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Il meglio del nostro 2014

23 dicembre 2014

Anche quello che si va a concludere è stato un anno ricco e intenso per la Casa. Tra le tante iniziative, l'accoglienza dei profughi nella parrocchia di Affori è quella che abbiamo scelto per ricordarlo. La raccontano don Vittorio Marelli e Fiorenzo De Molli

Don Vittorio Marelli, vicario di don Maurizio Lucchina, parroco dell’Annunciazione di Affori, periferia nord di Milano. Fiorenzo De Molli, responsabile dell’area accoglienza della Casa della carità a Crescenzago, periferia est di Milano.

A loro abbiamo chiesto di ripercorrere quello che, insieme alla cosiddetta “emergenza casa”, è stato uno dei momenti più complessi e significativi  per Milano, per l'ambito del sociale e per la città intera: il transito e l’accoglienza dei profughi in fuga da guerre e dittature. Dall’ottobre del 2013, il capoluogo lombardo ha dato ospitalità temporanea, di solito per pochi giorni, a più di 50mila persone:  uomini, donne e tantissimi minori che si erano lasciati alle spalle principalmente la Siria e l’Eritrea.

A Don Vittorio, uno degli ultimi sacerdoti ordinati, nel 2002, dall’allora arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, si deve la disponibilità ad ospitare molti di questi profughi di passaggio in città tra agosto e settembre nell’oratorio dell’Annunciazione, supportato da decine di volontari pronti a mettere a disposizione il loro tempo e la loro manodopera. A Fiorenzo si deve la complessa organizzazione dell’accoglienza che, dalla Casa della carità, si è trasferita nei locali dell’Annunciazione, contando sul contributo di operatori e volontari e sull'esperienza maturata dalla fondazione nei suoi dieci anni.

Rivivere insieme l'esperienza di Affori è il nostro modo per augurarvi buon Natale e felice anno nuovo:
auguri da tutta la Casa della carità!

Foto di Ugo Zamborlini

Don Vittorio Marelli


Don Vittorio, come valuta ad alcuni mesi di distanza, l’esperienza di accoglienza fatta quest’estate insieme alla Casa della carità?
È stata un’esperienza forte, sia a livello personale che comunitario. Dopo quelle settimane, alcune persone hanno ripreso a frequentare la parrocchia, altre - parecchie - hanno iniziato a fare volontariato in maniera più costante, qualcuno ha anche rivisto alcune sue scelte di vita. È nato così il desiderio di dare continuità a questa esperienza. Stavamo pensando come e ci è giunta la proposta dalle suore della comunità di Fratel Ettore (comunità presente nel territorio del decanato) di curare la preparazione e il servizio della cena per i loro ospiti tutte le sere dell'anno, festività comprese. Tanti volontari hanno subito dato la loro disponibilità e così anche questa esperienza è potuta partire.
 on solo: ci sono stati anche diversi momenti in cui abbiamo condiviso e restituito l'esperienza fatta quest'estate alla parrocchia e al quartiere, al decanato e alla zona, a chi magari non aveva potuto partecipare perché era in ferie. Abbiamo organizzato veri e propri incontri, ma so anche di tante persone che sono state chiamate a titolo personale per raccontare il loro vissuto, a scuola o all'Azione Cattolica. Il tutto grazie ai servizi tv e agli articoli che hanno parlato del progetto d'accoglienza: sono stati un utile volano. E pensare che all'inizio li guardavo con scetticismo. Tendenzialmente penso che la carità vada fatta “in segreto”, ma mi sono anche reso conto di quanto sia giusto e necessario condividere le buone notizie. Non per ostentare la propria bravura, ma per far conoscere anche le storie positive.

A maggior ragione quando si tratta di storie positive che arrivano dalle periferie. Lei che le conosce bene perché, prima di Affori, è stato a Bruzzano, come descrive la situazione di questi quartieri milanesi?
Il disagio, purtroppo, esiste e lo tocchiamo con mano ogni giorno. Anzi, andando di casa in casa per le benedizioni natalizie, ho visto un peggioramento della situazione rispetto allo scorso anno. E la reazione a queste difficoltà è duplice. Da un lato, sento tanta sfiducia nei confronti delle istituzioni: la politica e lo Stato sono considerati lontani. Dall'altro lato, però, vedo tanta solidarietà spontanea, diffusa e molto spesso nascosta. In più di un'occasione, ho scoperto che le famiglie di un palazzo si mobilitavano per aiutare quei due o tre nuclei che sapevano in difficoltà. Ecco, credo che l'accoglienza dei profughi di quest'estate sia stata utile anche perché ha fatto emergere questi gesti e li ha convogliati in un vero progetto.

Consideri l'esperienza di Affori replicabile? Può essere considerata un modello che unisca qualità, risparmio e trasparenza in un momento in cui il sociale italiano è scosso da forti scandali?
Per la nostra comunità, è stato un evento improvviso e nuovo. Però ha funzionato bene per il contributo che hanno portato entrambe le realtà. Siamo riusciti ad unire l'entusiasmo di tanti cittadini volontari con la professionalità degli operatori sociali della Casa. Mi sono, però, reso conto di come la spontaneità senza competenza non basti. E, viceversa, ora penso che lo stile umano ed entusiasta che nasce dal Vangelo abbia bisogno di quella professionalità che solo degli operatori sociali qualificati possono dare. Quanto sia replicabile, non lo so, non sono un esperto di progetti sociali, però so che, utilizzando un'espressione cara a don Luigi Guanella, il bene va fatto bene. E credo che quest'estate, ad Affori, attraverso questa collaborazione, ci siamo riusciti.


 
Foto di Germana Lavagna

Fiorenzo De Molli


Fiorenzo, come valuti ad alcuni mesi di distanza, l’esperienza di accoglienza fatta quest’estate insieme alla parrocchia dell’Annunciazione di Affori?
In maniera molto, molto positiva. Innanzitutto perché, ancora una volta, siamo stati in grado di dare una risposta concreta ad una situazione di emergenza. Poi perché in questo caso lo abbiamo fatto condividendo l’esperienza con la gente comune di un quartiere di periferia che, contrariamente a una certa immagine mostruosa di questi luoghi che oggi sembra prevalere, ha dato un contributo cruciale. E lo ha fatto, ne sono convinto, perché prima di vedere l'emergenza in quanto tale, ha visto le persone e con loro, con le famiglie siriane piuttosto che con i giovani eritrei, ha instaurato una relazione. Il tutto all'interno di un progetto che è partito con pochissimi giorni di preavviso e che, come Casa della carità, ci ha permesso di raccogliere i frutti di un terreno sul quale non eravamo stati noi a seminare. 

Consideri l'esperienza di Affori replicabile? Può essere considerata un modello che unisca qualità, risparmio e trasparenza in un momento in cui il sociale italiano è scosso da forti scandali?
Sicuramente, per riproporre esperienze come queste servono competenze e professionalità. Ma non solo: ad Affori abbiamo avuto la conferma che l'attenzione alla persona caratteristica della Casa della carità è diffusa e radicata anche altrove, negli oratori ambrosiani per esempio. Credo che questo sia stato un tratto qualificante del nostro progetto e credo sia uno degli aspetti da ampliare il più possibile, in luoghi e contesti diversi, perché è così che possiamo far venire fuori la vera anima di Milano. Il modello, quindi, secondo me, è replicabile: ci sono delle valutazioni tecniche ed economiche da effettuare, specialmente se l'accoglienza riguarda richiedenti asilo decisi a restare nel nostro Paese, ma niente di insormontabile. Certo, serve quel pizzico di incoscienza necessaria per mettere a disposizione della comunità degli spazi. Fisici, come il salone sotto la chiesa di via Scialoia. E del cuore, come hanno fatto gli oltre cento volontari di Affori. Allora sì che diventa possibile aggiungere a un'accoglienza di qualità il surplus del calore umano. 

Pensi che il coinvolgimento di cittadini comuni nella gestione di fenomeni che spesso generano paure e allarmismo aumenti la consapevolezza che chiusura e odio non sono le risposte più efficaci?
I volontari di Affori si sono fatti provocare dai profughi. Si sono interessati alle loro storie, hanno ascoltato, risposto e discusso. Oggi sanno di chi si parla quando sentono la parola migrante, profugo o richiedente asilo. Oggi, i cittadini che ad Affori hanno speso le loro ferie a dare una mano, parlano di persone e non di clandestini. Grazie all'incontro e allo scambio, si sono appassionati alla “materia”. Si è trattato di una vera e propria sensibilizzazione. Anzi, direi, che ci siamo autoeducati: i volontari, ma anche noi operatori della Casa. Siamo riusciti ad andare oltre preconcetti e stereotipi, e questo vale non solo per gli stranieri, ma anche per i volontari – detenuti dell'associazione Articolo 21 che hanno dato il loro contributo. 

 

[sopra, il servizio di TV2000 dedicato al progetto di accoglienza alla parrocchia dell'Annunciazione di Affori]

 

Fondazione Casa della carità "Angelo Abriani" - via Francesco Brambilla 10 - 20128 Milano - C.F. 97316770151 - Credits

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