1. Vai al contenuto della pagina
  2. Vai al Menu Principale
Casa della Carità
dona ora
 
 
 

Contenuto della pagina

 

Il no all'odio deve ora innescare un processo di cambiamento

Ad alcuni giorni dalla manifestazione di Milano a sostegno di Liliana Segre, una riflessione della Casa della carità

13 dicembre 2019


A distanza di alcuni giorni, abbiamo ancora negli occhi le bellissime immagini della manifestazione del 10 dicembre a Milano, dedicata alla senatrice a vita Liliana Segre.

Che centinaia di sindaci e altri amministratori locali di colore diverso, insieme ad altrettanti comuni cittadini, fossero insieme in piazza per dire forte e chiaro che “l’odio non ha futuro”, è stato un fatto di importanza straordinaria.

Ora, però, non dobbiamo lasciare che resti un momento isolato, altrimenti il rischio è che non rimanga altro che un’immagine esteriore che non scava le coscienze.

Adesso il nostro compito è che questo no all’odio e il patrimonio di memoria che Liliana Segre ci ha consegnato inneschino un processo trasformativo. Come scriveva Hetty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943, «Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso. Se ogni uomo si sarà liberato dall’odio verso il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile».
E allora, di fronte a una cultura dell’odio che esclude e chiude in un angolo le diversità e le fragilità, dobbiamo farci nuovamente sedurre dalla non violenza e dobbiamo tirar fuori il coraggio del cambiamento.

Un cambiamento che parta dagli scarti, dalle vittime, da quelli che il Vangelo chiama “i perseguitati a causa della giustizia”, che come Casa della carità abbiamo rappresentato nel nostro Presepe di quest’anno.

Nel concreto vuol dire, per esempio, far sì che il carcere non sia un crudele strumento di vendetta ma, come dice anche la Costituzione, si ponga realmente gli obiettivi della rieducazione e del reinserimento. Significa che la sofferenza psichica non va affrontata con strumenti di controllo, come i sempre più frequenti TSO, ma che i malati vanno sostenuti con percorsi di accompagnamento e inclusione sociale. Vuol dire che le persone con disabilità e le loro famiglie non siano abbandonate a loro stesse, ma che siano riconosciuti loro tutele, diritti, aiuto. Vuol dire non temere e allontanare i poveri, ma ascoltare il loro grido. Vuol dire che gli stranieri non devono essere il capro espiatorio dei fallimenti di uno stato, ma una presenza che arricchisce, da includere nel tessuto sociale.

Insieme a tante altre riflessioni e impegni, anche porre attenzione a questi temi significa superare la cultura dell’odio e dell’indifferenza per recuperare i sentimenti comuni, per provare a costruire e ricostruire in continuazione una città e un Paese ospitali. È quella che il cardinal Martini chiamava "amicizia civica". È uno sforzo che tocca a tutti noi e che Casa della carità si impegna a compiere.


[La foto di copertina è di Fotogramma]

 
 

Il presidente della fondazione

Vuoi fare una donazione?

Iniziative di spiritualità

 
Torna ad inizio pagina