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Gregoire, che in Africa si prende cura delle persone con disturbo mentale

Alla Casa della carità una mattinata di confronto con gli operatori che a Milano si occupano di migranti vulnerabili

I dimenticati tra i dimenticati. Persone che, si crede, siano state vittime di stregoneria o possedute dal demonio. Questo sono, in alcuni paesi dell'Africa occidentale, le persone che soffrono di grave disagio psichico. Uomini, donne e a volte anche bambini per i quali, se la medicina praticata da guaritori e stregoni non ha l'effetto sperato, si prospetta un terribile trattamento: essere legati agli alberi o incatenati a qualche muro e poi praticamente rimanere abbandonati a se stessi.   

Ne ha parlato Grégoire Ahongbonon, che nella mattinata di giovedì 14 aprile ha incontrato nel nostro auditorium gli operatori della Casa della carità e di altre realtà del terzo settore milanese che si occupano dell'accoglienza di migranti vulnerabili. Una proposta formativa promossa dal Dipartimento Politiche Sociali e Cultura della Salute del Comune di Milano - Servizio Politiche per l'Immigrazione.

63 anni, ex gommista della Costa d'Avorio, Gregoire ha raccontato che, dopo una forte crisi professionale e personale, ha scelto di dedicare la propria vita ad aiutare le persone con problemi di salute mentale. Nel 1991 Gregoire ha dato vita all'Association Saint-Camille-de-Lellis che, dapprima in Costa d'Avorio e dal 2004 anche in Benin, si impegna per liberare coloro che vivono in catene. Nei centri dell'associazione, i malati ricevono cure mediche e psichiatriche, attenzione e supporto. "Lavoriamo - ha detto Gregoire - affinché queste persone ritrovino la dignità di cui erano state private".

Dignità che, oltre dalle cure mediche, passa anche dal lavoro. Una volta, infatti, che il paziente ha ritrovato fiducia in se stesso, viene avviato al lavoro. Molti degli ex pazienti diventano loro stessi "caregiver", sensibilizzando anche il resto della popolazione su come affrontare il tema della salute mentale.

Lo stesso Gregoire gira di villaggio in villaggio dove, una volta che hanno riconquistato la propria autonomia, si cerca di far tornare le persone per far riprendere loro i contatti con la famiglia d'origine. "Non è un percorso facile - ha raccontato ancora Gregoire - ma in molti casi siamo riusciti a cambiare un po' la mentalità e ora, almeno in certi luoghi, le persone che soffrono di disagio psichico non sono più legate agli alberi o abbandonate a se stesse, ma vengono portate nei nostri centri".

 

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