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Casa della Carità
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Una riflessione del presidente della Casa della carità sull'imminente Settimana Santa.

 
 

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La lavanda dei piedi alla Casa della carità

Una riflessione di don Virginio Colmegna sul significato del gesto compiuto da Gesù il giovedì santo

Per riflettere sul gesto che Gesù ha compiuto il Giovedì santo lavando i piedi ai suoi Apostoli, è necessaria una consapevolezza, basata sulla nostra esperienza alla Casa della carità. Ed è quella che i protagonisti debbono rimanere sempre loro, le persone, uomini, donne, bambini con cui stabiliamo una relazione. Dobbiamo sempre ricordare che i "i poveri sono sempre con noi”, ma ancor di più che la bellezza evangelica sta in quel partire dalle beatitudini, questa magna carta che è un po' la bisaccia del pellegrino credente, in ricerca, a volte anche interrogato e dubbioso.

È un grande dono quello di condividere, di dare spazio e tempo al linguaggio forte che la lavanda dei piedi porta con sé, quello di “stare con” ed “essere per”. Si tratta di un modo di vivere, di un dono di se che non può essere oscurato da quel desiderio di impossessarsi di tutto, anche di quelle povertà, di quei volti, per accomodarci nella retorica di un aiuto caritatevole.

La tensione spirituale del lavare i piedi sta tutta in una passione interiore, in un legame di umanità che ci fa essere e restare la dove l'umanità è lacerata. È in questi luoghi che cerchiamo di portare una dimensione di condivisione, una volontà di ricerca di ciò che vale veramente, la consapevolezza di essere tutti, ma proprio tutti, figli di un medesimo Padre, chiamati alla fraternità anche in un mondo contemporaneo così frammentato e diviso.

Il paradosso dell'esperienza cristiana è Gesù che prima si nasconde e poi si rivela in quei volti e in quelle storie storie di vita segnate dal dolore infinito. Ed è verso le persone che vivono queste esperienze che dobbiamo chinare il capo, verso i piedi. È un richiamo per la Chiesa ad essere sempre al servizio, ad essere, come diceva don Tonino Bello, “la Chiesa del grembiule”. E allora proprio in questo mondo spesso chiuso nelle sue speranze tristi, nei linguaggi di chiusura, negli egoismi corporativi, deve farsi largo, deve trovare delle fessure quel respiro e quella vita di carità che è sempre eccedente, che non fa calcoli, non si misura sui risultati, diventa sapiente e saggia perché scruta, incontra, opera anche avvolta nel silenzio.

Ogni giorno che passa, alla Casa della Carità, raccolgo il dono del servizio che sto vivendo con una gioia interiore sincera, la bellezza gioiosa e pura della carità che si fa servizio, sa sostare interiormente a far parlare quel dono che è l'Altro, che non viene occupato dal nostro fare, ma che si fa linguaggio e parola che ci spinge oltre.

Penso alle anziane donne volontarie che accolgono, in diversi giorni della settimana, più di 100 uomini e donne che stanno sulla strada. A loro mettono a disposizione la possibilità di fare una doccia e di cambiare i vestiti, ffrono momenti di cura per la propria salute, li accompagnano all’ascolto di chi può promuovere i loro diritti. Io imparo molto da loro, soprattutto perché lo fanno senza pretese e mi consegnano un'attenzione che spesso sfugge a noi, troppo abituati alla normalità del fare.

Penso anche alle tante “vite di scarto” che arrivano alla Casa della carità e che qui ritrovano relazioni, affetti, possibilità di vivere in maniera più degna. Ecco, penso che, metaforicamente, siano loro che più e più volte hanno lavato i piedi delle tante persone che qui si impegnano ogni giorno, me compreso. Queste persone, con le loro parole, i loro sorrisi, le loro difficoltà, ci insegnano che, spesso, siamo noi a doverceli far lavare i piedi per riprendere uno sguardo nuovo, capace di farci accogliere.

Senza questi volti, queste storie di vita, noi non sapremmo dove poter incontrare quel Gesù che ci sta prendendo per mano. Dobbiamo imparare nuovamente a commuoverci, a portare in noi il mondo intero, a respirare e a sognare. Lo dobbiamo fare perché la fraternità deve diventare sempre più il volto della Chiesa, di una Chiesa che si mette in cammino con i poveri, che si fa povera davvero, che si fa a lavare i piedi.

Solo una Chiesa che ascolta chi abita “i sotterranei della storia” può osare anch'essa a lavare i piedi, può comportarsi come fece Pietro manifestando la sua sorpresa per il gesto rivoluzionario di Gesù, ma lasciandosi anche guidare nell'essere discepolo innamorato del suo maestro e nel capire il valore della debolezza.

Alla Casa della Carità spesso mi inginocchio in cappella davanti a un Crocifisso con il corpo lacerato, fatto di brandelli che si riuniscono nel volto, che da unità al corpo piagato e sofferente. Di fronte a quel Crocifisso ricordo spesso nomi e volti di amici ospiti, pregando perché la Casa della carità non sia solo un'esperienza di aiuto ma un dono che cambi nel profondo la nostra esistenza.

È in questo momento che mi vengono in mente alcune frasi. La prima è di un laico, Luigi Pintor, che in un suo libro scrisse “Non c'è in un'intera vita cosa più importante da fare che chinarsi, perché un altro cingendoti il collo possa rialzarsi”. La seconda, invece, è di Madeleine Delbrêl, assistente sociale, mistica e poetessa francese. “Se dovessi scegliere una reliquia della tua passione prenderei proprio quel catino di acqua sporca. Girerei il mondo con quel recipiente e ad ogni piede cingermi dall'asciugatoio e curvarmi giù in basso, non alzando mai la testa oltre ai polpacci per non distinguere i nemici dagli amici e lavare i piedi del vagabondo, dell'ateo, del drogato, del carcerato, dell'omicida, di chi non mi saluta più, di quel compagno per cui non prego mai, in silenzio. Finché tutti abbiano capito nel mio, il Tuo amore”.

[nel video sopra, una riflessione di don Virginio Colmegna sulla Settimana santa]

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