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Milano tenga alta l'attenzione ai più fragili

26 giugno 2017

Dopo la visita del Papa in Lombardia per omaggiare don Primo Mazzolari, don Colmegna riflette sull'esistenza scomodante dei poveri

“Un’esistenza scomodante”. Era così che don Primo Mazzolari parlava dei poveri. Ed è citando questa espressione che il Papa gli ha reso omaggio nel corso della sua seconda visita in Lombardia nel giro di pochi mesi. Francesco, prima di andare a Barbiana a pregare sulla tomba di don Milani, ha trascorso la mattinata di giovedì a Bozzolo. In questo piccolo centro in provincia di Mantova, don Mazzolari, ha speso oltre 25 anni del suo sacerdozio, diventando una figura tanto straordinaria quanto attuale della nostra Chiesa.

Nel dopoguerra, per spiegare la definizione di “scomodante”, scriveva che “sarebbe meglio che i poveri non fossero... se i poveri ci sono, la mia vita non può essere la vita che conduco”. Più di cinquant’anni dopo, Papa Bergoglio invita a non pensare ai poveri “solo come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno di gesti estemporanei di buona volontà”. “La loro mano tesa verso di noi - prosegue Francesco nel messaggio per la Giornata Mondiale dei Poveri - è anche un invito ad uscire dalle nostre certezze e comodità”. 

Ieri come oggi, l’esortazione è chiara. Abbandonare ogni forma di pietismo e assistenzialismo per far diventare i poveri un punto di riferimento. E cioè creare occasioni di incontro, stabilire relazioni, condividere esperienze con loro e cercare di guardare il mondo dalla loro prospettiva. È un cambiamento culturale forte quello che viene chiesto.

Applicato alla sfera personale, ciò vuol dire lasciarsi interrogare dai poveri, riflettere sul proprio stile di vita, renderlo semplice, sobrio e aperto, basato sulla condivisione e la responsabilità, molto più rivolto al noi che all’io. Lo stesso ragionamento vale per le nostre comunità. Stanziare fondi e lanciare progetti per gli esclusi è importante, ma non basta. Bisogna anche interrogarsi sulle cause dell’esclusione e sul modello di sviluppo cui sono legate. Fin dall’inizio del suo papato, con l’enciclica Laudato si', Francesco invita con forza a reagire “alla cultura dello scarto e dello spreco, facendo propria la cultura dell’incontro”.  

I poveri non possono essere visti allora come inevitabili o, peggio, come fattori di fastidio, come problemi di decoro o, ancora, come persone che meritano le condizioni in cui si trovano perché hanno fallito. Al contrario, i poveri sono energie della nostra comunità da riattivare, a beneficio loro e di tutti. E, di conseguenza,  le politiche di lotta alla povertà sono politiche di sviluppo perché creano cittadinanza e autonomia attraverso il lavoro.  

Il Reddito di Inclusione (Rei), appena introdotto a livello nazionale, può essere uno strumento utile in questo senso. Deve però essere sempre accompagnato da un efficace sostegno in ambito lavorativo, sociale e relazionale. E poi ha bisogno di una dotazione di fondi superiore perché quella attuale è assolutamente insufficiente. Per questo, mi auguro che Milano, città oggi come ieri sensibile su questo tema, faccia di più per i suoi poveri.  

Accanto alla sua vocazione imprenditoriale e internazionale, Milano ha sempre avuto un’attenzione particolare per “l’esistenza scomodante” dei suoi poveri. Mi auguro che non la perda proprio ora che si trova ad affrontare sfide decisive per il suo futuro, come la riqualificazione degli scali ferroviari, il possibile arrivo dell’Agenzia europea del farmaco e soprattutto il piano periferie. Perché più la nostra città sarà attenta ai più fragili tra i suoi abitanti e più sarà anche economicamente forte ed internazionalmente attraente.


Articolo pubblicato su La Repubblica Milano del 26 giugno 2017

In apertura, il Papa nella chiesa di Bozzolo.

 
 

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