Martini che, nel 2004, inaugurando la sede della Fondazione, invitava tutti a "fare le cose in grande, col cuore", ad aprire l'incontro di martedì 24 novembre è stato don Virginio Colmegna. Nel suo intervento il presidente della Fondazione ha tracciato le linee che la Casa della carità seguirà per continuare, ampliare e migliorare il suo operato nel suo nuovo decennio. Pubblichiamo qui di seguito il testo integrale della sua relazione. 

L’ospitalità è una pratica che si fonda sul concetto di reciprocità. Ospitare significa condividere: essere contestualmente ospitali e ospitati. È un’idea complessa che ha in sé una forte valenza simbolica, carica di amicizia e di inimicizia al tempo stesso. L’ospitalità così concepita ci fa dire che noi non siamo semplicemente operatori o volontari alla Casa della carità, siamo ricercatori e custodi di umanità condivisa. In questo senso, siamo noi i primi ad essere ospitati, non solo le persone in difficoltà che accogliamo. L’ospitalità è un rapporto biunivoco, un sentirsi insieme. Ma è anche una sfida da accettare per  sentirsi davvero cittadini di un mondo globale.

La Casa della carità, da quando è nata, ha scelto di stare nel mezzo, efficace sintesi per spiegare il modo in cui noi viviamo l’ospitalità: prendendoci ogni giorno, con coraggio, il rischio di ricreare fraternità, di tessere legami di appartenenza a una storia comune. Stare nel mezzo vuol dire impegnarsi quotidianamente a prevenire i muri della separazione, quelli fisici che purtroppo stanno tornando nella nostra Europa, ma anche quelli immateriali, che sono le politiche di controllo e di istituzionalizzazione. In questa fase storica, il rischio, concreto e imminente, è che l’ospitalità si trasformi in mera assistenza e cioè in azioni puramente gestionali, fatte di prassi e di regolamenti. Permettere questo significherebbe sprecare un enorme capitale di interrogativi e di riflessioni. L’ospitalità, infatti, è un’azione culturale di grande incidenza sociale, capace di sollecitare gli aspetti più profondi dell’umano.

Il Cardinal Martini, cui si deve l’avvio della nostra esperienza, ci ha donato come icona dell’ospitalità il brano biblico delle querce di Mamre dove si racconta di Abramo che accoglie degli sconosciuti sotto la sua tenda in mezzo al deserto e che, per questo, viene ricompensato da Dio con l’arrivo di un figlio, nonostante l’età avanzata di sua moglie Sara. Quello di Abramo è un gesto di ospitalità che mette in moto una dinamica di attesa e di gioia. Sara che scopre di essere incinta è il simbolo di ciò che è inedito, inaspettato, dell’impossibile che si fa percorso possibile, del superamento della razionalità, per quanto operosa e buona possa essere. Il sorriso di questa donna entra nella storia rendendola creativa, tenera e, soprattutto, sorprendente.

L’icona delle querce di Mamre ci ricorda che l’ospitalità praticata oggi ci può dare un’idea del nostro domani, ci mostra tracce di futuro. Sta a noi essere capaci di coglierle. Per farlo, bisogna operare nelle situazioni al limite, bisogna stare sui confini e lavorare nelle contraddizioni che lì sorgono, ma anche sfruttare le opportunità che si intravvedono in questi luoghi. Essere presenti sui confini della nostra città, nelle periferie fisiche ed esistenziali, per noi, significa conservare, nell’operatività, la capacità di immaginare, di sognare, di credere in un mondo diverso, fatto di giustizia e di pace. È sui confini che la pratica dell’ospitalità incontra la promozione dei diritti. Praticare l’ospitalità significa sentire appartenenza e responsabilità. Promuovere i diritti significa avere la consapevolezza che non stiamo solo aiutando, ma stiamo intessendo legami sociali, striamo costruendo ponti e non muri. Per questo, ospitalità e diritti sono due concetti che non possono mai essere scissi. Soprattutto in un frangente storico durante il quale stiamo assistendo a un esodo biblico, provocato da guerre, ingiustizie e fame, ma anche dalla forza di attrazione di un mondo che ha grandi responsabilità per le lacerazioni provocate in tutta la terra dalla disuguaglianza.

Bisogna lottare contro la povertà, non fare la guerra ai poveri. È il momento di porre seriamente al centro del dibattito pubblico le politiche di contrasto alla povertà. È urgente farlo, come richiama Papa Francesco nella sua enciclica “Laudato sì’”. E, per farlo, è necessario promuovere una spinta culturale che convinca la politica ad occuparsi in modo continuativo, non episodico e non solo emergenziale, di questioni come la disuguaglianza, il disagio innescato dalle carenze abitative, la mancanza di occupazione e la bassa qualità del lavoro, le dipendenze (tra cui quella da gioco d’azzardo), l’alta dispersione scolastica, le difficoltà di accesso alle cure, la sofferenza psichica. Sono fenomeni che provocano innanzi tutto dolore, oltre che emarginazione e strumentalizzazioni, spesso ma non sempre più diffuse ed evidenti nelle periferie delle nostre città.

È da questi luoghi, dalle periferie, che bisogna ripartire, facendo tesoro di quella che il Cardinal Martini ha chiamato la sapienza della carità. Le periferie chiedono diritti, non assistenza. Dobbiamo far esplodere la forza di questa domanda di diritti e dare risposte. In particolare dobbiamo sviluppare il nostro intervento, cercando di individuare nuove, necessarie e possibili risposte, sui tre temi cruciali sui quali la Casa della carità lavora e sui quali cerca costantemente il confronto: la salute (quella mentale in particolare), l’assistenza legale e la qualità dell’accoglienza.  

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È all’interno di questo scenario - praticare (meglio) l’ospitalità, promuovere (di più) i diritti - che la Casa della carità ha scelto di dare valenza pubblica al suo operare partecipando a bandi e firmando convenzioni. In sostanza, per poter promuovere cittadinanza inclusiva, si è deciso di utilizzare, accanto ai fondi raccolti dalla Fondazione, anche risorse pubbliche. Questa scelta, però, non deve in alcun caso farci perdere di vista le linee guida che caratterizzano, fin dai primi giorni, il modo di operare della Casa in ogni progetto e in tutte le sue attività. Il nostro primo, irrinunciabile, punto fisso è l’idea di stare accanto a chi è escluso, a chi soffre, alle persone in difficoltà proponendo loro percorsi condivisi di ospitalità e di accompagnamento verso l’inclusione e l’autonomia. Il secondo nostro punto fermo è lo stare nel mezzo che, in concreto, significa dare il proprio contributo, accettando anche le contraddizioni di scelte istituzionali con cui non siamo in totale sintonia; rimanere liberi, critici e capaci di indignazione; lavorare per trarre il meglio da ogni situazione.

Siamo e dobbiamo essere consapevoli che si tratta di un percorso faticoso, un percorso che porta con sé molti interrogativi e poco consenso. Ma sappiamo anche che si tratta di un cammino quotidiano di condivisione che consideriamo non solo un importante gesto di responsabilità collettiva, ma anche l’unica via per promuovere i diritti e affermare i doveri. Di tutti. Anche dei più esclusi tra gli esclusi.  

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Deve essere chiaro a tutti che la Casa della carità non intende rinunciare a quello che è stato uno dei suoi propositi costitutivi: la gratuità. Al contrario, la nuova parola d’ordine “praticare l’ospitalità, promuovere i diritti” che intendiamo declinare e riempire di contenuti in questo nuovo nostro decennio di attività, comprende e mantiene con più forza e condivisione lo spazio dell’ospitalità gratuita che dà senso all’accogliere senza vincoli. Abbiamo cercato di farlo nei nostri primi dieci anni di lavoro, continueremo a  farlo accogliendo persone, quale che sia la loro condizione, a cui diamo domicilio accompagnato da un ascolto, cercando di mettere in cantiere ogni opportunità innovativa che risponda meglio alle domande che ci vengono rivolte.

Operare in un sistema pubblico, anche con rapporti di convenzione, qualifica e dà forza al nostro lavoro senza snaturarlo. Per questo diventa importante la riflessione che stiamo facendo sul senso del gratuito. Per questo sono strategiche le scelte di potenziare la crescita del volontariato, di perseguire una professionalità condivisa e arricchita dalle dinamiche di innovazione, di aprire a un maggior coinvolgimento di quanti sostengono la Fondazione Casa della carità non solo economicamente, ma anche attraverso attività di cultura e comunicazione.

L’obbiettivo non è solo quello di formarsi per operare meglio, per monitorare più in profondità i fenomeni sociali in divenire e per verificare la qualità e l’efficacia dei risultati. L’intento è quello di rimettere in discussione il nostro pensiero, la nostra intuizione di deistituzionalizzare anche dentro di noi un modo di operare che altrimenti diventa stanco, routinario, ritmato dai tempi che ci sono imposti e dal ruolo che ci viene dato. Il fine è rendere possibile che il nostro operare sia un laboratorio di gratuità.

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Papa Francesco ha definito “dignità trascendente” la difesa e il rispetto della dignità di ogni vivente. Difendere un valore, un volto, una storia, una biografia e restituire loro la pienezza dei diritti è il nostro impegno più alto. È un cammino che promuove innovazione, è il cammino che chiedono i poveri, le persone segnate da una sofferenza inascoltata e da una domanda di giustizia che non trova risposta.

In questo cammino di promozione dei diritti sono coinvolte tutte le aree di impegno che stanno popolando la nostra quotidianità: dagli sfrattati ai detenuti, dalle vittime di violenza alle famiglie in difficoltà, dai migranti ai minori non accompagnati, dagli uomini e donne con problemi di salute mentale agli anziani lasciati soli… Questa folla di persone senza nome e senza volto deve interrogarci, deve mettere in continua discussione le nostre certezze, deve poter sempre minare le nostre presunte sicurezze. Se riusciamo a fare nostra la domanda di diritti e di fraternità che ci viene da questi cittadini, riusciremo a restituire a ciascuno di loro la dignità di un nome e di un volto. È una sfida complessa, di forte utopia. Per praticare accoglienza, per promuovere diritti, abbiamo bisogno anche di una spiritualità coraggiosa capace di sentirsi inserita in questa dinamica nuova.

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Siamo all’inizio di un nuovo decennio per la Casa della carità. Le sfide che ci troviamo di fronte sono tante e in continua evoluzione. Non possiamo fermarci perché il lavoro quotidiano non ci consente soste. Ma non possiamo nemmeno impedirci di riflettere su dove e, soprattutto, come meglio operare per garantire ospitalità, cura, dignità, diritti, accompagnamento e autonomia a chi bussa alla nostra porta. Per questo vogliamo scrivere - con la collaborazione ben accetta di chiunque voglia farlo - un nuovo capitolo della storia di accoglienza della Casa della carità, condividendo con la città direzione, strategie, modalità che restituiscano a tutti i cittadini ospitalità e diritti.

 
 
 

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