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I Domenica di Avvento

Is 24,16-23; 1 Cor 15,22-28; Mc 13,1-27

9 novembre 2014

È la prima domenica d’Avvento, anno 2014, in un mondo attraversato da guerre, divisioni, violenza. E’ un’umanità frantumata, dove milioni e milioni di vittime innocenti subiscono e non vivono. Sembra davvero che la morte faccia da padrona, segnando di ingiustizie laceranti la vita che viviamo. Anche la terra si rivolta contro: basti pensare ai disastri ambientali, alle alluvioni, ai terremoti. In questi giorni, in queste ore, lo stiamo avvertendo drammaticamente, perché una realtà unica come il CeAS è stata travolta dalle acque, distrutta e forse senza la possibilità di riprendersi con la sofferenza di coloro che lì hanno trovato rifugio, che lì lavorano, di chi li protegge dal cielo. Sì il grido di Isaia risuona: ”Guai a me, guai a me, Ohime”. “Arrossirà la luna, impallidirà il sole”. Sì anche l’interrogativo posto a Gesù dai suoi discepoli: ”Maestro… non sarà lasciata pietra su pietra”. E anche ci saranno persecuzioni, disorientamenti, crisi profonde, ma dice il Vangelo, non sarà la fine. ”Non allarmatevi”. Ma è difficile lasciarci guidare da questa esortazione. Lo possiamo dire come mi capita spesso: ”Dio dove sei?”. Sentiamo crescere attorno a noi, ma anche in noi, paura, sfiducia, false speranze che sembrano conquistare consenso. Il Vangelo di oggi ci dice, con un genere letterario che mai come oggi sembra realtà, che la tribolazione sarà grande. “Non sarà la fine perché prima è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni”, dice il Vangelo.Ecco, la catastrofe sembra essere la cifra vera della situazione, ma Paolo ci dice “Cristo è la vita”. “In Cristo tutti riceviamo la vita”. E’ lui il vincitore della morte, l’apripista diremmo noi. “Perché Dio sia tutto in tutti”.

Ecco la vita, la nostra vita, il nostro abitare nel mondo, il nostro avere i piedi su questa terra, è segnato da un destino di speranza. Siamo trascinati e sollevati dal primogenito che è Gesù. Qui è la nostra fede radicata e piantata nel cuore di questa umanità. Ci raggiunge, siamo destinati a essere con Lui vincitori della morte. La fede ci chiede questa fiducia, questa attesa.Ecco, l’Avvento liturgico inizia con questa parola di Dio, questo richiamo a non lasciarci travolgere dalla catastrofe, dalla distruzione. Questo riguarda ciascuno, ma per essere trascinati da questa fede non possiamo rimanere indifferenti e fuggire dal male, dalla sofferenza, dal vivere appassionati della sorte di chi ci sta vicino, lasciandoci trascinare dalle domande e inquietudini che, travolti dall’ingiustizia, parrebbero trionfare, per lasciarci disperati e senza luce. Anche il sole e la luna parrebbero oscurarsi, ma questa storia appartiene al Figlio dell’uomo, a questo Cristo che ora desideriamo e vogliamo attendere ancora…Lui sta per venire come già duemila anni fa, nato da una donna vergine, ha calpestato la nostra terra, si è fatto carico del male del mondo, vittima innocente si è consegnato alla morte, ma l’ha sconfitta. Lui è primogenito della creazione, è figlio di Dio. Lo attendiamo. Sì noi, questo mondo per riscoprire la speranza e il senso del vivere assaporando la bellezza e la gioia dell’amare ed essere amati deve avvertire che la morte, il dolore, l’ingiustizia, la potenza del male non sono vittoriosi. Saranno sbaragliati da Gesù Cristo.

E allora il nostro tempo di vita, il nostro sentirsi segnati e incorporati in Gesù, il nostro sentirci discepoli, comunità che ascolta la parola e fa memoria della Pasqua, che annuncia e testimonia a tutti il Vangelo, non può che attendere, vegliare, inginocchiarsi di fronte al mistero della vita, adorare alla presenza del Gesù che viene. Sì, Avvento è entrare nell’attesa, vegliare, lasciarci “inondare” dal silenzio che ascolta il respiro  della vita, dei piccoli segni che rivelano già la presenza del Dio che vince la morte. Ecco perché questo Avvento, in questa storia umana, vicina e lontana, così povera e fragile deve essere tempo di carità e preghiera. Sì una povertà che è gesto interiore di richiesta di perdono, di misericordia; anche in questa Casa, anche ciascuno di noi deve sentire la chiamata ad un Avvento di attesa, di preghiera che scruta e non sciupa i segni della sua presenza. Il suo giudizio è quello della Carità, dell’incontro con il povero. Vivere una carità contemplativa, che sa stupire perché si sente trascinata da questo Dio che si fa uno di noi, per non farci soccombere.

E’ tempo di conversione, tempo forte che non può essere vissuto come una successione di ore e minuti di normalità. Siamo attraversati da tante domande, da tanti “perché” che si avvertono se ci si fa poveri,  di fatto e interiormente. Una giovane donna in quel tempo di salvezza, mentre tutto crollava e portava segni di disperazione, come un piccolo resto di poveri, attendeva e aspettava che si realizzasse la profezia: ”Gioisci figlia di Sion”; Maria è la donna che ci accompagna in questo Avvento; è per questo che personalmente sento questo come un Avvento dove la Provvidenza amorosa di Dio si fa sentire e va invocata. E si può chiedendo perdono, liberando il cuore da tentennamenti e chiusure, e pregando, adorando. Ecco perché chiedo a tutti, dove si è, dove si abita, di prendere e dare tempo alla preghiera di Avvento. E’ il senso dell’adorazione, veglia che ogni Venerdì sera vivrò qui in cappella, e anche questo Sabato notte dopo il concerto alla chiesa rossa di Crescenzago, passeremo ore notturne di adorazione per prepararci all’ Eucaristia del decennio.

Dico spesso che l’Eucarestia domenicale per me è il cuore di questo ospitare che si fa faticoso a volte, difficile da sostenere, ma pur sempre legato a questo incontro con Gesù, il Figlio di Dio che ci ha lasciato una presenza nel volto dei poveri, che avvertiamo se adoriamo la Sua presenza sotto il segno del pane e del vino, facendo memoria della  sua Pasqua. E in questo Avvento, scosso nel suo inizio da tanta sofferenza che incontriamo qui, ma anche dal diluvio che ha travolto il CeAS, dobbiamo sentirci capaci di osare di chiedere. “Allora vedremo il Figlio dell’uomo venire”: E’ nell’Alleluia abbiamo detto: ”Vegliate e pregate”.

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