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Genova per noi che abbiamo rivisto il mare

23 marzo 2015

Diario di un’esperienza: in viaggio con i volontari di Articolo 21, a due anni dall'inizio del progetto della Casa con i detenuti di Bollate

 

Domenica 29 marzo, alla cooperativa Labriola, si terrà l'iniziativa "Volontariamente liberi" alla quale parteciperanno i volontari detenuti di Bollate dell'Associazione Articolo 21 e gli operatori della Fondazione clicca qui per accedere all'evento Facebook
 

Eravamo in sei, quattro detenuti membri del direttivo dell’Associazione di volontariato “Articolo 21”, un’educatrice del carcere di Bollate (Milano) e un operatore della Casa della carità. Per par condicio non faremo nomi. Anche perché al convegno ”Messa alla prova: stato dell’arte e potenzialità. Collaborare tutti per lavorare bene” organizzato a fine gennaio a Genova dalla Rete Tematica Carcere del Celivo ci siamo andati come addetti ai lavori, ma soprattutto come persone desiderose di condividere con gli altri la nostre esperienze.

Un’avventura stimolante, questo viaggio a Genova per partecipare da “convegnisti” a un incontro che si spera sia presto seguito da analoghe iniziative per migliorare la vita in carcere e ridare un senso al significato di pena. Una bella avventura che, scusate la ripetizione, vale la pena di raccontare.

Foto di Francesca, via Flickr (CC

Genova per noi dista un po’ più di un’ora di viaggio. In auto c’è agitazione e, dopo i primi saluti formali, le lingue si sciolgono e riemergono i ricordi, pezzi di vita, racconti mescolati a riflessioni su come tutto è iniziato: il desiderio di possedere di più, l’adrenalina che ti spinge ad agire sempre al limite, il non fermarsi neppure davanti alla nascita di un figlio o a una prima carcerazione vista solo come incidente di percorso.

Anni di vita che scorrono mentre la nostra auto sorpassa file di camion, avanti, avanti, fino agli anni più recenti: l’avventura da volontari di Articolo 21, l’impatto con la realtà e con gli ospiti della Casa della carità dove la sorpresa è trovare persone che stanno peggio di noi e hanno alle spalle storie che fanno riflettere e ci costringono a porci delle domande.

Avevamo da poco cominciato a scendere verso Genova quando, di colpo, è calato il silenzio. Un silenzio improvviso che ha tappato la bocca a tutti non appena dal finestrino è apparsa la lunga striscia del mare al termine delle colline. Che emozione rivedere quel mare scuro che non sta fermo mai, come cantava Conte, quel mare che qualcuno  di noi non vedeva da 17 anni, qualcuno solo da nove.

 
Foto di Paolo Margari, via Flickr (CC)

Per fortuna l’arrivo alla sede del convegno è questione di minuti e l’emozione che ci serra la gola lascia rapidamente il posto all’interesse ma anche a quel tot di noia che è inevitabile quando la teoria e i principi finiscono col prevalere sull’esposizione di esperienze concrete di vita. Sarà un caso, ma quando tocca a noi intervenire, la sala si anima e gli applausi raddoppiano. Siamo i primi ad esserne stupiti, soprattutto quando molti tra i presenti ci fanno i complimenti per aver rallegrato e “dato spessore”  alla mattinata.


Cosa avevamo fatto di eccezionale? Avevamo parlato di noi, raccontando con un linguaggio semplice come è nata l’idea di fare del volontariato in modo del tutto gratuito, senza cioè pretendere in cambio alcun beneficio, e come l’esperienza di Articolo 21 abbia aperto uno squarcio di vita fino allora sconosciuto, accrescendo in tutti noi la consapevolezza del valore riparativo della pena nei confronti della società e l’importanza delle pene alternative, soprattutto per i giovani che commettono reati lievi, soprattutto all’interno di un carcere il cui meccanismo prevalente continua a non aiutare ma ad affondare chi vi è recluso.

 
Foto di Paolo Margari, via Flickr (CC)

Chi di noi sei non vedeva il mare da 17 anni a Genova è nato e vissuto. Tutti ci aspettavamo la sua emozione di fronte al suo mare, un po’ meno il suo orgoglio per essere tornato nella sua città non come distruttore colpevole di qualche reato, ma da “convegnista”, per portare per la prima volta alla sua città un contributo positivo. Per tutti è stata una bella soddisfazione vedere quanto sia stata apprezzata la sua testimonianza da tutti i presenti all’incontro, compresi alcuni operatori carcerari che l’avevano a suo tempo conosciuto come “utente”.

Ebbene sì, non lo diciamo per vanto, ma abbiamo lasciato il segno. Tant’è che nel pomeriggio, alla ripresa dei lavori, tutte le associazioni genovesi hanno voluto incontrarci per chiederci informazioni, per proporci altri scambi formativi. Con loro abbiamo anche immaginato un pacchetto di cose da fare insieme: un incontro fra detenuti di Marassi e di Bollate per ragionare sulla figura del detenuto e su come vivere il carcere; corsi di formazione tenuti da detenuti per volontari; partecipazione dei detenuti di Bollate a tavoli di proposte tecniche e politiche; confronto tra agenti che erano a Marassi e ora a Bollate con agenti del carcere genovese per ragionare sulla figura dell’agente carcerario.

Siamo felici d’aver potuto dire la nostra. E siamo contenti che siano state ben accolte le semplici cose che abbiamo cercato di spiegare e che, purtroppo, non sono affatto scontate in troppe carceri italiane. Noi abbiamo raccontato di come può e deve essere il carcere partendo dalla realtà che viviamo a Bollate dove il detenuto si sente una persona rispettata e responsabilizzata, abbiamo testimoniato come in questo contesto il detenuto riesca ad agire da “uomo” riuscendo persino a sottrarsi allo schema “guardia e ladro” riconoscendo nell’agente penitenziario non il nemico ma l’uomo (con cui poter giocare anche a tennis), rispettandolo per la mansione che svolge e determinando, in questo modo, anche un cambiamento tangibile di rapporto degli agenti nei nostri confronti.

 
Foto di Paolo Margari, via Flickr (CC)

Abbiamo cercato di far capire a tutti quanto sia utile aver facilmente accesso a un’educatrice e quanto sia positivo poter incontrare tanti volontari esterni che rendono più normale e aperto un ambiente carcerario tradizionalmente chiuso, artificiale e fuori dal mondo. Soprattutto abbiamo spiegato che se c’è una lezione da trarre dal “modello” Bollate è che rende fattibile quel passaggio, magari lento ma graduale, da quei comportamenti con cui il detenuto “finge un cambiamento” per compiacere l’istituzione carceraria e la magistratura di sorveglianza alla presa di coscienza della necessità di un cambiamento autentico.

C’è un altro aspetto importante che è emerso in questo nostro “viaggio di lavoro” a Genova. Sapevamo che l’esperienza di volontariato degli Articolo 21 è ed è stata molto importante anche per la Casa della carità. Sentircelo dire da Fiorenzo, l’operatore della Casa che più ci ha seguiti, anche in questa nostra avventura genovese, è stato comunque istruttivo perché l’esperienza di noi detenuti-volontari ha due facce: una rivolta verso il carcere, per dar senso al tempo in cui si sconta la pena, e una rivolta verso il sociale, verso quelle persone che da volontari si vuole aiutare.

Come è presa, da loro, questa nostra presenza? La Casa ha aderito subito con passione all’intuizione dei detenuti di Bollate di fare del volontariato cogliendone la positività e la bontà, consapevole che se si fosse seguito l’iter consueto - scrivere il progetto, presentarlo, aspettarne l’approvazione, attenderne il finanziamento - la proposta dei detenuti-volontari non sarebbe mai decollata. Ebbene, oggi, dopo mesi di esperienza sul campo, pur se portato avanti senza alcun tipo di finanziamento e grazie al contributo gratuito ed extra orario di lavoro di tante persone, la collaborazione tra la Casa della carità ed Articolo 21 è in grado di presentare numerosi risultati positivi.

È cresciuto il numero di detenuti interessati a partecipare ai corsi di formazione per diventare volontari, corsi che si stanno rivelando molto importanti per garantire non solo una motivazione vera ai nuovi volontari, ma soprattutto a far maturare in loro la coscienza che il volontario è chiamato a confrontarsi con persone complesse (persone senza dimora, con problemi di alcolismo, di salute mentale, di disagio sociale) con le quali è chiamato a gestire il conflitto, l’insulto, la provocazione con uno stile e un metodo che prima non apparteneva loro. Un lavoro impegnativo ripagato dai grandi e piccoli risultati, alcuni inaspettati: avete mai visto un detenuto orgoglioso di accompagnare a braccetto un’anziana di 80 anni che fatica a camminare? Alla Casa della carità è successo, e continua a succedere praticamente tutte le settimane.

Ecco quello che abbiamo raccontato a Genova in questo nostro viaggio da uomini liberi. Terminato, prima del rientro in auto a Milano, con un salto in spiaggia dove, nonostante l’acqua non caldissima di fine gennaio, qualcuno di noi sei milanesi in gita i piedi nel mare ce li ha messi comunque. 

 
 
 
 

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