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Lavori di pubblica utilità: a Milano è necessario un tavolo

4 giugno 2013

Riflessioni e proposte emerse durante l'incontro organizzato sul tema dal CeAS e dalla Casa della carità lo scorso 20 maggio

E’ stato un momento di riflessione sulle problematiche che interessano i lavori di pubblica utilità, cioè quelle formule alternative alla pena detentiva e pecuniaria che possono essere applicate in presenza di alcune condizioni giuridiche e individuali (nel caso di reati riguardanti l’uso di stupefacenti e di reati al codice della strada), l’incontro organizzato lo scorso 20 maggio dal Ceas, il Centro ambrosiano di solidarietà, e dalla Casa della carità.

Durante il convegno, cui hanno partecipato operatori degli enti convenzionati con il Tribunale di Milano, il presidente aggiunto dell’ufficio GIP/GUP del Tribunale di Milano Claudio Castelli, Massimo Manzi dell’Ufficio GIP/GUP del Tribunale di Milano e Severina Panarello, direttrice dell’UEPE, l’ufficio per l’esecuzione penale esterna di Milano-Lodi, sono stati presentati i dati raccolti attraverso un questionario distribuito nel mese di aprile alla cinquantina di enti attualmente convenzionati col Tribunale di Milano da cui sono emersi i punti di forza, le criticità e le prospettive future dei lavori di pubblica utilità.

Mentre si discute della possibilità di convertire i reati fino a 4 anni di pene edittali in lavori socialmente utili presso enti, istituzioni,organizzazioni del Terzo settore accreditate con il Tribunale, allargando quindi a questa formula alternativa la platea delle pene finora ammesse (condannati per art.186 e 187 del codice della strada,art.73/5 del DPR 309/90), il lavoro sul campo da chi, come CeAS e Casa della carità, opera da più tempo a contatto con questi “ospiti socialmente utili” ma anche da chi ha una pratica più recente ha consentito di stendere un primo resoconto dell’esperienza a Milano e provincia.

Tralasciando le criticità che riguardano i costi (non tutti riconosciuti all’ente ospitante), la copertura assicurativa (l’Inail ha costi aggiuntivi per l’ente), i tempi di avvio (con forte discrepanza tra i tempi di attesa che precedono la sentenza definitiva e i successivi tempi legati all’effettivo inserimento lavorativo), il rapporto con l’ufficio per l’Uepe, quello (difficile e spesso assente) con le forze dell’ordine, il rapporto con i legali (che ignorano spesso l’iter per i lavori socialmente utili) e quello con il Tribunale (snello e consolidato a Milano, più difficile in altre realtà), due sono i punti più problematici emersi: la gestione della lista d’attesa e la finalità educativa del lavoro socialmente utile.

Dalle risposte al questionario risulta, infatti, chiaro come il sistema attuale della lista d’attesa abbia garantito lo sconto della pena attraverso il lavoro di pubblica utilità solo a un 8-10% delle richieste di disponibilità ricevute. Uno scarto eccessivo, sulle cui ragioni è il caso di interrogarsi. Quali sono i criteri che orientano la scelta? E’ rispettato un ordine temporale o scattano altre priorità? I colloqui di disponibilità vengono svolti comunque anche in presenza di una lista d’attesa?

Domande cui si aggiungono ulteriori interrogativi: per esempio, la scelta di chi accogliere è condizionata anche dalle competenze e dalle capacità che le persone sono in grado di portare nell’ambito dell’organizzazione ospitante? E in che misura hanno accesso ai lavori socialmente utili anche persone più svantaggiate che non sono cioè in grado di apportare un vantaggio effettivo a chi li ospita?

Se pochi sono i dubbi sul valore dei lavori di pubblica utilità per la società, per gli enti e per il singolo cittadino condannato (che in una struttura spesso distante dalla sua esperienza quotidiana ha modo di riflettere sulla propria condotta e sulle conseguenti responsabilità), molti interrogativi solleva invece la finalità dei lavori di pubblica utilità. Devono avere una valenza educativa esplicita? Devono restituire comportamenti utili alla società? E’ il caso di scomodare una prospettiva pedagogica nell’ambito dei lavori socialmente utili? In altre parole: se si affida un condannato per guida in stato di ebbrezza o per uso di droga a un ente no profit o del terzo settore perché lo utilizzi come lavoratore socialmente utile, questo ente deve porsi l’obbiettivo di redimerlo?

Insomma, l’esperienza dei LPU merita di essere seguita, approfondita, in alcuni punti ripensata. Anche alla luce dell’accreditamento da parte del Tribunale di Milano del Comune di Milano che gestirà uno sportello specifico sui lavori socialmente utili. Da qui la richiesta emersa nell’incontro del 20 maggio da più partecipanti di dar vita a un tavolo comune tra Tribunale di Milano, Comune di Milano ed enti accreditati per scambi in tempo reale di dati, soluzioni di problemi, rilievi critici. Con l’obbiettivo che qualsiasi pena alternativa, nei casi in cui è possibile, è più utile del carcere.

 

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