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IV Domenica di Avvento

Is 16, 1-5; 1 Tes. 3,11-4,2; Mc 11, 1-11

30 novembre 2014

È una grande folla quella che fa festa a Gesù che arriva cavalcando un puledro, segno di debolezza, di pace, di non potere. Il Signore Messia entra a Gerusalemme nel tempio, e poi con i discepoli va verso Betania, con la debolezza di un condottiero senza armi, fragile, su un puledro non di sua proprietà che poi verrà restituito dopo l’azione simbolica. E’ il cammino che dobbiamo compiere anche noi attendiamo il Messia che sta per venire. Dobbiamo avvertire e accogliere questo mistero sorprendente, capace di commuoverci: il Messia si consegna debole e fragile per educarci a rompere con qualsiasi idolatria, ad essere poveri nel cuore e nel modo di vivere, anche in una società complessa ed esigente come la nostra.

“Voi conoscete le regole di vita che vi abbiamo dato  da parte del Signore Gesù” e queste regole di vita sono le Beatitudini, questa profezia che riempie il cuore, si fa cammino di vita, una gioia che fa danzare  e cantare come abbiamo detto nel Salmo: “Cantino al loro re i figli di Sion”, “Lodino il suo nome con danze, con tamburelli e cetre”. E conviene qui richiamarci  a quanto dice il Profeta: “Dacci un consiglio, prendi una decisione”. Sì, si tratta di affidarci a Lui. Quella folla che acclama mi fa pensare, perché viveva una liturgia di festa, ma molti di loro poi hanno permesso la condanna, il Calvario, la crocifissione, preferendo Barabba.Ecco perché dobbiamo cambiare la coscienza nel più profondo di noi stessi invocando: le Beatitudini sono lo stile di vita e  la regola di vita. Noi stiamo attendendo il Messia  che si fa bambino, nasce da una donna umile e povera, che con Giuseppe si metterà in cammino verso Betlemme.Non riusciamo a comprendere forse cosa significhi questa umiltà di Dio che si fa povera e senza potere, si consegna a chi poi lo condannerà, eppure questo gesto ci educa, ci interroga. Noi stiamo attendendo un bimbo fragile, che ci dà per sempre questa speranza, che la vita appartiene a Lui e che è per tutti, nessuno escluso, e che soprattutto va accolta con un cuore libero e puro. Gesù invita i discepoli ad andare a prendere in prestito quel puledro per entrare così in Gerusalemme: “Osanna nel più alto dei cieli”.

È lo stesso Vangelo che incontreremo la domenica delle Palme, la domenica della Passione. E oggi, in questa attesa del Natale, avvertiamo che il Messia che viene non è non è un trionfatore, un guerriero potente e forte, ma immette nella storia umana la benedizione della debolezza, della fragilità. E’ un messaggio anche alla Chiesa, anche quella di oggi, che deve rivivere questa attesa per raccontare e rendere affascinante e credibile questo Vangelo, questa buona notizia che la salvezza è Gesù, ed è per tutti  nessuno escluso, incarna la debolezza umana  e chiede una testimonianza  di pace e fraternità. In un mondo insanguinato dove spesso la religione viene rappresentata come una realtà che legittima ingiustizia  e violenza, dobbiamo avvertire l’urgenza di questa profezia. Gesù profeta debole, perché tutti ci poniamo in atteggiamento di ascolto.

Davvero la preghiera si fa sempre più contemplativa , porta in sé la capacità di guardare oltre, di ascoltare i gemiti di dolore che sono diffusi e intercedere, invocare. L’Avvento, che liturgicamente viviamo, è un tempo forte, cioè è carico di urgenza, di conversione, di misericordia invocata. Come stiamo vivendo questo tempo? Il Signore ci invita oggi  a sostare ed avvertire che la preparazione a questa nascita chiede di essere vissuta non nella frenesia del fare, non nel custodire questa attesa. Gesù, per spiegare e testimoniare, opera e fa un gesto, si lascia acclamare per far capire che ciò che conta è attendere sì il Messia, ma con quello sguardo interiore. Noi siamo richiamati perché facciamo parte di questa follia che anche oggi canterà “ Osanna la Figlio di Davide”, reciterà  il Santo. Che questa liturgia non si smarrisca nel rito, ma incontri un forte avvertimento che chiede la conversione. Non può essere un Natale qualsiasi, il tempo che viviamo ci chiede di sentirci chiamati a non essere superficialmente preparati, a vivere la consuetudine del Natale ma ascoltando, rientrando in noi stessi, custodendo un silenzio interrogato dalla povertà, dai volti che incontriamo. Anche come Casa della carità dobbiamo sentirci in attesa, ciascuno custodendo spazi di preghiera, di silenzio.

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