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Riflessioni dopo un naufragio, l'ennesimo

19 aprile 2016 

La reazione della Casa della carità di fronte agli ultimi fatti di cronaca, che parlano ancora una volta di vittime della migrazione nel Mediterraneo

Il naufragio degli ultimi giorni è purtroppo solo l’ultimo di un lungo e ampiamente incompleto elenco di tragedie, molte delle quali archiviate nel disinteresse di troppi. Ricordare ciò che da anni sta succedendo nel Mare Nostrum, in quel Mediterraneo che circonda l’Italia e che separa l’Europa da quei paesi dell’Africa e del Medio Oriente dai quali continuano a tentare la fuga migliaia di uomini, donne e bambini, è oggi più che mai un dovere per chi considera un obbligo morale e civile trovare in fretta il modo per porre fine a questa strage. Accogliere, senza distinzioni, il profugo che fugge dalle bombe di una guerra o dalle torture di un regime, garantire una vita migliore al migrante che lascia la propria casa e il proprio paese per ragioni economiche, che fugge carestie e miserie o semplicemente l’assenza di un futuro per sé e per la propria famiglia, è l’unico modo per far emergere in un mondo di disumanità diffusa, incapace di distinguere tra egoismo privato e pubblica indifferenza, l’umano che è in noi.

La memoria troppo spesso è di parte. La storia predilige i potenti, i vincitori, gli eroi, raramente dà voce a chi è povero, a chi ha paura, a chi è emarginato, a chi combatte per sopravvivere e non per la gloria. Per questo è necessario non scordare quanto sta succedendo in questa Europa che somiglia ogni giorno di più a una fortezza che chiude i suoi ponti levatoi anziché abbassarli per consentire a tutti l’accesso alla mensa del castello. Troppe lacrime di coccodrillo si sono sprecate e si sprecano dopo l’ennesimo naufragio di migranti. Troppo disinteresse ha condannato e condanna all’oblio persone che l’insensibilità della politica, il cinismo dell’economia, la latitanza delle coscienze hanno già condannato a morire giovani. Quanti di questi giovani uomini e donne - età media 25-35 anni - hanno perso la vita in questi anni sulle rotte dell’immigrazione verso l’Europa? Il numero è approssimato - e già questo dovrebbe essere intollerabile in quella che si definisce società dell’informazione - ma sulla base di notizie documentate dalla stampa internazionale, dal 1988 ad oggi le stime quantificano tra i 12mila e i 13mila il numero di migranti morti in mare.

Morti di cui non si conoscono, se non in rari casi, né nomi né volti ma solo, e non sempre, i luoghi e le date dei naufragi, anche queste da dimenticare in fretta. Proprio come in fretta è stato dimenticato quel venerdì santo del 1997, nemmeno vent’anni fa, quando anche noi italiani, popolo di santi, navigatori ed emigranti, siamo diventati meta di nuove migrazioni e il nostro  mare tomba di tanti naufraghi. Per chi non se ne ricorda era il 28 marzo del 1997. Al di là dell’Adriatico, di fronte alle coste pugliesi, l’Albania era in piena guerra civile e migliaia di persone cominciavano a tentare la fuga verso quel paradiso del benessere che appariva l’Italia vista in tivu. Alle sette di sera del venerdì che precede la Pasqua succede tutto in pochi minuti e non per caso a bordo della motovedetta Kater I Rades, partita dal porto albanese di Valona stracarica di profughi. In Italia i timori di un’invasione dei tanti albanesi decisi a fuggire dal loro paese allo sbando si traducono in quella che è la prima azione di respingimento in mare: inseguita e speronata dalla corvetta Sibilla della Marina Militare Italiana, la Kater I Rades affonda in 15 minuti: delle 115 persone a bordo, solo 34 riescono a salvarsi, tutte morte le altre 81, in gran parte donne e bambini.

Da quel giorno, da quell’anno, il fenomeno migratorio ha assunto dimensioni sempre più ampie in questa parte del Mediterraneo che è frontiera obbligata verso l’Europa e l’elenco delle tragedie in mare che, per ora, si chiude con le notizie ancora da confermare di queste ore, ha visto susseguirsi drammi piccoli e grandi:

31 marzo 2016, al largo della città libica di Sabratah un barcone con 120 migranti a bordo cola a picco, la guardia costiera riesce a salvare 32 persone, le altre 88 tutte disperse;
30 gennaio 2016, nel mar Egeo, tra Turchia e l’isola greca di Lesmo, annegano 39 persone di cui 5 bambini;17 ottobre 2015, in due naufragi nei pressi della costa torca di Ayvalik e al largo dell’isola greca di Kalymnos annegano 16 persone di cui 3 bambini;
15 settembre 2015, si rovescia un' imbarcazione partita dalla città turca di Datca e diretta all'isola greca di Kos. Tratte in salvo 211 persone. 26 i morti tra cui 4 bambini e 11 donne;
27 agosto 2015, la guardia costiera libica individua 200 cadaveri di migranti davanti alle coste di Zuwara: il quotidiano inglese Guardian, citando come fonte Medici senza frontiere, parla di 40 corpi trovati all'interno di un barcone arenato su una spiaggia e di altri 160 localizzati in mare;22 luglio 2015, naufraga un gommone al largo della Libia: 40 i migranti annegati, secondo le testimonianze dei superstiti;
18 aprile 2015, a circa 60 miglia a nord delle coste libiche, nel naufragio di un barcone muoiono almeno 700 migranti. Il numero esatto non si è mai saputo, ma è la più grande strage di sempre, almeno tra quelle di cui si è avuta notizia;
24 agosto 2014, i marinai italiani impegnati nell’operazione Mare Nostrum nell’operazione di soccorso a un gommone alla deriva a sud dell’isola di Lampedusa mettono in salvo 73 persone e recuperano i cadaveri di 18 migranti;
2 luglio 2014, naufragio nel Canale di Sicilia al largo di Pozzallo di un’imbarcazione con 101 persone a bordo: 27 i migranti salvati da un mercantile accorso, 74 i dispersi di cui non si avrà più notizia;
12 maggio 2014, naufraga un barcone in acque libiche, a circa 100 miglia da Lampedusa: le vittime accertate sono 14, altri 240 migranti vengono tratti in salvo;
23 ottobre 2013, un’imbarcazione con a bordo 400 persone in fuga dalla guerra in Siria affonda in mare aperto, a 160 chilometri dalle coste di Malta. Solo molte ore dopo, le autorità maltesi individuano per caso la nave e avviano una missione di salvataggio ma metà delle 400 persone imbarcate è già deceduta;
3 ottobre 2013,  è il giorno della tragedia di Lampedusa quando, a poche miglia dal porto, affonda un barcone stracarico di migranti provenenti dalla Libia: 386 i morti.

Come già detto, è un elenco sommario e incompleto, ma più che sufficiente per dare l’idea di quello che sta accadendo. Di fronte a ognuno di questi episodi la reazione di chi è impegnato alla Casa della carità è sempre la stessa. Che le vittime siano 400 oppure meno di dieci, che la notizia sia ufficiale o ancora in attese di conferme, che si tratti di "profughi" siriani oppure di "migranti economici" senegalesi, ogni volta che leggiamo la notizia di un naufragio, qui alla Casa della carità, pensiamo alle persone ospiti in via Brambilla che quel viaggio l'hanno fatto. Pensiamo ai loro volti e alle loro storie. Che avremmo potuto non conoscere mai, se anche a loro fosse toccata la stessa sorte. Una sorte che, oggi, non dovrebbe toccare mai. A nessuno. Una sorte che, come Europa e come Italia, potremmo e dovremmo evitare loro. A tutti loro.

Perché tutto ciò accada davvero, perché l’inquietudine interiore si trasformi in un sussulto di civiltà, perché l’impotenza provata di fronte a certi fatti diventi azione, però, è necessario interrogarsi per individuare e affrontare le cause che sono all’origine di questa situazione che, da anni, sembra ormai ripetersi sempre uguale a sé stessa, anzi peggiore. Il Papa, di ritorno dall’isola di Lesbo, ha detto chiaramente che non fa distinzioni tra chi fugge dalla guerra e chi scappa dalla fame perché “tutti e due sono un effetto dello sfruttamento”. È un concetto cruciale, che il Pontefice aveva già affrontato nell’Evangelii Gaudium. “Così come il comandamento non uccidere pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire no a un'economia dell'esclusione e della iniquità. Questa economia uccide”, ha scritto Francesco, invitandoci a capire quali sono le logiche internazionali che impoveriscono i popoli, che causano i conflitti e che spingono milioni di persone a emigrare, in maniera più o meno forzata. Chiedercelo e cercare di capirlo potrebbe essere il primo passo per evitare il prossimo naufragio

 
 
 

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