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V Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore

Dt 6,4-12; Sal 17; Gal 5,1-14; Mt 22,34-40

28 settembre 2014

“Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” e “il prossimo tuo come te stesso”. Sono i due comandamenti che riassumono tutta la legge e ci rendono liberi perché, come dice Paolo, siamo chiamati alla libertà. E questo amore, questo comandamento nuovo era già scritto nell’Antica Alleanza stipulata da Mosè. “Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore”. E questo ascolto deve far entrare questi precetti nel cuore. E’ lo stupendo richiamo del Deuteronomio. Questo comandamento è patrimonio educativo, va legato e inserito nella nostra quotidianità, entra e segna gli stipiti della tua casa.

Per questo la Parola che ci ha convocato ci fa dire: ”Ama il Signore e ascolta la sua parola”. E’ dunque la fede, che si rende operosa per mezzo della carità, che vale; è una fede “impastata” di carità, come quel po’ di lievito che fa fermentare tutta la pasta. Noi siamo qui oggi a celebrare questa Eucaristia ricordando, facendo festa con quelli che il Papa ha voluto convocare oggi come uomini: sono gli anziani che, proprio perché il tempo in modo inesorabile ma sereno conquista e segna la vita e il nostro corpo, sono depositari di memoria. La vita è un grande racconto che chiede di essere sempre riletto e riscritto. Tutti noi guardando il tempo passato, vediamo meglio i doni ricavati, gli errori commessi, prendiamo un diverso metro per dare senso a ciò che vale veramente. Il nostro cuore, i nostri affetti portano in se’ anche il dolore di chi ci ha lasciato. A chi ci sta intorno consegniamo la nostra debolezza, la nostra non più autosufficienza. A volte vi è la tristezza di farci avvertire come peso, come problema; ci vien voglia a volte di dire : ”che senso ha continuare?”. Ma questa giornata sbarazza via questa tentazione. Il Signore ci chiama a questa Eucaristia, la Chiesa con il Papa ci indica che siamo privilegiati e amati e presi in cura dal buon Dio, che ha avuto e mandato suo Figlio che presto è ritornato nella piena comunione con Lui, e che ci attende avendoci lasciato il suo Spirito.

E’ l’amore che sta e si stampa nel cuore. Noi siamo voluti bene e ci rendiamo conto che la vita non può essere sciupata. Il mondo nel quale viviamo è travolto da povertà, da guerre, sta vivendo la pazzia della violenza, di uomini che pensano di difendere e parlare a nome di Dio uccidendo. La nostra fede è segnata dal comandamento dell’amore, ricevuto da Dio e riversato sui fratelli, perché non abbiamo nemici e il nostro amore testimoniato da Gesù è dono gratuito. Dovremmo forse tradurre il secondo comandamento ”Amerai il prossimo tuo, è te stesso”. E quindi volersi bene significa assaporare la libertà, avere la tenerezza di sentirci legati a chi ci è vicino. Abbiamo bisogno degli altri, come loro hanno bisogno di noi. Spesso sentiamo in noi l’amarezza della solitudine. Celebriamo questa Eucaristia qui in Casa della carità dove la presenza di uomini è un grande dono.

E’ bello e significativo che la Parola di Dio ascoltata sia proprio da consegnare nel cambiamento del cuore stando vicino ai nonni, a ciascuno di noi. Significa prendersi cura di quella attenzione che spesso non abbiamo, perché siamo troppo frettolosi e non curanti. Trascuriamo di essere attenti alle piccole, così pensiamo, prossimità, che annunciano e rilevano il grande amore, pieno di vita, che il Signore dona e rivela.
Ecco perché pregare portando la nostra vita, adorare il buon Dio, vivere il silenzio e soprattutto imparare a non disperderci ma a valorizzare ciò che vale veramente che è la vita di ciascuno, la dignità di tutti. Quel silenzio ci permette di avvertire anche quanto conta il ringraziamento e la riconoscenza. A volte abbiamo in noi l’amaro della non riconoscenza, ma il Signore oggi ci dice: ”non abbiate timore”. Lui ci ama veramente.

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