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Appartenenza e fiducia per combattere l'emarginazione

6 marzo 2017

A conclusione del Forum delle Politiche sociali, un commento di don Virginio Colmegna a partire dal tema della grave emarginazione

Sono stati giorni intensi quelli del Forum delle Politiche sociali che, iniziato il 23 febbraio, ha visto chiudersi questa settimana la sua sesta edizione. Il programma organizzato dal Comune ha creato occasioni di confronto culturale importanti in tutta la città. Tra le tante, quella che si è tenuta giovedì 2 marzo alla Casa dei diritti è stata per me particolarmente significativa. Durante l’incontro intitolato “Affrontare la grave emarginazione, organizzare la speranza”, è stato presentato il nuovo Piano di interventi per la grave emarginazione, strettamente collegato a una serie di programmi nazionali e di fondi europei (PON Metro, PON Inclusione e PO I Fead).

So che la tentazione è farsi scoraggiare da sigle e termini tecnici o pensare che quella degli homeless non è una delle priorità cittadine, ma in realtà questi interventi sono importanti per tutti gli abitanti di Milano e non solo per gli addetti ai lavori, i volontari o le stesse persone senza dimora. Sono importanti perché fanno parte di un quadro nazionale ed europeo di obiettivi comuni, perché rientrano all’interno di una ampia programmazione 2014-2020 e perché sono stati pensati attingendo alla storica vitalità del terzo settore ambrosiano. Sono importanti per tutti, però, soprattutto perché, se ben ideati, ben riusciti e ben verificati, sono interventi capaci di generare coesione sociale e sicurezza per tutta la cittadinanza.

Quante volte e in quanti quartieri di Milano gli abitanti si lamentano per i disagi e i timori legati ad aree dismesse ed edifici abbandonati abitati da uomini, donne e bambini in uno stato di grave emarginazione? Tante, purtroppo. Lo vediamo anche al quartiere Adriano, proprio accanto alla Casa della carità. Sono questi allora i luoghi in cui bisogna “organizzare la speranza” se davvero si vuole “affrontare la grave emarginazione”. Sono queste le porzioni di città in cui sviluppare relazioni positive con le persone escluse per offrire loro non la sola assistenza o lo sterile assistenzialismo, ma percorsi di uscita dalla povertà fatti innanzitutto di inserimento abitativo e lavorativo.

Farlo è urgente perché i segni della crisi sul tessuto sociale sono ancora evidenti e pesanti, come indicano i 30mila giovani inattivi censiti dall’Istat a gennaio. Non solo. Vanno presi in considerazione anche i migranti che rischiano di ritrovarsi senza dimora. Secondo Medici Senza Frontiere, nell’aprile dello scorso anno, erano almeno 10.000 in condizioni di precarietà e marginalità, ma il loro numero potrebbe crescere anche a causa dei continui dinieghi.

Le sfide da affrontare sono impegnative, ma una governance pubblica forte e un autentico coinvolgimento della società civile possono costituire buone basi di partenza per vincerle. Il tutto tenendo ben fissa in mente un’idea dalla quale non si può prescindere: far uscire una persona dall’emarginazione significa promuovere benessere collettivo, fiducia reciproca e appartenenza a una comunità. Ne sono sempre più convinto e, per questo, sono stato ben contento di vedere all’incontro del 2 marzo, accanto all’assessore alle Politiche Sociali Piefrancesco Majorino, anche l’assessore al Bilancio Roberto Tasca.

Per tutti noi che operiamo in questo settore, questa doppia presenza deve diventare un pro memoria del significato che va dato al contrasto alla grave emarginazione e all’intero sistema di welfare: le politiche sociali sono politiche di sviluppo. Ricordiamocelo perché è questa la via per rassicurare chi è impaurito, per zittire chi minaccia e per costruire tutti insieme una Milano più aperta e coesa.


Articolo pubblicato su La Repubblica Milano del 5 marzo 2017

[Foto di Donatella De Vito]

 
 

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