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IV Domenica dopo Pasqua

At 20,7-12; 1Tim 4,22-16; Gv 10,27-30

27 aprile 2015

La Parola di Dio di oggi, il Vangelo ci invitano a custodire nel cuore questo annuncio gioioso. Il pastore buono si prende cura di noi, di ciascuno di noi. Non andranno perdute in eterno, nessuno le strapperà dalla mia mano”. E vi è questa verità che fonda e dà certezza a questa consolazione: ”io e il Padre siamo una cosa sola”. Ecco allora che questa Parola va contemplata, cioè avvolta dal silenzio della preghiera che è appunto ascolto. La nostra vita è amata da Dio, ci custodisce. E’ la tenerezza umana, la consolazione che la fede ci regala. Tocca a noi custodirla, vivendo da discepoli innamorati di questo incontro con Gesù che ci chiama a seguirlo. E’ la vocazione cristiana, è la fede che impegna la vita e ci chiama a una vita buona, come esorta Paolo nella lettera a Timoteo. Consacrarsi a Lui, donare la vita come sequela che ci dona un orizzonte di sapienza vera e semplice. La liturgia di oggi ci chiede di pregare per la vocazione. Ciascuno di noi è chiamato.

La fede ci interpella e ci chiede di scuoterci dall’indifferenza. E’ simbolico e rivelatore il miracolo che gli Atti descrivono, di un giovane addormentato che cade dal  terzo piano, sembra morto, ma Paolo ridà la vita a questo giovane; pranzano, parla fino all’alba e viene restituita una sincera consolazione alla comunità. Non è che anche noi, anche la Chiesa, ci addormentiamo e ci lasciamo andare, pessimisti, incapaci di vivere la gioia della fede che è carità, amore gratuito, attesa e vita di fraternità; ascolto paziente?
Dobbiamo riscoprire il sentimento dell’amicizia di discepoli che si prendono cura, vivono il proprio appartenere a questa comunione con Gesù, il buon pastore. Oggi, nel contesto nel quale siamo, sembra che consacrarsi ed essere discepoli di Gesù sia una chiamata per pochi, sia quasi una separazione dalla normalità del vivere. La bellezza della vocazione, che è per tutti, chiama ciascuno di noi, scuote noi che siamo addormentati, che non veniamo scossi dalla parola che ci convoca, anzi il sonno profondo ci fa cadere in un’assenza di vita.

La caduta non voluta, ma subita perché non ci si lascia affascinare dall’ascolto della Parola predicata, spiegata. Oggi vorrei soffermarmi su questa provocazione. La Parola che ci richiama a seguire Gesù, consacrare la vita, fare vivere quest’opzione, quella di osare di più. Le modalità possono essere tante, in tutti sta questa chiamata, nessuno escluso.
Ed allora sentiamoci davvero “conquistati” dalla Parola che è anche inquietudine. Ai barconi della morte, si aggiunge il dramma del terremoto con le vittime in Nepal, che trascina con sé immagini e interrogativi epocali. Noi rimaniamo sgomenti ma interrogati, con i perché che ci inquietano. Ma insieme avvertiamo che questa vita senza fine è promessa che dobbiamo custodire come speranza per tutti. Il paradosso della fede è per tutti dono. Preghiamo.

 

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