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Come si affronta il disagio psichico dei migranti

4 settembre 2017

Per non essere visto solo con paura, serve una presa in carico globale e continuata. Una riflessione di don Virginio su questo tema, sulle pagine di Repubblica Milano

È passata poco più di una settimana da quando un giovane afgano si è suicidato in un centro di accoglienza di Milano. Prima di lui altri due profughi ospitati nella nostra città si sono tolti la vita. Storie drammatiche, che lasciano intravedere situazioni di sofferenza tra i migranti, che spesso arrivano in Italia dopo aver subito torture tremende. Storie che devono vibrare dentro di noi e interrogarci, non in modo pietistico, ma perché ci lasciano una responsabilità civile e politica.

Per rispondere alla domanda di cura che arriva da queste persone non bastano soluzioni di emergenza. Per non essere visto solo con paura, il disagio psichico va affrontato con una presa in carico globale e continuata. Ad esempio potenziando servizi come il Centro di consultazione etnopsichiatrica dell’ ospedale Niguarda o moltiplicando i progetti Sprar dedicati alla salute mentale, che vedono la presenza costante di operatori sociali, medici, psichiatri e avvocati. In Casa della carità abbiamo sperimentato uno di questi progetti, che ha permesso di dare risposte importanti e che sta chiedendo appunto di essere sostenuto per poter continuare.

Raccogliamo poi il senso di solitudine e abbandono di chi attende per mesi una risposta per il proprio permesso di soggiorno, o che si vede rifiutata la domanda di asilo; di chi vorrebbe lavorare e sviluppare cittadinanza attiva, e invece è costretto a vivere in situazioni di marginalità e irregolarità. Di loro la politica, travolta da una sorta di euforia nel diffondere le cifre sulla diminuzione degli sbarchi o quanti barconi sono stati fatti tornare in Libia grazie ai recenti accordi internazionali, non fa parola. 

Questa cultura che pone al centro il respingimento, questo linguaggio del rifiuto sembrano aver pervaso gran parte della nostra politica, alimentando preoccupanti episodi di intolleranza, se non di aggressività e violenza nei confronti degli stranieri, anche coloro, e sono tanti, che ora sono cittadini a tutti gli effetti.

In questo contesto, c’è però anche chi continua a praticare una cultura diversa fatta di accoglienza, fraternità e solidarietà, attenzione ai diritti, rispetto della dignità umana, che per molti è la ricchezza del Vangelo e l’insegnamento continuo di papa Francesco. Non è buonismo, non è retorica, ma è un patrimonio etico che deve essere capace di far sentire la sua voce e imprimere un serio orientamento culturale e politico.

La sfida dell’immigrazione non si affronta tenendo gli immigrati “invasori” lontani dalle nostre coste. Questo fenomeno va governato ripristinando canali d’ingresso legali per chi vuole venire in Italia e regolarizzando chi già vive, lavora e ha messo radici qui, pur essendo per legge “clandestino”. In poche parole superando la legge Bossi-Fini.

È la battaglia lanciata dalla campagna “Ero straniero – L’umanità che fa bene” che, opponendosi alla cultura del rifiuto, punta su un messaggio positivo di accoglienza e coesione sociale. Ingressi legali e sicuri, inclusione attraverso il lavoro, regolarizzazione di situazioni individuali, riconoscimento della cittadinanza, rispetto del diritto alla salute, partecipazione alla vita democratica devono tornare al centro dell’agenda politica.

Abbiamo un mese e poco più per raggiungere le 50mila firme necessarie per presentare al Parlamento la proposta di legge. A Milano sarà un mese di mobilitazione straordinaria, a cui invito tutti a partecipare, cercando i banchetti della raccolta firme sul sito erostraniero.casadellacarita. org.


Articolo pubblicato su La Repubblica Milano del 4 settembre 2017

[La foto di copertina è di Marco Garofalo]

 
 

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