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IV Domenica dopo l'Epifania

Sap 19,6-9; Rm 8,28.32; Lc 8,22-25

3 febbraio 2015

Due domande accolte nella Parola proclamata ci interrogano: ”Se Dio è per noi, chi sarà contro di  noi?” e “Dov’è la vostra fede?”. E’ tutta la terra, tutta l’umanità interrogata da questa Parola. “Acclamate Dio, voi tutti della terra”, abbiamo detto nel salmo. E’ lo sguardo sapienziale sulla creazione, come abbiamo accolto dalla prima lettura che ridà la gioia e la contemplazione del nuovo, ”tutto il creato fu modellato di nuovo”.

Sì, dobbiamo contemplare nell’ascolto della Parola, immersi come siamo in una storia globale, prossima e in noi travagliata, travolta quasi dal male che sembra soccomberci. La tempesta di vento che Luca descrive e che scuote la barca riempiendola d’acqua, è un’icona che descrive molto bene la nostra situazione.E avvertiamo con una grande inquietudine la paura e quasi l’irritazione che fu propria dei discepoli a fronte di un Gesù che si addormentò sulla barca, quasi ignorando e non considerando il pericolo. Quanta invocazione nasce anche in noi, da questa sensazione di pericolo.

La fede, ci dice il Vangelo di oggi, sgorga e si consolida nella fiducia, nell’affidarsi a Lui che grida e che ha il potere di minacciare il vento e le acque in tempesta e di restituirci bonaccia.E’ questa radicalità della fede che entra nella nostra povertà esistenziale, nella povertà della fragilità e della lacerazione della violenza, della devastazione del male. Ci sentiamo o dobbiamo avvertire la profondità della solitudine, del male che aggredisce la vita. Ecco perché come credenti, come Chiesa, per testimoniare e affidarci al Gesù che ci regala speranza dobbiamo condividere, diventare “ospedale da campo”, essere in uscita proprio per diventare poveri e fragili, invocanti e paurosi, deboli.

La nostra fede riposa e si comprende inginocchiati al crocefisso.Spesso si pensa in riferimento alla povertà e ai poveri che ci sia un’invocazione di aiuto, ma è soprattutto un richiamo ad essere con, a diventare e a vivere la povertà, che sola può far sorgere la domanda, l’affidarsi. Una fede spoglia di sicurezze, affamata di umanità vera che sente propria l’invocazione “aiutaci”.

Quando Papa Francesco afferma nell’Evangelii Gaudium che la povertà è una categoria teologica afferma questo. Non si è accoglienti nella fede se non condividiamo il dramma di una barca sballottata e a rischio di naufragio. Non sembri una forzatura retorica: il mondo ci racconta notizie drammatiche vicine e lontane, la terra sanguina, le vittime dell’ingiustizia hanno un debole lamento. Non dobbiamo imboccare risposte facili e sicure: la fede in Gesù ci chiede di incamminarci nella condivisione di sentire propria la paura dei discepoli. Per noi si fa anche indignazione.
Ecco perché la domanda: dov’è la vostra fede? sta nello stare ai piedi del crocefisso, fare memoria della Pasqua, celebrando l’Eucarestia, spezzando il pane della fraternità, sentendoci corpo donato e sangue versato, cioè immedesimandoci nel mistero della kenosis, dello svuotamento.

Si può vivere se la povertà si fa contemplazione, preghiera, affidamento. E’ questa visione, è questa domanda fragile e povera che deve accompagnarci per sentire il richiamo alla conversione, al chiedere perdono, all’invocare il Dio della pace. Che il Signore ci accompagni anche ora nel silenzio che condivideremo prima di offrire sull’altare e celebrare la Pasqua. L’Eucarestia si fa mistero di condivisione e fraternità vera, profonda.

 

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