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Non arrendersi alla guerra: un impegno per tutti

17 luglio 2014

Ospitiamo una riflessione dell'amico della Casa Massimo Toschi, da anni impegnato per la pace e la cooperazione e appena rientrato da un viaggio in Israele e Palestina durante il conflitto in corso

Il legame tra la Terra Santa e la Casa della carità è forte e lungo. Il primo viaggio lo fecero operatori e volontari della Fondazione nel 2005 per fare visita al Cardinal Martini che aveva da poco deciso di andare a vivere a Gerusalemme. Una nuova delegazione della Fondazione è poi tornata in Israele e Palestina nel 2012, a pochi mesi dalla morte del Cardinale proprio per ricordarlo.

Infine, in vista del decennale della Casa che si celebrerà a novembre, è in queste settimane in via di organizzazione un nuovo viaggio, in programma dal 21 al 26 ottobre, aperto a tutte le persone vicine alla nostra Fondazione.

In molti di questi momenti, Massimo Toschi, amico della Casa da sempre impegnato sui temi della pace, della mediazione dei conflitti e della cooperazione internazionale, è stato una preziosa guida. Per questo, in questi tristi giorni in cui il conflitto tra Israele e Palestina si è reintensificato a Gaza e in tutto il Medio Oriente, a cominciare dalla Siria, si continuano a contare le vittime di guerre e terrorismo, ospitiamo con piacere una sua riflessione, scritta alcuni giorni fa durante il viaggio di Toschi in Terra Santa.

[nella foto, Massimo Toschi alla Casa della carità nel 2009 per l'incontro "Diamo un battito d'ali alla pace"]

Non arrendersi alla guerra: un impegno per tutti

In questi tre giorni a Gerusalemme e a Betlemme, per due volte ho sentito le sirene dell’allarme: una volta a casa del babbo di Mohammed, ragazzo palestinese bruciato vivo dopo l’uccisione dei tre ragazzi ebrei sequestrati e uccisi; la seconda mentre mi trovavo in albergo.

Forse la gente di qua è abituata, ma non ho trovato isteria né panico. Gli amici palestinesi che mi ospitavano sono corsi a vedere dove cadeva il missile (in realtà erano cinque) e poi sono tornati tranquillamente a parlare del loro figlio, con grande compostezza e dignità. In albergo si sono ritrovati tutti in una stanza, come da regolamento, ma c’era da fare qualche scalino.

Come sempre, anche - e soprattutto - nelle tragedie si dimenticano i disabili. Non è un caso che i giornali di ieri abbiano dato la notizia di due ragazze di Gaza disabili uccise. Come è noto, le forze armate israeliane danno cinque minuti alla gente della striscia per scappare e poi bombardano. È evidente che, per una persona disabile, non ci sono né il tempo né lo spazio per fuggire.

È solo un piccolo dettaglio, ma nella sua piccolezza rivela la barbarie della guerra, di questa guerra.

Venerdì mattina ho fatto un incontro di quattro ore con rappresentati della Cooperazione italiana e del Centro Peres per la pace, per individuare vie umanitarie per salvare la vita delle persone, dei bambini, dei feriti e degli amputati di Gaza.

È necessario che innanzitutto si apra un corridoio umanitario affinché i feriti di Gaza possano essere curati anche nella prima emergenza fuori dalla striscia dove, di fronte a questa emergenza, gli ospedali ormai sono al collasso. Alcuni bambini feriti, grazie anche al lavoro nostro, sono potuti davvero essere curati fuori da Gaza. Sono due per ora. Si potrebbe dire nulla, in realtà è un grandissimo risultato che va rafforzato con l'impegno di tutta la comunità internazionale.

È difficile trovare le grandi soluzioni politiche se non siamo nemmeno capaci di rispondere alla domanda umanitaria, su cui tutti o quasi convengono. Ecco il punto. Non ci accontentiamo di poco, anzi, siamo convinti che se si cominciano a salvare i bambini, se si inizia ad aprire un corridoio umanitario, alla fina anche le soluzioni politiche arriveranno.

Partire dai più piccoli determina anche la costruzione di una politica efficace e stabile. L’Italia ha una storia un questo senso e dovrebbe svolgere in questo campo una grande iniziativa perché è la stessa gente palestinese a riconoscere al nostro paese questo ruolo.

L'Italia insieme agli altri stati europei, dovrebbe costituire un fondo per la cura dei bambini palestinesi di Gaza, in modo che oltre alla guerra non ci sia anche la condanna a non essere curati e rimessi in piedi. É un impegno concreto, possibile per il nostro Governo, per le nostre Regioni e per tutte le nostre istituzioni.

La ministra Mogherini, che proprio in questi giorni è in Medio Oriente, giochi questa carta con coraggio e determinazione. La via umanitaria è capace di sconfiggere gli estremismi e di mettere ciascuno di fronte alle sue responsabilità. Ecco la vera leadership dell’Italia in Medio Oriente e in Europa. La vera grande politica è fare questo, soprattutto in questa ora della Palestina, in questa ora di Gaza.

E poi occorre una vera vicinanza. Bisogna essere accanto ai piccoli che soffrono. Quando sono andato a Betlemme, per incontrare cinquanta ragazzi palestinesi e quindici italiani che partecipano a un campus estivo di danza, ho capito che la via della compagnia, della condivisione e della vicinanza è la pietra angolare per costruire una politica di pace.

Me lo ha confermato il sindaco di Betlemme Vera Baboun, una donna forte e mite, il cui volto rivela la passione e la sofferenza del suo popolo. Questo campus anticipa le cose belle del futuro. I genitori dei ragazzi toscani hanno capito che senza amicizia non si costruisce futuro e i genitori di quelli palestinesi hanno capito che l’amicizia degli italiani non vive nella retorica, ma nella concretezza di un gesto e di un tempo da condividere insieme. Ieri abbiamo vissuto la gioia delle parole e della preghiera del Papa. Mi diceva Vera sabato “Il Papa ci ha chiesto di pregare per lui, ma anche lui deve pregare per noi”. Ecco ieri questo silenzio si è riempito di una parola forte e vigorosa del Papa, una preghiera dai piccoli e per i piccoli, per sconfiggere l’odio, anticipare il perdono e la riconciliazione .

Molti dicono che Gaza sia una prigione a cielo aperto. Io aggiungo che i Palestinesi che vivono nella striscia sono un popolo che è prigioniero due volte. I loro carcerieri sono Hamas e il governo israeliano. Sono i volti del partito della guerra che è trasversale e che, talora, combatte con armi diverse la stessa guerra, stando dalla stessa parte.

Per contrastarlo, per sconfiggere gli estremisti dell'odio, noi dobbiamo prendere la bandiera della cooperazione, della presa in carico dei bambini di Gaza e delle loro ferite, nel corpo e nel cuore. E questo, per me, non è umanitarismo universalista che accontenta tutti, ma grande politica.

Massimo Toschi

 
 

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