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Alcune proposte per una buona politica sull'immigrazione

5 gennaio 2016

Alcune riflessioni del nostro presidente all'interno del recente dibattito sulla riapertura dei Centri di Identificazione ed Espulsione

Le polemiche non servono e la demagogia non risolve i problemi. Tralascio quindi ogni osservazione su chi definisce “anime belle” chi si dice contrario ai CIE (i Centri di Identificazione ed Espulsione) e non vede l’immigrazione solo in una logica securitaria, ma propone il varo di una nuova politica che insieme all’esigenza di sicurezza di tutti i cittadini, preoccupati dal ripetersi di attentati terroristici in Europa, ribadisca come prioritario il diritto di emigrare, per lasciarsi alle spalle fame e povertà, guerre e distruzioni ambientali. Voglio piuttosto ricordare alcune proposte sulle quali stiamo ragionando a Milano, insieme a diversi soggetti sociali che hanno qualcosa da dire, avendo maturato in questa città un’ampia esperienza nell’accoglienza e nella gestione del fenomeno migratorio.

Se da tempo l’attuale legislazione in materia di immigrazione si è rivelata una fabbrica di fantasmi e di irregolari, ora è il momento di cambiarla. Innanzitutto, occorre lavorare per far sì che la richiesta di asilo non sia l’unico modo, com’è ora, per avere accesso al nostro Paese, anche se le pratiche di riconoscimento possono e devono essere velocizzate. Per far questo uno dei primi passi è riattivare canali ordinari d’ingresso in Italia e in Europa, riaprendo i flussi collegati alla domanda di occupazione, rendendo per esempio possibile a una famiglia regolarizzare la badante di casa o a un’impresa poter assumere personale immigrato con certezza di regole, favorendo anche i ricongiungimenti familiari come già previsto dalla Legge Turco-Napolitano, anche per far emergere dall’invisibilità la stragrande maggioranza degli irregolari, cioè chi non ha un titolo valido per rimanere nel nostro Paese, ma vorrebbe viverci e lavorare con un regolare contratto e non in nero come spesso accade. Vorrebbe, in sostanza, essere cittadino a tutti gli effetti con diritti e doveri. Bisogna poi eliminare il reato di clandestinità che, come afferma il senatore Luigi Manconi, “punisce non un atto ma una condizione esistenziale”.

Una nuova ridefinizione dei canali d’ingresso non può prescindere da procedure efficaci per individuare e allontanare chi è colpevole di reato e non chi semplicemente si trova in una condizione di irregolare avendo, magari, perso il lavoro. Su questo concordo ancora con Manconi quando definisce “sciagurata l’equazione irregolare uguale clandestino uguale terrorista”.

Parallelamente, occorre lavorare sul sistema di accoglienza troppo sproporzionato sui CAS, i Centri di Accoglienza Straordinaria, tristemente noti per essere strutture inadeguate, a volte gestite in maniera non trasparente e dove non è possibile realizzare nessuna forma di inclusione sociale e di umana accoglienza, come purtroppo si è visto nei casi di cronaca degli ultimi giorni. Si deve invece puntare su strumenti come la rete Sprar, da più parti valutata come positiva, che va ampliata su tutto il territorio nazionale in modo da rendere possibile quell’ospitalità diffusa e in piccole strutture, dove l’impatto, sia per chi vi è accolto che per il territorio, è meno traumatico e dove è possibile avviare più facilmente percorsi di inclusione, favorendo per esempio progetti territoriali di inserimento lavorativo e abitativo. Questo significa coinvolgere il maggior numero possibile di enti locali, a cominciare dai Comuni, che devono accettare di gestire l’accoglienza, garantendone sostenibilità e qualità.


[Foto di Francesco Falciola]

 
 

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