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Dagli occhi chiusi alle foto segnaletiche

26 settembre 2014

Una riflessione della Fondazione sulla gestione dell'accoglienza dei profughi provenienti da Siria ad Erirtrea, cui la Casa della carità partecipa da maggio

Continuano ad arrivare notizie di sempre più stringenti procedure di identificazione per i migranti e per i profughi in arrivo in Italia. 

Il viaggio che, nell’ultimo anno, ha consentito a decine e decine di migliaia di profughi siriani ed eritrei di attraversare l’Italia, di venire ospitati a Milano nelle strutture di accoglienza coordinate dal Comune come la nostra e di ripartire il prima possibile verso il Nord Europa, sta diventando di fatto un tragitto non più percorribile.

Tra i profughi l’ansia è cresciuta. Secondo il racconto di una delle volontarie attive da mesi alla stazione Centrale di Milano, tra le famiglie siriane, 
ora“nessuno parte più con i treni”, ma si cerca “ una fuga veloce ed invisibile”.

Dopo le proteste sul presunto lassismo di Roma in fatto di controlli da parte dei paesi del Nord Europa, meta finale dei viaggi di queste persone, l’Italia sembra essersi tacitamente adeguata. Dalla politica degli occhi chiusi si è passati a quella delle foto segnaletiche e delle impronte digitali.

Se questo fosse vero, come in tante altre occasioni, i cambi di strategia passerebbero sulla testa delle persone.

Per quasi un anno, in Italia, si è preferito assecondare la volontà dei profughi di andare altrove, chiudendo gli occhi, mentre a livello europeo non si è pensato a rivedere le normative esistenti (il Regolamente di Dublino secondo cui i profughi devono fare richiesta di asilo nel paese UE d’arrivo).

Non si è stati in grado di trovare una mediazione tra il diritto di queste persone a rifarsi una vita nel paese che ritengono più adatto e le esigenze degli stati membri di contribuire in modo più equo a una doverosa accoglienza.

Ora, di colpo, viene adottata una linea totalmente diversa. Di fatto, l’Europa dei diritti, in questo modo, si appresta ad accogliere in modo completamente diverso persone che fuggono dalla stessa, drammatica, situazione.

Una famiglia siriana o un giovane eritreo arrivati due mesi fa a Milano hanno avuto la possibilità di tentare la sorte e ripartire per la Svezia o la Germania. Le stesse famiglie e gli stessi giovani sbarcati in questi giorni - e in futuro - non l’avranno. La contraddizione è evidente.

Tanto più che di questi cambi di strategia non sono mai stati informati gli attori che stanno avendo un ruolo cruciale nella gestione pratica dell’accoglienza.

Non solo. Se dovesse essere confermato, questo cambio di linea d’azione aprirebbe tutta una serie di enormi interrogativi all’interno del nostro sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati, rischiando di ripetere molti degli errori già compiuti i durante la cosiddetta Emergenza Nord Africa di soli tre anni fa.

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