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"Non chiudiamoci ora"

20 maggio 2017

Avvenire intervista don Virginio Colmegna nel giorno della marcia 20 maggio senza muri, all'indomani dell'accoltellamento in stazione Centrale

«Quanta disperazione incontriamo ogni giorno alla Casa della Carità. Arrivano tanti italiani e stranieri segnati da sofferenza, povertà, emarginazione. Vediamo il volto brutto, bruciante dell’abbandono e della solitudine, uomini e donne devastato da alcol e droga. Eppure è proprio lì che deve aumentare la capacità di relazione e di incontro. Se aumenta la solitudine, cresce il rischio. La sollecitazione è forte».

Sono le sfide che ogni giorno don Virginio Colmegna raccoglie nella Casa alla periferia di Milano che il cardinale Martini volle lasciare in eredità alla città. E ora quell’esperienza ultradecennale porta una riflessione dalla strada dopo l’accoltellamento in Centrale di una agente e di un soldato da parte di uno spacciatore italo- tunisino e le polemiche sull’opportunità di tenere oggi la marcia
 contro i muri. 

Hosni, l’accoltellatore, dopo il suo gesto ha detto di sentirsi abbandonato e ha chiesto scusa. Ma secondo lei quanto incide il suo gesto criminale sull’orientamento della città verso i migranti e gli ultimi? Quell’uomo è italiano, non è un profugo e nemmeno un senza dimora. Ha ragione il questore, lui viveva come un nomade in un’auto parcheggiata qua e là, abbandonato a se stesso. Credo che questi casi siano una responsabilità che dobbiamo prenderci. Giusta la prevenzione, la deterrenza, la solidarietà alle vittime, in questo caso il militare e il poliziotto feriti. Ma c’è anche la responsabilità di aumentare le politiche sociali, di investire in cultura di accoglienza.Chiedo solo che il ferimento non venga strumentalizzato con le urla, nessuno ha la bacchetta magica per risolvere i problemi in una società così complessa.. 

Non ha qualche colpa il cosiddetto buonismo? , anzi, non siamo ingenui. La solidarietà è attiva, così preoccupata del benessere delle persone da voler aumentare il suo impegno in termini di servizi e incontro con le persone. La sfida che raccolgo da questa brutta vicenda è arrivare con la società civile anche in questi bassifondi, nei nuovi sotterranei della storia. Anche queste sono le periferie esistenziali e siamo consapevoli dopo questa violenza che si debba partire da qui senza abbandonare nessuno, perché altrimenti qui investono la crimimalità e il terrorismo.

Non la colpisce il fatto che avesse un profilo Facebook? Anche gli ultimi stanno subendo la società virtuale dell’immagine, hanno tutti un profilo. Questo porta alla ricostruzione di una realtà che crea difficoltà e acredine. Sono stato colpito da alcune reazioni e mi sono molto interrogato sulla questione del linguaggio, dobbiamo depurarlo dalla ferocia. Questa va a colpire e irrigidire, aumenta la conflittualità. Va riscoperta invece la non violenza anche nella parola. Il problema della sicurezza è mettere in moto il controllo intelligente con presidi e controlli, ma vanno affiancate continuamente politiche di incontro e solidarietà. Quando queste persone vengono a fare la doccia alla Casa della Carità c’è ad esempio la possibilità di agganciarli e fare prevenzione. La solidarietà produce coesione sociale, la legalità appartiene alla nostra cultura che è fatta anche di non violenza e rifiuto del linguaggio esasperato.

La preoccupa la Stazione Centrale? Certo, c’è un concentrato di abbandono, solitudine e degrado perciò va aumentata l’opera di osservatorio con unità mobili, non bastano le mense. Lo sforzo che stiamo facendo ad esempio con il progetto Diogene è incontrare proprio le persone con disagio psichico in strada, non solo offrendo loro una doccia, ma una relazione. Ma non ci sfugge la paura dei cittadini, siamo tanto preoccupati da aumentare gli interventi. Ma l’alternativa è gridare e affidarsi solo alle forze dell’ordine, cui va affiancato l’intervento sociale. Però non banalizziamo i problemi: sono di tutti, non degli altri.

Oggi lei partecipa alla marcia contro i muri. C’è il clima giusto dopo questa violenza in Centrale? Nessuno dimentica quel che è accaduto in queste ore, non è un caso isolato. Ci siamo preparati per dare un segno che porti a superare le difficoltà tra stranieri e italiani. Stare in piazza insieme restituisce il sogno della convivenza pacifica possibile. Questa è energia sociale come la chiama Papa Francesco, noi porteremo una cultura mite che condivide e affronta la preoccupazione della gente. Milano ce la può fare e da qui deve partire la sollecitazione per avere politiche europee di sviluppo. L’integrazione e l’accoglienza sono punti nevralgici per il futuro.

Paolo Lambruschi 
Articolo pubblicato su Avvenire del 20 maggio 2017

 
 

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