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Contro il pregiudizio - capitolo 1: la storia di Bianca

19 febbraio 2013

Dalla Romania al campo irregolare, per riuscire a curare il figlio disabile. Una vicenda di pregiudizio e riscatto

Il 19 febbraio la Casa della carità ha lanciato a Milano la campagna "Tre Erre", promossa a livello nazionale dalla Fondazione Romanì Italia. Si tratta di un'azione di comunicazione pensata per andare contro il pregiudizio e dare ai minori rom che vivono nel nostro paese la possibilità di fare conquiste e scoperte. Come fondazione, siamo convinti che la discriminazione si combatta soprattutto attraverso la conoscenza e, in particolare, la conoscenza delle storie positive di quelle persone che sono vittime di questi comportamenti. Per questo, abbiamo deciso di raccontare, sul nostro sito, le esperienze di chi abbiamo incontrato in questi anni. A cominciare da Bianca.

Bianca parla un discreto italiano. Ogni tanto sbaglia qualche parola, per i termini più specifici usa ancora il romeno, ma riesce a raccontare la sua storia e a farsi capire molto bene, come ha fatto nel video linkato qui sopra, in maniera anonima. “Ho tre figli, uno disabile e sono senza marito. Nel mio paese andava male, malissimo: per le cure del bambino dovevo pagarmi tutto, pannolini e siringhe compresi, e così capitava che per un mese o due non avesse le terapie che gli servono”.

Così la decisione di partire e di lasciare il piccolo villaggio rurale della Romania nel quale aveva sempre vissuto. Arriva in Italia e trova casa in un campo irregolare alla periferia di Milano: si mantiene con l'elemosina, “una cosa brutta”, dice ora ricordando quegli anni. L'isolamento nel quale la comunità vive, per paura e convenienza, viene rotto da alcune associazioni del terzo settore. “I primi che ho conosciuto – racconta ancora Maria – sono stati gli operatori del Naga, tra i quali c'era una signora romena. Grazie a loro ho avuto i primi contatti con il sistema sanitario nazionale”. E con pregiudizio e discriminazione.

“Niguarda è un ospedale grandissimo, io parlavo male l'italiano e non sono nemmeno riuscita a raggiungere il padiglione di cui avevo bisogno. Le persone non mi rispondevano, non leggevano nemmeno i fogli sui quali c'erano le indicazioni che per loro erano facili da interpretare”. In seguito, accompagnata da volontari di Missione Possibile è andata meglio, ma la vera svolta è arrivata quando il campo dove viveva Bianca è stato sgomberato e alcune famiglie, compresa la sua, hanno accettato di intraprendere i percorsi proposti dalla Casa della carità.

“Ho smesso di chiedere soldi, i bambini hanno cominciato ad andare a scuola con regolarità e mio figlio ad avere le cure di cui ha bisogno con continuità. E poi ho anche trovato un lavoro, ma senza l'aiuto della Casa non ce l'avrei mai fatta da sola”. A distanza di anni, Bianca, ora, ha una casa per sé e i suoi tre ragazzi. “Adesso siamo come gli uomini veri” dice, con entusiasmo e un po' di ironia. “Mio figlio è seguito da una persona molto paziente. Gli piace un sacco quando vanno in piscina insieme ed è molto migliorato: parla, mentre prima diceva solo si e no.

“Rispetto a quando vivevamo al campo, ora possiamo pensare al futuro, con la scuola che sta dando ai miei bambini un'educazione, come ai ragazzi italiani”. “Il più piccolo – racconta col sorriso – parla meglio l'italiano del romeno e dice sempre: io non sono zingaro, io sono Antonio. Ho anche il nome italiano”.

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