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Vincenzo Spadafora: “Una classe dirigente sorda ai problemi dei minori”

26 giugno 2013


Il garante dell’Infanzia Vincenzo Spadafora (nella foto sopra) in questa intervista al nostro sito denuncia l’immobilismo della politica verso i problemi dei giovani e l’assenza di  interventi contro una crisi che colpisce duro: più di un milione e 800mila minorenni vivono in condizioni di povertà in Italia. Sui migranti minori che arrivano in Italia, dice, “occorre una soluzione europea”. E aggiunge: “La questione della cittadinanza dei figli di stranieri nati in Italia non si può più rinviare, è il momento di riformare la legge 91/2002”.

“Devo ammettere con profondo rammarico che non è cambiato nulla, nel nostro paese c’è scarsa attenzione verso le necessità materiali e i diritti dei minori”. Non nasconde la sua disillusione, Vincenzo Spadafora, nella seconda relazione da garante nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza. La sua nomina nel 2011, non ancora quarantenne ma con una lunga esperienza in tema di diritti dei giovani (era presidente dell’Unicef Italia) sembrava un passo avanti nell’adozione anche nel nostro paese di politiche di tutela per i più giovani, un segnale di svolta dopo anni di disinteresse e indifferenza della politica. Purtroppo, complice anche la crisi economica, finora l’atteggiamento immobilista della politica e delle istituzione non sembra essere cambiato.

E’ così, dottor Spadafora?
“E’ così, le politiche finora adottate in materia di infanzia e adolescenza sono un totale fallimento. La nostra classe dirigente sembra del tutto sorda. Continua a rimandare la possibilità di investire sulle politiche rivolte all’infanzia e all’adolescenza. Non comprende il valore di tali investimenti che possono essere un antidoto per uscire dalla crisi e per non compromettere la crescita futura. Alla mancanza di investimenti si aggiunge la frammentazione delle competenze istituzionali divise tra ministeri, commissioni, comitati e osservatori. Dobbiamo definire al più presto i livelli essenziali di assistenza (Lea) previsti dalla Costituzione: garantire l’accesso ai servizi di base a tutti i bambini, trovare fondi per l’edilizia scolastica e non solo per la didattica, risorse per le famiglie a basso reddito e pensare seriamente ad  una riforma della giustizia minorile”.

Già un anno fa lei metteva in guardia contro gli effetti della crisi sulla popolazione più povera dove i bambini sono una quota importante. Quest’anno?

“Quest’anno i dati descrivono una situazione drammatica: in Italia vivono in situazione di povertà relativa 1.822.000 minorenni, il 17,6% dei bambini e degli adolescenti. Il 7% dei minorenni, ovvero 723.000, vive in condizioni di povertà assoluta; la quota è del 10,9% nel Mezzogiorno, a fronte del 4,7% nel Centro e nel Nord del Paese. Voglio sottolineare il dato relativo al rischio di povertà ed esclusione sociale per i bambini e gli adolescenti che vivono in famiglie con tre o più minorenni, che è pari al 70% al Sud a fronte del 46,5% a livello nazionale; 70 su 100 minorenni che nascono in una famiglia numerosa del Sud rischiano di essere poveri. Nella classifica del benessere di bambini e adolescenti l’Italia occupa il 22° posto su 29 Paesi definiti ricchi”.

L’impatto della crisi sui minori è peggiore in Italia rispetto al resto d’Europa?
“La spesa per l’infanzia e la famiglia in Italia è pari solo all’1% del pil. Il dato dice tutto. Girando per l’Italia ho incontrato bambini e adolescenti che vivono in difficoltà, ho incontrato servizi sociali ridotti al minimo, sindaci senza neanche più le risorse essenziali. In altri paesi hanno fatto scelte diverse, Francia e Germania non hanno tagliato i fondi alle scuole ed ai servizi sociali e hanno  affrontato meglio la crisi internazionale: questi paesi hanno deciso di reggere l’impatto della crisi non tagliando ma investendo sulle giovani generazioni e la famiglia. Se anche in Italia la politica non cambierà atteggiamento, consegneremo alle future generazioni un paese socialmente disintegrato e responsabile di essere rimasto indifferente nei confronti di una parte rilevante e strategica del proprio capitale umano”.

La nostra rivista Via Vai ha dedicato la sua copertina al fenomeno dei minori di origine straniera che chiedono asilo e aiuto in Italia. Anche sulla situazione di questi ragazzi in fuga da guerre, miseria, disoccupazione lei non sembra molto ottimista
“Siamo di fronte ad un’emergenza continua e si continua a sottovalutare la situazione. Siamo immobili di fronte ad un problema che riguarda tutta l’Europa. Bisogna intervenire. Non è ammissibile che da anni si dica d’aver imparato dall’esperienza, per poi ritrovarci sempre nelle medesime condizioni. La gran parte dei ragazzi che arrivano sono “minori in transito”. Non pensano di restare in Italia, vogliono spesso raggiungere fratelli, parenti o connazionali nel nord Europa dove avrebbero opportunità di lavoro, noi glielo impediamo perché in base agli accordi comunitari il paese di prima accoglienza è quello che se ne deve far carico. E’ assurdo. Ho intenzione di sottoporre la questione alla prossima riunione dei garanti per l’Infanzia e l’Adolescenza di tutta Europa. Per il momento col Parlamento insieme al Governo dovremo ripensare sia il sistema di accoglienza nazionale che le procedure che a livello internazionale impediscono ai ragazzi in arrivo in Italia di seguire il loro progetto migratorio”.

Lei ha definito “una questione non più rinviabile” la cittadinanza per i figli di stranieri nati in Italia, almeno in questo caso le pare che qualcosa si stia muovendo?
“La cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia è una questione che non può più attendere e che non si può più rinviare. Condivido la posizione della ministra Kyenge. Oggi in Italia quasi un quinto dei bambini nasce da un genitore straniero, quasi un milione di ragazzi non italiani frequenta le nostre scuole, l’8,5% della popolazione scolastica. E’ una realtà della nostra società con cui dobbiamo fare i conti, una questione che la politica deve affrontare mettendo da parte ogni possibile velo ideologico per arrivare presto ad una legge  che nel rispetto della Convenzione internazionale sui diritti dell’Infanzia non discrimini tra bambini che nascono in Italia da genitori stranieri ed i loro coetanei italiani. Occorre una legge sulla cittadinanza in grado di rappresentare i bisogni sociali e culturali del nostro paese, che accolga senza timore la ricchezza che nasce dalla multiculturalità ed è arrivato il momento di pensare a una riforma della legge 91/1992”.

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