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Casa della Carità
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20 giugno 2018 - L'impegno della Casa per i rifugiati

Prima i diritti e la dignità. Prima le persone: “Non cediamo all’idea che sia meglio rinchiudersi in una fortezza e tagliare i ponti con l’umanità che sta dentro di noi”.

 

Fuori dalle finestre della Casa della carità sventola un drappo con la scritta “Prima le persone”. L’abbiamo appeso, in un momento in cui sembrano prevalere parole d’ordine di segno contrario, per dare testimonianza di un impegno rinnovato a favore dei tanti che chiedono aiuto. “Oggi, Giornata Mondiale del Rifugiato, voglio ribadire ad alta voce l’appello ‘Prima le persone’: un invito a tutti, alle istituzioni, al mondo della cultura, della politica, dell’economia, perché si antepongano sempre e ovunque i diritti e la dignità delle persone, perché si adottino politiche di accoglienza che tengano conto delle richieste dei cittadini senza penalizzare chi è forzato a lasciare il proprio paese, perché non si ceda all’idea che sia meglio rinchiuderci in una fortezza e tagliare i ponti con l’umanità che sta in noi. Chi, come me, è un credente trova conforto nelle parole di papa Francesco che ci esorta tutti ad essere vicino ai rifugiati, a trovare con loro momenti d’incontro, a valorizzarne il contributo, perché anch’essi possano meglio inserirsi nelle comunità che li ricevono”, dice don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità.

Oggi, a Bruxelles, due ex ospiti della Casa saranno tra i cento rifugiati che testimonieranno le loro storie al Parlamento europeo. Il loro racconto, insieme a quelle di altri rifugiati e richiedenti asilo che sono passati dall’accoglienza di via Brambilla 10, è la testimonianza in presa diretta del perché è indispensabile che vengano prima le persone.

 

 
Foto di Giovanni Panizza

Quei personaggi in cerca d'asilo

Kalidou è un ragazzo senegalese di 26 anni. In Italia è arrivato a fine 2013, dopo aver attraversato il Mediterraneo su una barca, per lasciarsi alle spalle una storia di maltrattamenti familiari. La domanda di asilo di Kalidou è stata rigettata, ma nel corso del lungo iter per arrivare a una risposta, lui ha intrapreso un percorso di inclusione molto positivo: ha imparato bene l’italiano, ha fatto amicizia con una famiglia italiana e ha saputo mettere a frutto le sue capacità, trovando ben due lavori part time a tempo indeterminato. “E’ talmente integrato che quest’anno ha persino fatto il 730 ma ora, pur avendo due lavori, rischia di diventare irregolare perché non ha la possibilità di ricorrere in appello”, spiega Peppe Monetti, responsabile della dell’Area Accoglienza della Casa della carità.

Il caso di Kalidou è uno dei tanti che raccontano una delle conseguenze dell’abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti protezione internazionale, stabilita dal cosiddetto decreto Minniti-Orlando del 2017. “Sono tante le persone che, nel corso del lungo iter della domanda di asilo, hanno fatto un percorso di integrazione, che però non è valutato allo stesso modo da tutti i tribunali di primo grado. Le corti d'appello, invece, in molti casi valutavano positivamente questi percorsi, stabilendo una forma di protezione per i richiedenti asilo”, racconta ancora Peppe. “Aver eliminato la possibilità di ricorrere in appello, oltre a essere una discriminazione rispetto alle altre vicende processuali che prevedono tre gradi di giudizio, impedisce a chi si è integrato di avere una chance di regolarizzazione”, aggiunge.

Ma gli ostacoli che devono affrontare i richiedenti asilo sono tanti e ci sono situazioni doppiamente punitive. C’è per esempio chi vive in una casa dove paga regolarmente l’affitto, ma non ha la possibilità di avere lì il domicilio o la residenza, fondamentali per ricevere tutti i documenti relativi alla propria richiesta di asilo, risultando irreperibile per le autorità. E poi c’è chi finisce fuori dal sistema di accoglienza e, non avendo più un posto dove stare, va a ingrossare le fila dei senza dimora.

E’ soprattutto con queste persone che opera la Casa della carità, accogliendole quando possibile o offrendo loro sostegno legale
e la possibilità, anche se sempre più difficile, di avere un domicilio per far sì che la persona non perda gli appuntamenti in questura, rischiando di interrompere l’iter della domanda di asilo. Chi è considerato irreperibile e non si palesa entro un anno, infatti, perde il diritto all’asilo e diventa irregolare.

 

Foto di Germana Lavagna

Storie drammatiche, a cui proviamo a scrivere un finale diverso

Fortunatamente ci sono storie che, pur avendo tratti drammatici, hanno un finale positivo. Tra queste c’è quella di Medhin, che a 15 anni ha lasciato l’Eritrea per sfuggire alla leva militare che nel paese dura sostanzialmente a tempo indeterminato, trasformandosi spesso in una vera e propria schiavitù. Medhin è dapprima arrivato in Sudan, dove ha lavorato per circa un anno. “Dal Sudan si è spostato in Libia, arrivandoci dopo 21 giorni di traversata nel deserto, accalcato in una jeep con oltre 40 persone a bordo, molte delle quali non sono sopravvissute”, riporta Fiorenzo De Molli, direttore dell’Area Ospitalità e Accoglienza. Anche in Libia il ragazzo è rimasto un anno, per poi partire alla volta dell’Italia su un barcone che però, dopo qualche ora di navigazione, è affondato.

“Medhin non sapeva nuotare, ma è riuscito in qualche modo a rimanere a galla, vedendo molti suoi compagni morire in mare”, racconta ancora Fiorenzo. Salvato dalla guardia costiera libica, viene arrestato. La volontà di Medhin di arrivare in Europa, però, è tanto forte, che riesce a evadere dal carcere e a raggiungere la Sicilia, dove è inserito in una comunità per minori stranieri non accompagnati. Prima di approdare alla Casa della carità, il suo peregrinare lo ha portato dalla Sicilia a Roma, da Roma alla Svezia e poi ancora in Italia, passando per la Svizzera. Grazie al sostegno degli operatori, oggi Medhin ha ottenuto lo status di rifugiato, avviando nel frattempo un percorso positivo: ha studiato ottenendo la licenza di terza media e, dopo alcune borse lavoro che non si sono tramutate in assunzione, ha trovato lavoro in una cooperativa, che lo ha assunto a tempo indeterminato. 

La fatica di costruire un percorso dura anni, ma basta un attimo per distruggerlo, perché gli ostacoli sono moltissimi. I ragazzi e le ragazze che accogliamo e aiutiamo sono molto giovani, e gli manca quella rete di sostegno amicale e familiare che dia loro una mano in quei momenti di difficoltà, in cui basta poco per perdersi. Alla Casa trovano persone con cui possono confrontarsi e chiedere aiuto”, conclude Peppe.

 

Foto di Francesco Falciola

La relazione prima di tutto

Per rispondere a una crescente domanda di accoglienza da parte di persone con traumi legati all’esperienza migratoria, la Casa della carità ha sviluppato due progetti di accoglienza specifici per richiedenti asilo e rifugiati con problematiche di salute mentale o vulnerabili. Dal 2014, per esempio, si realizza un progetto di accoglienza rivolto esclusivamente a rifugiati e richiedenti asilo con problemi di salute mentale, che non riescono a trovare una collocazione all’interno del tradizionale sistema di accoglienza e sono seguiti da un’équipe multidisciplinare, con operatori formati all’accoglienza di persone con disagio psichico. L’iniziativa è promossa dal Comune di Milano nell’ambito dello SPRAR (Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati) del Ministero dell’Interno in collaborazione con il reparto di etnopsichiatria dell’ospedale Niguarda. 

All’interno di questo progetto, da circa un anno è accolta Zahara. “La sua è una vicenda molto particolare, perché si tratta di una signora la cui vita tranquilla è stata sconvolta all’improvviso, e si è trovata a 46 anni a doversi rimettere in gioco”, racconta Monica Lammoglia, psichiatra della Casa. La vita di Zahara, che faceva la fotografa, cambia una sera come tante, quando suo marito, un militare di alto rango, viene ammazzato nel giardino di casa insieme al figlio maggiore senza un apparente motivo. Dopo alcune settimane di vana ricerca di risposte sul perché suo marito fosse stato assassinato, Zahara è imprigionata, violentata e torturata. Riesce però a scappare e ad arrivare in Libia, dove trova lavoro presso una signora che l’aiuta a raggiungere l’Italia. 

Quando è arrivata alla Casa, segnalata dal servizio di etnopsichiatria di Niguarda per disturbo post traumatico da stress, era molto spaventata e disorientata. La svolta arriva quando ottiene lo status di rifugiata: “Nel momento in cui ho ricevuto il riconoscimento - ha raccontato alle operatrici - ho sentito di avere trovato finalmente un luogo che mi vuole e dove posso stare tranquilla, mentre prima non avevo un posto dove sentivo di poter essere al sicuro”.

Zahara, nonostante ancora viva momenti di paura e di angoscia per quanto successo, ha intrapreso un percorso virtuoso che la porterà all’autonomia: ha imparato bene l’italiano ottenendo la terza media e fatto un corso di mediatrice e uno di informatica, grazie al quale inizierà presto un tirocinio. “Quando ha potuto sperimentarsi come mediatrice è stato molto bello, perché è riuscita a occuparsi di una situazione difficile senza angosciarsi”, racconta ancora Monica, che aggiunge: “La relazione è il primo fondamentale step del nostro lavoro”.

 
 

Ragazzi le cui storie lasciano senza parole

La prima volta sono stati accolti nel 2011 quando, in seguito alle primavere arabe, un gran numero di bambini e ragazzi era arrivato a Milano senza genitori e la Casa ha  aperto le sue porte per far posto ad alcuni giovani egiziani, afgani e bengalesi. Da allora, l'arrivo di minori migranti non si è mai fermato e la Fondazione ha deciso di aprire una struttura interamente dedicata a loro: si tratta di Casa Francesco, dove 7 ragazzi sono accolti in due appartamenti per l’autonomia.

I loro coetanei italiani sono considerati poco più che bambini, ma questi ragazzi hanno alle spalle esperienze che lasciano senza parole. Come Mahmud, che ha lasciato l’Egitto a 15 anni per aiutare la sua famiglia e in particolare il papà malato. Dopo una traversata molto lunga, è arrivato in Sicilia e poi è partito in pullman per Milano.

“Ho dormito quattro notti per strada al freddo e mi sono chiesto perché ho lasciato il mio letto caldo per venire qui a stare male”. Lasciata Milano per Genova, per diversi mesi Mahmud ha lavorato in un campo dalle 6 di mattina alle 4 del pomeriggio. “Guadagnavo 5 euro alla settimana e non riuscivo ad aiutare la mia famiglia in Egitto. Poi un giorno ci hanno portato via tutti e io sono tornato a Milano e sono stato accolto alla Casa della carità. Adesso vivo con altri ragazzi in un appartamento: il mio più grande desiderio è iniziare la scuola per poi lavorare aiutare la mia famiglia”.

 
 

La vignetta di Mauro Biani per la campagna Welcoming Europe

Prima le persone

“È pensando prima di tutto alle persone, che abbiamo scelto di essere tra i promotori di due iniziative importanti su questo tema. Al Parlamento italiano giace la legge di iniziativa popolare Ero straniero per regolare nel rispetto dei diritti il fenomeno migratorio. E’ tempo che sia messa in discussione. Così come è tempo che a occuparsi seriamente del problema migratorio sia anche l’Europa, dove tanti cittadini stanno aderendo all’iniziativa Welcoming Europe. Per un'Europa che accoglie che si propone di decriminalizzare la solidarietà, creare passaggi sicuri per i rifugiati e proteggere le vittime di abusi”, conclude don Colmegna.

 


[Per rispettare la privacy delle persone di cui abbiamo raccontato le storie, i loro nomi sono stati cambiati. Le foto raccontano alcune esperienze di accoglienza dei profughi alla Casa della carità e con le parrocchie di Affori e Bruzzano]

 
 

Il presidente della fondazione

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