1. Vai al contenuto della pagina
  2. Vai al Menu Principale
Casa della Carità
dona ora
 
 
 

Contenuto della pagina

 

E alla fine Luigi è tornato a casa

13 settembre 2016

Da senza fissa dimora a Milano al ritorno dalla sorella in Sardegna, passando per le docce della Casa della carità

 
 
Luigi sulla "sua" panchina, ieri.

Su quella panchina al parco della Martesana ha vissuto per tutta la stagione fredda un clochard, un uomo senza identità e senza l'idea di poter avere un futuro, senza amici e senza una famiglia come ce l'aveva una volta. Quello stesso uomo, due giorni fa, è stato imbarcato su un volo in partenza da Orio al Serio e diretto a Cagliari, in Sardegna, la terra dove vive sua sorella, che da anni lo cercava.

L'uomo che chiameremo Luigi, ha 47 anni e una grave patologia, un passato difficile e un presente incerto. Come a tanti succede, Luigi a forza di prenderle dalla vita, nell'autunno scorso aveva deciso di lasciar perdere. Di costruirsi una tana sulla panchina davanti al Naviglio e di stare lì, fino a quando la fine non fosse arrivata. Fra i tanti che passavano ogni giorno da quelle parti, forse il solo Fiorenzo, braccio destro di don Colmegna - che con i disagiati ha una lunga confidenza lavorando nel sociale da quando era un ragazzino - ha notato quella montagna di coperte e si è avvicinato per vedere chi c'era sotto. «Ho parlato con quella persona di cui si intravvedeva la testa, ma non il volto, ho cercato di capire la sua storia, l'ho fatto venire al servizio docce e guardaroba in Casa della Carità. E lì abbiamo cominciato a conoscere meglio i suoi problemi, le sue paure».

Sì perché Luigi era talmente spaventato dalla vita che non si fidava di nessuno, tantomeno di chi gli diceva che esistono dormitori pubblici gratuiti per i senza tetto. Come molti degli uomini della strada, lui di andare in quei centri "in mezzo a clochard e stranieri", non ne voleva nemmeno sentire parlare: «Ho bisogno della mia libertà e della mia indipendenza, non voglio dividere un tetto con sconosciuti che parlano un'altra lingua e con cui non ho niente a che fare. Preferisco la solitudine. E se muoio, pazienza».

 
La panchina vuota, oggi.

E allora Fiorenzo, che è anche lui un testardo, ha deciso che se Luigi non voleva andare alla montagna, la montagna sarebbe andata da Luigi. «Sono passato tutti i giorni, tutto l'inverno, a vedere come stava e se era vivo. Io mi alzo abbastanza presto la mattina e ogni volta passavo dalla sua tana e vedere se stava bene, o perlomeno se respirava», racconta. E Luigi, forse vedendo che almeno uno al mondo di lui si ricordava, ha cominciato piano piano a srotolare il filo della memoria. «Quando veniva alle docce a lavarsi e cambiarsi, poi si fermava a prendere il the caldo, qualche parola la tirava fuori. Ci ha detto di avere una sorella, ha rivelato il nome. Noi ci siamo messi a cercare questa sorella e dopo molti tentativi, l'abbiamo rintracciata. Lei era commossa, stupita, da tanti anni aveva perso le tracce del suo fratello giramondo e problematico. Era pronta e anzi contenta a riprenderlo in famiglia, a dargli un tetto», racconta Ciro, uno degli operatori che lo vedeva al guardaroba. Ne passano tanti di "Luigi" dal guardaroba: sono almeno 5mila all'anno e centinaia di nomi e di storie. 

Luigi diventa uno dei "figli adottivi" della Casa della carità e in tanti si danno da fare per aiutarlo, per convincerlo ad accettare un aiuto, anche perché la sua salute non gli permette di continuare con la vita di strada. Quella panchina sarebbe diventata presto una bara. Il primo ostacolo è stato riuscire a fargli ottenere una carta di identità, visto che non ne aveva più una e non aveva ovviamente fatto la denuncia di smarrimento. Ci sono volute settimane. Poi, dopo l'acquisto del biglietto low cost, Luigi ha dormito la sua prima notte al coperto dopo tanti mesi: in Casa della carità, non lontano dal "suo" parco della Martesana. La mattina dopo, all'alba, si è svegliato, lavato, cambiato e si è messo in viaggio verso Orio al Serio, dove è salito sul primo aereo dopo molti anni.

Luigi ha salutato la Milano dove si è fatto tanto male, dove pensava forse di morire, solo come un cane su una panchina gelata. «Non so se ce la faccio a partire», ha detto commosso a Fiorenzo che lo ha accompagnato all'aeroporto. «Vai tranquillo, anzi, corri che perdi l'aereo», l'ha incoraggiato l'altro. E' arrivato in Sardegna in una mattina di questa primavera assolata, ha respirato l'odore del mirto e del mare. La prima telefonata è stata al suo amico milanese: «Arrivato, tutto a posto». E ora è pronto per una nuova fase della vita e a riprovare a prendere in mano le fila del suo destino. Luigi ha ritrovato il futuro.

 
 


Zita Dazzi

La Repubblica Milano, 14 marzo 2017

 
 

Il presidente della fondazione

Iniziative di spiritualità

La nostra newsletter

 
Torna ad inizio pagina