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Marco, Serena e Peppe. Gli operatori di"FareCentro" raccontano

19 giugno 2014

Dopo tre mesi di avvio sperimentale in cui il progetto ha già dato sostegno a oltre 250 persone, il 12 giugno iBVA e Casa della carità hanno inaugurato "FareCentro". Il nuovo servizio per persone fragili in via Calatafimi 10 presentato dalle parole di chi ci lavora.

  1. MARCO
  2. SERENA
  3. PEPPE

MARCO

Un mio amico va spesso a sparare. Brava persona, intendiamoci. Va al poligono e lo fa per sport. Non farebbe male ad una mosca. Mi racconta che ci vuole una buona colazione, calma, concentrazione, capacità di sentire che i muscoli sono tutti a posto, che la posizione del corpo è quella giusta, precisa, che non ce n'è un'altra più adatta.

Anch'io cerco di fare centro. Mi sveglio alla buon'ora, non sempre faccio colazione ma al giovedì in via Calatafimi c'è un ottimo mercato e così arrivo al centro con frutta per tutti. Faccio centro perché anche quando sono più assonnato riesco a mirare il centro di Milano, e porto tutto me stesso. Lì trovo sempre qualcuno che mi fa sentire importante, anche quando mi chiede qualcosa che non gli darò mai così come me lo chiede. Alle 9 inizia il nostro ascolto. Capita che ci siamo tutti e tre, in tre postazioni diverse, ciascuno concentrato sul suo colloquio ma anche attento al lavoro dell'altro, a quello che succede in giro nella stanza. Siamo alleati e se qualche tiro buono lo facciamo è perché ci sosteniamo a vicenda. A proposito di frutta incontro Karim, pelle nera e corpo forte, esperto in raccolta di pomacee e frutti a nocciolo. Per mantenere un po' di ore di lavoro deve fare spostamenti di km tra Piemonte e Lombardia che fanno sembrare immobile uno dei nostri pendolari di vecchia data. Non ce la fa più e me lo dice con una certa reticenza, perché è come ammettere che è debole, che non si comporta bene. Io invece penso che lui abbia fatto sempre molto bene ma che abbia il diritto ad un lavoro che gli dia un po' più di soddisfazione; ma non glielo dico subito così. Anch'io sono reticente, ho quasi paura di generare aspettative: vorrei potergli dire che ho la soluzione che fa per lui.

Talvolta mentre ascolto sto sulle spine, soprattutto quando do consigli che non saranno mai seguiti e racconto la realtà dura del mondo del lavoro che fa dell'Italia in questo momento non proprio il paradiso che tanti giovani sognano quando si mettono in viaggio dal Sud o dall'Est. Quindi non ho i muscoli organizzati all'unisono, e capita spesso che mi senta uno straccio, ma anche in queste condizioni posso fare centro. Aiuto persone a cercare opportunità, a compilare curriculum, a riconoscere i passi fatti, a non abbattersi. Cerco opportunità e collaborazioni perchè anche i piccoli lavori possono cominciare a trasformare la vita di una persona.

Elisabetta ha bisogno di una brava tata per i suoi bambini e ho in mente alcune persone che ho ascoltato che potrebbero trovare con lei una buona opportunità lavorativa. Hanno saputo di questo sportello frequentando la scuola di Italiano per tutti. Lì hanno trovato tanto cuore, e non solo docenti preparati. Quando qualcuno comincia a chiedere, a farsi le domande giuste, a darsi qualche ragionevole risposta, allora anche noi cominciamo a fare centro.

Però, a differenza del mio amico appassionato di poligono, io non lo so mai qual è la posizione adatta, la soluzione migliore. Quando faccio centro è perché il mio interlocutore ha preso in mano se stesso, si è fatto venire un'idea buona, ha deciso di lasciare spazio al desiderio e di alzare la testa. Diciamo che se faccio centro è perché il bersaglio ci mette del suo e mi da una grande mano.

Vedo Serena che si rifugia nei locali più interni del centro diurno, attratta come è lei dal fascino delicato del delirio, accompagnando la persona che ha appena conosciuto, così da trovare uno spazio più riservato per continuare la conversazione. Intanto Peppe sta parcheggiando la vecchia Vespa, qualcosa di più simile a uno pterodattilo in estinzione, e si precipita dentro di ritorno da uno dei tanti luoghi dove ci rechiamo per tenere i collegamenti attorno alle persone che si rivolgono a noi: la questura, i servizi sociali, i luoghi di accoglienza. Lui si precipita perché qui alle macchinette c'è già molta Africa che lo sta aspettando per i permessi di soggiorno e lui deve avere il tempo di salutare e conversare con tutti prima di dispensare indicazioni e consigli perché le persone abbiano dichiarazioni di ospitalità, primo passo verso i diritti di cittadinanza.

A metà mattina Roberto si imbuca furtivo, con il suo sorriso. Porta spesso fogli e notizie. Si presenta anche Maria Cristina con doni per tutti noi. Olè! Deve essere la nonna dei Re Magi! Ma come faremmo noi a resistere senza volontari che ci vogliono così bene?

SERENA

Ho una cara amica che realizza gioielli bellissimi. Condividiamo gusti artistici e musicali. Lei non direbbe mai che un gioiello cura, ma sta davvero bene quando maneggia forme, colori e materiali, E anch'io quando vedo tele e sorrisi. Faccio centro quando qualcuno scopre che c'è una piccola casa accogliente dentro ciò che gli sembrava solo uno sportello, solo una scuola di italiano, solo un centro servizi.

Marcella, per esempio, non sopportava le docce pubbliche e non riusciva ad occuparsi di sé, ma nella vasca da bagno anni 70 del nostro centro – potere vintage! - trova un clima particolarmente favorevole per lavarsi, profumarsi, indossare ciabattine e fare la sua comparsa tutta in ordine. E poi dice anche qualcosa di sé. Nessuno di noi forza il racconto, fa domande preconfezionate o compila moduli. Il racconto deve scorrere come il pennello sulla tela, come il filo da ricamo in mani esperte, come la voglia di creare qualcosa di nuovo insieme.

Al centro diurno oggi ho ascoltato Farid, giovanissimo e testa fine, con la storia travagliata di un adolescente che proviene da una famiglia disgregata e da un viaggio pieno di aspettative. Ho visto una decina di bimbi che abitano qui da tempo e che realizzano tratti originalissimi su un enorme rettangolo che è comune per tutti. Li vedo scegliere uno spazio proprio e poi sbirciare gli altri, intimidirsi e poi osare. Quando il cartellone è pronto sembra l'opera di un genio e mi complimento con Erika che crede in quei tratti e li accompagna uno ad uno con la sua capacità di far dipingere le emozioni a chiunque. Manuela è una volontaria che si sta appassionando e tutte le settimane prova a fare centro con noi, aggiungendo delicatezza e competenza agli incontri.

Collaboriamo con operatori e ospiti di Abitare Solidale, il contesto di appartamenti collocato qui sopra – che tra l'altro ringraziamo per saponi e asciugamani, ma al quale chiediamo di farsi più prodigo anche verso me e Marco dei dolcetti prelibati che le famiglie cucinano, non solo di Peppe che pure è il loro coordinatore – e avvertiamo che i percorsi di condivisione potenziano ogni intervento perché arricchiscono di sguardi nuovi, ciò di cui le persone più sofferenti hanno un gran bisogno per sentirsi comprese e cominciare ad annodare i fili della loro vita. La metafora della tessitura è talmente pregnante che ne abbiamo fatto un elemento vivo. In gruppo si realizzano arazzi, si condivide l'operazione di scegliere, comporre, annodare. Tra i fili e l'intesa di un lavoro comune nasce il coraggio di provare a riconoscersi, ad esprimere desideri. Molte persone che vengono da vite difficili hanno bisogno di tanto tempo per cominciare a chiedere, anche le cose più semplici. E non devono incontrare il nervosismo di chi pretende che siano subito chiari nel dire ciò che vogliono.

Faccio centro quando attraverso le attività di ascolto e le realizzazioni artistiche e posso consentire alle persone di rappresentare se stesse con dignità, di non cedere alla disperazione e di poter chiedere aiuto per lenire l'angoscia, le paure paralizzanti, il senso di impotenza.

Ci diamo un appuntamento indicativo per una pausa pranzo insieme, al baretto qui fuori, in attesa di rendere ancora più ospitale il nostro centro diurno e farne un luogo dove si cucina in collaborazione con gli ospiti, dove ci si può sentire tutti a casa, in una condivisione che molte persone in viaggio da troppo tempo, fosse anche per un disagio interiore, non vivono e desiderano tanto. Incontro con Marco una coppia di signori che cercano lavoro. Ciascuno di noi ci mette del suo per capire cosa spinga talvolta i cuori umani a fare di tutto per non approfondire nessun percorso, per vivere come sospesi, tra passioni musicali, arte di strada, qualche eccesso e una certa allergia al progetto per la propria vita. Facciamo presto noi a volere che gli altri organizzino la vita secondo ciò che a noi sembra bene, ma il più delle volte non è così! Accompagniamo esseri liberi, magari molto fragili ma liberi di dire dei no, di fare passi lunghi o affrettati secondo i loro ritmi interiori. Nelle nostre piccole equipe sfoghiamo anche queste rabbie e impotenze che sono nostre. Ci dobbiamo fare i conti. Poi ci sono i giorni speciali nei quali avvertiamo che non sono poi state così vane le parole, i silenzi, i tempi regalati ai nostri interlocutori.

Giro spesso con le persone che incontro al centro diurno, li accompagno, sto accanto. Non di rado è proprio durante la strada che cerco di capire dove vogliamo andare insieme, che tratto di strada vogliamo percorrere. E' uno degli aspetti che mi piace di più del mio lavoro e lo condivido con Laura, medico della mente che accompagna il nostro lavoro con tanto acume, con la pazienza della supervisione e con un grande cuore.

Oggi Gabriella ha messo a dura prova le mie capacità linguistiche, perché è rumena in Italia da un po' ma non parla nulla di italiano – almeno non quando è arrabbiata – nulla di rumeno, nulla di sanscrito, nulla di nulla. C'è qualcosa da capire della sua posizione giuridica, guardo  Peppe sconsolata, presto verrà a darmi una mano su questo. Intanto io però posso ascoltare i gesti, sentire le emozioni, capire come si può essere donne forti per condurre una vita così pena di incertezze.

PEPPE

Ho un amico che lavora in una cartiera. Parla dei prodotti della sua azienda come se maneggiasse oro. Lui un lavoro ce l'ha, a differenza della gran parte delle persone con cui tratto ogni giorno, e gli piace pure! Carta di tutti i colori e dimensioni, lavorata e plastificata. I miei mille e più amici che cercano nel mondo un riconoscimento sono nessuno finché non hanno in mano quel pezzo di carta plastificato che è un permesso di soggiorno o la loro carta di identità finalmente ripristinata o una tessera sanitaria per curarsi. Senza un documento si scompare dalla vista, non si cammina più a testa alta, si sente di valere proprio zero. E io non ci penso mai abbastanza quando compio il gesto istintivo di estrarre i miei documenti per dire chi sono. Per esempio per dire che il figlio appena nato è mio, che posso riconoscerlo.

Qui a Fare centro i percorsi non sono mai lineari, perché tutto nella vita si intreccia, come è naturale. Oggi vedo il nostro Agostino che arriva all'orizzonte, sempre ben disposto, e io con uguale affabilità gli dovrò buttare addosso che la realtà ancora ci ha sorpreso per contorsioni e complessità. La rete di iBVA con Casa della carità aiuta a districare alcuni  nodi ma la rete va tessuta continuamente, con tanti soggetti nuovi, per fare centro anche qui al Centro.

Siamo gente che non si perde facilmente d'animo anche se spesso perdiamo la chiave della macchinetta del caffè dell'atrio, punto di riferimento per gli scambi veloci e preziosi che a metà mattina io Marco e Serena  facciamo per dirci come va, per collegare i fili dei percorsi delle persone perché mai un problema giunge da solo. Chi cerca un'identità attraverso un documento spesso sta anche cercando di superare un trauma, e porta una sofferenza indicibile, che richiede il lungo tempo di ascoltare il silenzio e poi ha bisogno di incamminarsi verso un lavoro, di immaginare una casa, di pensarsi in un contesto di amici, di relazioni buone. Non daremmo un aiuto se pensassimo che la richiesta della persona finisca con il suo bisogno immediato. Non diamo mai per scontato il suo mondo e soprattutto il suo bisogno di accoglienza, di ascolto, di abbraccio, di accompagnamento.

Chi mi ha preceduto ha dato qualche pennellata del lavoro che facciamo, con discrezione, come è giusto che sia. Con un po' di ironia, perché non è detto che la profondità delle storie difficili non faccia emergere, in noi e nei nostri interlocutori, anche la leggerezza di chi scopre che abbiamo molte buone cose di cui poterci sentire molto felici e grati. Un riconoscimento sociale, per esempio. La possibilità di vivere i diritti che ci appartengono.

Nella mia giornata c'è sempre un momento in cui a pochi o tanti devo dire che non ho più tempo, che c'è da tornare domani. E lo faccio sempre con grande sofferenza, perché so  che sono persone che hanno chiesto tanto, che hanno fatto code agli sportelli, che hanno accumulato fretta, rispostacce, distrazioni e spesso nella loro vita anche tanti abusi. Facciamo costantemente i conti con i limiti dell'ascolto e dell'accompagnamento, ma facciamo centro anche quando ce ne rendiamo conto e non ci arrendiamo. E' lo stile che mettiamo qui, insieme alla competenza che abbiamo già maturato in tanti anni di lavoro relazionale ed educativo così appassionante. Abbiamo molti grazie da rivolgere, ma qui mi piace pensare di poter ringraziare in modo preventivo soprattutto chi, ascoltandoci, ha avvertito sintonia con noi e vorrà essere al nostro fianco in futuro, come volontario, per condividere questa bella avventura dell'incontro con le persone.

 

Fondazione Casa della carità "Angelo Abriani" - via Francesco Brambilla 10 - 20128 Milano - C.F. 97316770151 - Credits

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