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Casa della Carità
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Commemorazione dei fedeli defunti

2Mac 12,43-46; Sal 129; 1Cor 15,51-57; Gv 5,21-29

2 novembre 2014

La Parola di Dio oggi ci consegna la speranza più inaspettata e attesa, quella che vince la morte. E’ il grido della risurrezione dei corpi, intravisto già nel libro dei Maccabei e che in Gesù si rivela in tutta la sua verità. Cristo è risorto e in Lui incontreremo la pienezza della vita che asciugherà il dolore e che rivestirà di incorruttibilità anche il nostro corpo mortale. Addirittura Paolo ironizza con il potere della morte. ”Dov’è o morte il tuo pungiglione!”. Nell’Alleluia abbiamo ascoltato e proclamato che chiunque creda nel Figlio ha la vita eterna. ”E’ il Vangelo di oggi. La Pasqua di Gesù, il suo passaggio dalla morte alla vita è per noi promessa vera, ascoltando la sua Parola. Dunque la novità del Vangelo è questa semplice, ma fragile per noi, verità: siamo destinati alla vita che non finisce. La morte accompagna la vita di ognuno di noi e ciascuno sperimenta già in vita lo strappo, la lacerazione che la morte provoca.

Oggi ciascuno di noi ricorda i propri cari, quanto hanno avuto con noi legami profondi e che ora non ci sono più e noi nella fede sappiamo che ci attendono. Questa speranza non è improvvisa, ma è seminata e quasi costruita nel nostro vivere amando la vita, restituendo dovunque segni di vittoria sul potere della morte. Sì’ perché vi è una morte che domina il mondo, che dilaga, che distrugge e fa vittime innocenti e che è frutto del male, del peccato, della violenza carica di inimicizia che entra anche nel vivere sociale, si fa struttura di peccato. Dall’origine è stato così, l’umanità ha imboccato una falsa libertà che pretenderà l’onnipotenza e che ci ha restituito la precarietà e la debolezza del vivere. La nostra umanità ha ora come familiare il destino di morire, questo limite che non si può rimuovere, almeno parrebbe, ma nella storia umana vi è stata un’irruzione di eternità, che ha portato ad avere come primogenito Gesù, il figlio di Dio, fattosi uno di noi, che ha portato nella propria carne la morte, ha dato la sua vita perché ci fosse restituita e promessa a ciascuno di noi.

Ecco la fede è in questa fiducia radicale, povera ma totale che la vita vince sulla morte e che esistiamo nell’attesa di umanità felice che riguarderà ciascuno di noi. Lo si intravede già nel libro dei Maccabei dove la morte, scelta come martirio e fedeltà, è speranza di Risurrezione. Confessiamolo: ogni volta che sostiamo su questa rivelazione annunciata ci sentiamo carichi di dubbi, si fa largo in noi la domanda: “Ma sarà cosi?” Il Signore con il suo Spirito ci accompagna in questa fiducia e ci chiede di esprimerla con l’unica modalità che esprime vita piena, che è l’amore, la carità. Nel Cantico si dice: ”Più forte della morte è l’amore”. E questa verità entra in noi, purifica lo sguardo e ci chiede di seminare dovunque segni di pace e di fraternità. Ci chiede di accogliere la vita, testimoniare questa gioia, attraversando anche il limite, il dolore. E’ questo consegnarsi totale al Gesù che vince la morte, è questo sostare e contemplare amando. Ecco perché la povertà è un mistero, è l’itinerario per comunicare tra noi e per sentirsi in attesa. Se non si amasse la povertà noi ci illuderemmo e non avremmo il coraggio di attendere per noi la risurrezione dei corpi. Questa verità si è fatta largo anche nell’umanità ma ha trovato in Gesù, nella sua Pasqua la rivelazione.

Noi dobbiamo avvertire che ciascuno è chiamato per nome, che ogni vita umana ha questo destino che non può sciupare o negare. Ecco perché non è una verità da difendere ma da annunciare, farla diventare sorpresa gioiosa. E qui si esprime l’eccedenza della carità, lo stare nel mezzo della storia dove siamo a seminare, far cantare la gioia della risurrezione attesa. Il credente in Gesù è assetato di speranza, la contempla e la attende. E noi sappiamo che ci attende, ci aspettano anche i giusti, gli amici, che ci hanno amato e messo al mondo, quanti abbiano incontrato e fatto con loro un pezzo di strada. Il monaco E. Bianchi ha scritto “Paradosso, certo, la Risurrezione”. Ma proprio per questo, può essere narrato, in modo credibile solo da altri paradossi, da quell’amore folle che arriva ad abbracciare perfino il nemico. Il cuore della fede cristiana è esattamente questo: credere l’incredibile, amare chi non è amabile, sperare contro ogni speranza.

Quando nei giorni passati sono riuscito, per brevi istanti, ad inginocchiarmi di fronte al sepolcro che la tradizione dice essere stato il sepolcro di Gesù, ho pregato perché, portando il peso e la fatica della condivisione con il dolore, potessimo sempre attraversalo con la luce della vita, con il sepolcro ormai vuoto, perché la morte è sconfitta. E’ una fede che va contemplata. Noi in Casa della carità abbiamo a che fare con quel dolore che trascina con sé l’ingiustizia, la povertà, il migrare, ma anche il coraggio e l’ospitalità. La fede ci dice che in ognuno riposa e invoca la vita. Ecco perché il Vangelo ci chiede che per amare la povertà dobbiamo condividere con i poveri, con i loro nomi, le loro vite. Ciascuno ha i suoi nomi cari, i volti da riconsegnare al Padre che attende e abbraccia tutti. “Pregare è accorgersi della meraviglia, riguadagnare il senso del mistero che anima tutti i viventi, il margine divino in ciò che consegniamo. E’ l’umile risposta all’inconcepibile sorpresa del vivere. E’ giungere alla soglia per attendere e incontrare Lui che ci porta al convito eterno. Il pregare, per chi ci ha lasciato e ci attende, è portare il senso della passione e della croce che è travolta dalla gloria della Risurrezione. Per questo il pregare si fa preghiera di lode.

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