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IV Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore

Is 63,19b-64,10; Sal 76; Eb 9,1-12; Gv 6,24-35

21 settembre 2014

“Vieni Signore a salvare il tuo popolo” abbiamo detto nel salmo dopo aver ascoltato il profeta che parlava di distruzione delle nostre cose preziose”. E’ l’atteggiamento interiore che dobbiamo avere in questa Eucaristia celebrata qui dove tanti volti, tante storie ci richiamano al dolore di una umanità ferita. E’ questo anche il valore di quanto Papa Francesco ci consegna oggi nel suo essere in Albania. La lettera agli Ebrei ci parla di questo culto, di questa liturgia che è la presenza di Cristo sommo sacerdote dei beni futuri. E Gesù ci dice che il Vangelo si fa pane di vita: ”Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete mai”. Sono parole dette ai discepoli dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, che ha sfamato tanta gente. Ecco noi, come ci indica la Parola che ci convoca a questa mensa, dobbiamo attraversare le tante distruzioni che l’umanità si procura, vive e subisce, dobbiamo vivere insieme il nuovo culto operoso che è l’aiutarsi, ma proprio per questo dobbiamo avvertire che la salvezza è la Pasqua di Gesù, è l’incontro con Lui.

”Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai”. Rileggo questa mattina nella preghiera pagine del libro di Giobbe, perché è il dialogo interiore che scaturisce quando non solo osservi il dolore umano, ma ti fai ospitare dai loro volti, quando fai spazio dentro di te.
“Se la sofferenza non attraversa la nostra vita, se il dolore non scava lunghi solchi la Parola ascoltata non ci scuote. La sofferenza è quella di Gesù, il Crocefisso, e questo fatto esige silenzio e uno sguardo non frettoloso. Abbiamo bisogno di immergerci nella condivisione fraterna, nella carità operosa e arrivare alla domanda dei discepoli: ”Signore dacci sempre questo pane”, ascoltando e facendo vibrare dentro di noi questo ascolto “Io sono il pane di vita”. Il culto è questo radicarsi nel contemplare, portandoci tutte le fatiche, gli errori, il bisogno di perdono e misericordia. E’ questo il volto della Chiesa che si fa largo tra le sofferenze, le povertà, che non consuma la verità annunciata, che non predica dogmi, ma li immerge nel solco della storia, come pellegrini in cammino, anche quando incontra fragilità, sofferenza e fallimenti.

Il Signore ci da’ questo nuovo culto, questa tenda che è il corpo di Gesù, che apre, fa toccare, diremmo noi, l’infinito che non possediamo ma che attendiamo. Sì abbiamo fame di questa liturgia che attraversa e non conclude il miracolo dello sfamare il popolo ma gli da’ il senso più profondo. Noi siamo invitati a non smarrire questo sentimento, questa cura interiore che è la fraternità vissuta che attende come il malcapitato, curato dal locandiere. Noi siamo, o dovremmo essere, chi si prende cura e che, attendendo, continua a invocare, rende presente questa salvezza che è Gesù. E’ la Pasqua, la sua vittoria sulla morte che ci fa memoria che vi è un pane che è pienezza di vita, di consolazione, che abbaglia la morte, è il lievito della giustizia, della umanità che è Nuova Alleanza. Signore dobbiamo dire: ”dacci questo pane” come la donna samaritana ha detto “dammi da bere quest’acqua che zampilla per la vita eterna”. Questa gioia di comunione è spezzare il pane, renderlo il segno di condivisione per trattenere la speranza di una convivialità senza ombra di morte. A noi Chiesa, a noi credenti nell’operare fraterno tocca trattenere la domanda di futuro, di vita che non ha più limiti. E’ questa la contemplazione che nasce dalla carità, dall’immergersi nella storia, dal diventare ed essere popolo affamato di stare con loro. Noi siamo qui, abbiamo tante occasioni per non diventare indifferenti, per non rendere scontato ed abitudinario il nostro vivere e celebrare l‘Eucarestia. Pensavo così questa mattina adorando l’Eucarestia nel silenzio domenicale di questa Casa, interrotto dai pianti dei bambini, dal loro giocare. Dobbiamo vivere le preghiera d’intercessione.

Il grande vuoto umano è quello di smarrire il riferimento e per questo sono i poveri, sono è l’incontro con la fragilità, la nostra povertà che ci educa e ci fa accoglienti e discepoli di Gesù. Ho pregato con la preghiera semplice di Francesco; oggi saremo alla tenda del silenzio, porteremo anche noi questa domanda di pace, avvolta dal silenzio che ci permette di osare a chiedere e sperare anche quando la distruzione ci avvolge, ci fa sentire fuori luogo e diciamo: “Signore vieni a salvarci”. Ecco noi dobbiamo accogliere lo scandalo del silenzio di Maria, donna del silenzio, che è qui ai piedi del Crocefisso e sente Gesù morente che dice “donna , ecco tuo figlio”. Ma per essere lì, per dare carne a questa nuova preghiera dobbiamo diventare poveri, portare nella nostra carne la condivisione, partecipare e vivere questo stare e abitare anche la nostra debolezza. Signore perdona la nostra durezza di cuore, guarda anche questa nostra casa, quanti stanno male, quanti avvertono come C. che la speranza di vivere è aggredita, come K. che ha lasciato la casa ma è vicino a noi e ci chiede di non dimenticarlo, come i tanti che affollano la casa, chiedono vestiti, docce, cibo.

Molti ci lasceranno presto, non sappiamo neppure i loro nomi, ma i loro sguardi, i loro volti sono qui su questo altare e entrano con noi nell’attesa del banchetto di vita, dove non ci saranno guerra, fame, dolore, avvertendo che in questa città ci sono tanti bimbi che sono trascinati in un’infanzia di profughi non voluta. Signore non abbandonarci :Gesù ha sconfitto per sempre e per tutti, lui l’idolatria della violenza, del nemico.
E’ mi sono trovato adorando di pregare per la pace:” tutti i giorni della nostra vita ci sono dati per sottrarre, piccoli lembi di terra, di humus all’oceano galoppante del nostro innato desiderio d’onnipotenza per fare emergere nuove e molto ospitali oasi di pace in cui sia bandito ogni rumore di passi armati e in cui ci sia posto solo per discretissime ali”.

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