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Emergenza sbarchi: no a un'Ena bis. "Serve un sistema d'asilo e non d'emergenza"

27 marzo 2014

L'esperienza di uno dei profughi arrivati alla Casa della carità nell'ambito dell'Emergenza Nord Africa. E che oggi lavora come giardiniere

Dopo un inverno nel quale gli sbarchi sulle coste italiane di migranti provenienti dal nord Africa non sono cessati, come di solito succedeva negli anni precedenti, anche le prime settimane di primavera confermano l’esodo continuo e incessante di persone (non solo siriane) in fuga da zone di guerra che cercano asilo e protezione in Europa. I numeri sono in continua crescita.

Nonostante la prevedibilità di questo fenomeno migratorio, alimentato dall’instabilità politica e dai conflitti in corso, finora l’Italia – ma anche l’intera Ue – non ha prodotto seri e organizzati piani di intervento. Così, di fronte al numero crescente di sbarchi, ancora una volta si fa ricorso all’emergenza con le richieste arrivate dal Ministero degli Interni alle amministrazioni locali, regioni e comuni, di fornire posti in più dove ospitare i profughi.

Il rischio è che, in assenza di un progetto che preveda con tempestività la crescita delle domande d’asilo e predisponga un’offerta adeguata e qualificata, si ripeta l’esperienza di Emergenza Nord Africa (Ena) con la quale era stata affrontata l’impennata di sbarchi successivi alle primavere arabe e allo scoppio della guerra in Libia nel 2011.

Peppe Monetti
, responsabile per l’accoglienza della Casa della carità non ha dubbi: Ena – dice – è stato un sistema di accoglienza emergenziale fallimentare, oltre che costoso per le casse dello stato, e non va ripetuto”.

A conferma di questa sua analisi, Monetti racconta: “A fronte di una parte di rifugiati che hanno partecipato al percorso Ena e che hanno avuto concrete possibilità di inserimento nella società, ce ne sono molte altre centinaia che adesso vivono per strada, in situazioni di assoluta precarietà, e che si presentano qui da noi, in Casa della carità, per rinnovare il permesso di soggiorno, per chiedere ospitalità e assistenza: non conoscono l’italiano perché nessuno glielo ha insegnato, non hanno un lavoro perché non hanno avuto la possibilità di fare un inserimento lavorativo assistito. Sono la prova che nel suo insieme l’Ena non ha funzionato e non va ripetuta anche perché in troppi casi ha finanziato a pioggia strutture che non hanno dato alcun servizio a queste persone”.

Cosa fare allora? Le associazioni aderenti al Coordinamento regionale per l’Asilo in Lombardia, tra cui Casa della carità, hanno proposto con un comunicato congiunto che “si proceda all’attivazione immediata di tutti posti aggiuntivi che la rete SPRAR ha messo a disposizione e che non si costituisca l’ennesimo sistema di accoglienza parallelo facendo ricorso a strutture alberghiere, con un danno per le casse dello Stato, un abbassamento degli standard di tutela dei richiedenti asilo e della procedura di riconoscimento della protezione internazionale”.

 

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