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Giovanni Bianchi, figlio di un operaio, era un uomo di mediazione

31 luglio 2017

Don Virginio Colmegna ricorda sulle pagine di Repubblica l'ex presidente delle Acli, da poco scomparso

Non è passata nemmeno una settimana dalla scomparsa di Giovanni Bianchi. Ancora meno da quando, in una chiesa gremita e commossa, ho celebrato i suoi funerali, martedì scorso. Eppure, la sua mancanza già si sente. La sento in prima persona perché, con la sua dipartita, ho perso un amico, un uomo di grande fede, una persona con cui mi sono confrontato tante volte, soprattutto alla Casa della carità, cui è sempre stato molto vicino. La mancanza di una figura come quella di Giovanni, però, la sentiremo tutti: il suo è uno di quegli esempi destinati a durare nel tempo, perché nella sua vita è stato continuamente capace di unire la testimonianza ideale con la concretezza storica.

Lo ha fatto quando si è occupato del lavoro. Da figlio di un operaio della Breda, a Sesto San Giovanni, ha vissuto e interpretato le trasformazioni del mondo produttivo italiano e le loro conseguenze sociali. Lo ha sempre fatto nell’ottica della mediazione possibile: accettando i conflitti, attraversandoli e mettendosi nel mezzo; sempre per risolverli, mai per esasperarli. Per questo sono sicuro che, dal cielo, avrà sorriso alla notizia arrivata in settimana dell’accordo per gli operai dell’Alstom power proprio a Sesto. La sua continua ricerca del compromesso più nobile alla luce del sole contrasta oggi sia con le urla di chi rifiuta di ogni accordo sia con i bisbigli di chi tesse opachi intrecci.

Eppure, questo è stato lo stile di Giovanni anche in ambito internazionale, con le numerose missioni di diplomazia popolare cui ha preso parte. Ancora ricordo quella in Bosnia. Fu uno degli attivisti a raggiungere Sarajevo, ad «andare verso la guerra per capire come si fa la pace», come disse ai giornalisti al suo rientro, nell’agosto del 1993. Allora, stava quasi per concludere la sua esperienza alla guida delle Acli nazionali. È proprio come Aclista che l’ho conosciuto. Insieme alla sestesità, è stato uno dei suoi tratti distintivi: la sua dedizione per le Acli simboleggiava la sua fiducia nella società civile, la sua idea di associazionismo come presenza solidale e propositiva, il suo lavorare per un’autentica democrazia dell’alternanza attraverso azioni di lobby democratiche e popolari.

Infine, la politica. Accanto all’instancabile azione sociale e culturale, è arrivata anche quella politica. Appassionata e dedita, è stata segnata dalle sue esperienze pregresse, che qui hanno trovato uno sbocco istituzionale naturale. Due sono gli aspetti che mi hanno sempre colpito del Giovanni politico: l’etica e l’amicizia. La prima non è mai stata un freno, ma il punto di partenza di ogni ragionamento e di ogni iniziativa. L’amicizia, concetto caro anche al Cardinal Martini, invece, era il punto di arrivo, il risultato del suo modo di agire e uno dei suoi più preziosi lasciti, soprattutto in un momento di contrapposizione e scontro come quello attuale.

Non è tutto qui. Di Giovanni si potrebbe scrivere ancora molto. Dal suo sostegno alla cancellazione del debito dei Paesi in via di sviluppo all’attività culturale dei Circoli Dossetti, dalle preoccupazioni per la gestione emergenziale del fenomeno migratorio allo studio dei “partigiani senza fucile” della Resistenza cattolica. La sua è stata una personalità sfaccettata e poliedrica, difficile da riassumere in una sola definizione. Un tentativo però voglio farlo, certo che Giovanni non se la prenderebbe: è stato un animatore sociale. Ha creduto nei territori e nello stare insieme, impegnandosi per la sua comunità, dal punto di vista sociale, culturale, politico, ma anche pedagogico ed educativo. Giovanni Bianchi è stato un vero animatore sociale, una figura di cui oggi abbiamo un grande bisogno.


Articolo pubblicato su La Repubblica Milano del 31 luglio 2017

 
 

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