La Casa della carità non è mai stata favorevole all’istituzione di campi nomadi. E quindi, in linea di principio, può dirsi d’accordo con il comitato cittadino “Riprendiamoci Milano”, che ha promosso la raccolta firme “No al campo nomadi di transito di via Idro”.
Dialogo con don Massimo Mapelli, responsabile ospitalità e accoglienza, che spiega la posizione della Casa della carità.
“Nessuno vuole campi nomadi abbandonati al degrado e all’illegalità. Da tempo stiamo lavorando nel campo di via Idro con l’unico obiettivo di chiuderlo perché tutti coloro che attualmente ci vivono ne saranno usciti avendo realizzato percorsi di autonomia”.
Però il Comune di Milano ha annunciato la decisione di istituire proprio in via Idro un’area di transito per 150 persone che potranno rimanere lì al massimo tre mesi.
“Non vogliamo entrare nelle polemiche. Diciamo solo che la città ha bisogno di polmoni di accoglienza. Spetta alle istituzioni decidere dove collocarli. Noi auspichiamo che questi spazi che ha in mente il Comune siano dei luoghi di ospitalità dove poter accompagnare le persone e le famiglie, italiani o stranieri, a inserirsi nel tessuto sociale attraverso il lavoro e la casa. Proprio come facciamo alla Casa della carità”.
Tre mesi sembrano pochi per attuare questi progetti di autonomia.
“Tre mesi sono pochi anche perché, a causa della crisi economica, è più difficile avviare percorsi lavorativi e, inoltre, il mercato della casa è difficilmente accessibile per coloro che si trovano in difficoltà”
C’è comunque il rischio che queste aree di transito o polmoni di accoglienza diventino dei campi nomadi a tutti gli effetti.
“Il rischio c’è, ma si può evitare se si lavora seriamente sul piano sociale. Costruiamo dei luoghi di accoglienza e ospitiamo persone motivate a migliorare le proprie condizioni di vita. Non ci sono solo i rom a ritrovarsi in difficoltà”.
C’è la paura che questi luoghi siano fuori controllo e diventino serbatoi di illegalità.
“Noi siamo i primi a denunciare reati. La presenza delle forze dell’ordine è essenziale, ma non c’è bisogno di alcuna legislazione speciale se non applicare le normative vigenti”.
Restano i problemi della casa e del lavoro.
“Dobbiamo ideare degli strumenti nuovi. Per l’accesso al mercato della casa penso a un’agenzia che faccia da intermediario tra domanda e offerta e che costituisca un fondo di garanzia, a rotazione, per supportare queste persone o famiglie nel pagamento degli affitti o nell’accensione di mutui. Sul fronte occupazione bisogna pensare a sgravi o incentivi per quelle imprese o cooperative che decidono di assumere persone in difficoltà e a farsi carico della loro formazione e del loro progressivo inserimento nel mondo del lavoro”.
Un’accusa che viene mossa alla Casa della carità è prendere i soldi dalle istituzioni per poi girarli ai rom.
“Non è mai avvenuta, e non avverrà mai, una cosa del genere. Le risorse devono rimanere nelle istituzioni ed essere investite sul piano sociale per realizzare percorsi di autonomia. Ci vuole del tempo, ma è solo così che possiamo debellare i campi nomadi”.
Oppure con gli sgomberi.
“Gli sgomberi non risolvono il problema, lo spostano. Queste persone non spariscono, continuano a esistere dopo uno sgombero. E non dimentichiamoci che sono, appunto, persone. Hanno un volto, una storia, una famiglia. La tutela della vita umana passa anche da qui”.