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VI Domenica di Avvento - Domenica dell'Incarnazione

Is 62,10-63,3b; Fil 4,4-9; Lc 1, 26-38a

21 dicembre 2014

“State sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: state lieti”. Vi confesso che quel “sempre” mi ha interrogato molto: significa che lo stile di vita nostro deve essere inondato dalla gioia, non quella superficiale e consumata, ma quella che sa ascoltare la buona notizia: il Signore è vicino. E’ quel Dio della pace che è con noi, che ci raggiunge anche oggi, domenica dell’incarnazione. E’ il Vangelo dell’Annunciazione che ci regala questo orizzonte dell’amore folle e tenero che ci sorprende.

È lo stupore di Maria che si fa tremante,  perché avverte che quell’annuncio è quello dei tempi messianici, dei profeti  che dicevano “gioisci figlia di Sion” e Maria avverte che il “si“ trascina tutta la storia umana nella mirabile nuova creazione, quella che Isaia ci ha profilato, “e tu sarai chiamata ricercata, città non abbandonata”.Sì la storia umana non si fa povera di futuro, ma è abbracciata dall’amore di Dio, anche se dovrà portare su di sé il Calvario, la sofferenza e la violenza che rischia di travolgere. “Perché è rossa la tua veste”, avverte il profeta; ma noi nel salmo abbiamo detto “le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia”. Sì, val la pena di sentirsi colmi di gioia, di vivere con quello stile che Paolo ci indica nella lettera ai Filippesi: ma quella gioia è possibile perché una giovane donna ha detto “ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua volontà”.

La nuova creazione è possibile perché questa donna ha detto sì, s’è lasciata riempire e fecondare dallo Spirito. E’ in lei che sta e riposa tutta la storia umana, è la Madre di questa umanità che è sempre in cammino e a volte non sa dove andare. Per farci riempire dallo stupore, è bello avvertire che quel sì di Maria non è improvviso e inaspettato perché Maria, come povera di Iavhè, meditava, ascoltava la Parola, la Scrittura dei profeti. La sua speranza nel Messia che deve venire era incatenata dalla contemplazione della Parola. La fede che libera e ci dà gioia è la fede che si china ad ascoltare, a meditare la Parola per ritrovarla negli avvenimenti umani, per condividerla da poveri con i poveri. Risiede lì il tesoro che si fa prezioso.

Guardando, sorpresi e stupiti, il mistero dell’incarnazione dobbiamo lasciarci attrarre da questa invincibile speranza che la vicenda umana è piena di futuro, entra nel tempo che non finisce, assapora l’eternità. Quel bimbo, che è concepito nel grembo di Maria, è il primogenito della creazione. Il grembo di Maria è custode di un Dio che è salvezza, che è tenerezza, che è madre e padre. Ecco perché contemplare è farsi trascinare dallo stupore.

La fede è davvero preghiera, è farsi incantare da questo racconto che ci chiede di dirlo anche ad altri, con l’unico modo che ci è dato che è quello di amare, condividere, non permettere che si trascuri il povero. Il mondo, la storia che viviamo è piena di gemiti, di dolore cupo e inspiegabile, di grida e vociare che sa di morte. In questo sguardo si fa breccia l’annuncio che la schiavitù può essere interrotta. Come il povero ebreo lascia e fugge, coperto da una nube, ora quella nube copre il grembo di Maria  e da lì si concepisce la vita che spezza la morte, fa vibrare di speranza. Quando avvertiamo il dramma e il potere del dolore, della morte, dell’ingiustizia, della malattia, quando ci sentiamo poveri e fragili e ci sentiamo non onnipotenti e senza false idolatrie, solo allora ci sentiamo inebriati di gioia, perché quel tutto non è definitivo. Un bimbo nasce, il Signore è vicino e la vita è per tutti.

C’è da impazzire di gioia, stampando nei cuori, nei volti, sulle labbra questa verità che è annunciata a Maria.“Non temere Maria”, ma allora stiamo lieti e questa gioia è custodita in noi se carità e contemplazione entrano nel nostro vivere quotidiano.

 

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