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Casa della Carità
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"L'economia della gratuità": Il modello Casa della carità proposto alle imprese e alle amministrazioni pubbliche come modello di welfare per affrontare le emergenze sociali della città. Con don Virginio Colmegna, presidente della fondazione Casa della carità, sono intervenuti Salvatore Bragantini, economista ed editorialista, Cristina Tajani, assessore alle Politiche per il lavoro del Comune di Milano e Stefano Zamagni, presidente dell'Agenzia per il terzo settore.

 
 

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Presentato il Bilancio sociale 2010

26 ottobre 2011

Don Colmegna lancia l'idea di un fondo per affrontare i problemi sociali della città metropolitana

L'ha chiamata "economia della gratuità". E adesso chiede un fondo per finanziarla. Don Virginio Colmegna, presidente della fondazione Casa della carità, lancia le sue proposte per affrontare i problemi sociali della città metropolitana.

"Si spendono tante risorse", ha detto il sacerdote in occasione della presentazione del bilancio sociale 2010 della Casa della carità, "per tamponare le varie emergenze. Ma dobbiamo superare questa logica. Noi da anni ci occupiamo delle persone in difficoltà fronteggiando i bisogni con flessibilità e competenza. Raccogliamo i fondi e poi li utilizziamo per sostenere i percorsi di autonomia dei nostri ospiti al fine di farli uscire dal circuito assistenziale. Lo facciamo con la libertà di accogliere chiunque, italiani e stranieri, giovani e anziani, uomini, donne e famiglie".

Per spiegare il modello Casa della carità basato sulla "economia della gratuità" don Colmegna, durante l'incontro per la presentazione del bilancio cui hanno partecipato l'assessore alle politiche per il Lavoro del comune di Milano Cristina Tajani e gli economisti Salvatore Bragantini e Stefano Zamagni, ha fatto alcuni esempi concreti.  "Quando una famiglia subisce uno sfratto", ha spiegato il presidente della fondazione voluta dal cardinal Martini, "l'amministrazione paga per l'ospitalità in albergo. Per sgomberare un campo rom si spendono cifre ingenti. Accogliere un rifugiato si traduce in una somma versata all'ente che lo prende in carico. In ognuno di questi casi ci vorrebbe  sempre una progettualità che realizzi percorsi di reinserimento. L'economia della gratuità è questa, investe sul lavoro sociale che fa trovare un'occupazione agli sfrattati, costruisce integrazione per le famiglie rom, tutela sul piano dei diritti i rifugiati".

Parlando a una platea formata per lo più da esponenti del mondo delle imprese, don Colmegna ha lanciato un appello per costituire e finanziare un fondo basato sulla "economia della gratuità". Un fondo dove far confluire le risorse pubbliche, in primis quelle del Comune di Milano, impiegate per le varie emergenze, ma alimentato anche dalle imprese e dalle fondazioni di erogazione.

"La gestione del fondo", ha richiamato don Virginio, "deve essere trasparente e sottoposta a un rigido controllo e monitoraggio. Soprattutto devono essere valutati i risultati dei progetti e il loro impatto sociale sul benessere della comunità. La regia del fondo deve rimanere nelle mani del pubblico, che non può cedere a un welfare gestito dal privato solo come erogatore di servizi. L'economia della gratuità è una scelta anche culturale perché costruisce inclusione per le fasce deboli della popolazione, non cede sui diritti di cittadinanza e produce coesione sociale".

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