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IV Domenica dopo Pentecoste

Gen 4,1-16; Eb 11,1-6; Mt 5, 21-24

16 giugno 2013

Oggi forse tutti dovremmo lasciare l’altare e, provocati dal Vangelo, uscire da qui e condividere gesti di riconciliazione con coloro i quali abbiamo deciso di non continuare a fraternizzare. Badate bene che la radicalità di questo Vangelo è che lega il sacrificio rituale, per noi l’Eucarestia, lo stare alla mensa, a questa sospensione temporanea perché si faccia pace e la si consegni anche là dove è rifiutata.

La pace non si misura sulla risposta, sulla verifica ma sul nostro viverla interiormente, è il gratuito come segno evangelico. E questo vale per ciascuno, ma anche alla comunità dei discepoli che, animati dalla fede, hanno questa chiave di lettura, della storia che viviamo e di quella che ci ha preceduto e che si apre a quella che verrà. La lettura apostolica parla di fede che è avvolta dalla radicalità. La storia riceve questo investimento di radicalità, di follia pacifica, di un modo radicalmente diverso di valutare relazioni, scelte di giustizia. E’ addirittura la chiusura totale alla vendetta. Caino ci consegna una diversa visione della vicenda umana che porta con se’ la tragedia dell’innocenza uccisa, delle vittime che popolano la storia vicina e lontana, ma dalle vittime esce in modo forte il grido di pace, la forza della riconciliazione. E’ una giustizia piena della follia del perdono che si capisce solo  se si sta ai piedi della Croce, si contempla l’amore sconfitto di questo giusto che porta su di sé tutta la violenza e il peccato del mondo.

In Gesù Cristo, con la sua morte da Crocefisso, per l’umanità non è più possibile riprendersi in mano la gestione riparatrice e regolativa della violenza, della vendetta. A noi tocca solo regalare non violenza e capacità di perdono. La Chiesa vive in questa radicalità. Non possiamo far altro che stare nel mezzo, ai piedi della croce, segnare la nostra vita e di chi ci sta vicino con l’amicizia diffusiva della logica del perdono, ecco perché dobbiamo stare là dove la violenza, l’ingiustizia ci consegnano il suo volto e ospitare, accogliere e fare con loro il cammino di pace. Ecco perché dobbiamo dire a voce alta, anche se questo grido cade nel vuoto, che non bisogna potenziare le armi, bisogna interrompere le stragi che sono in Siria come in tante altri parti del mondo. Ecco perché la giornata del rifugiato ci consegna un Mediterraneo dove ci sono cimiteri di morte che interpellano la nostra civiltà europea.
 
Ecco perché dobbiamo riempire di operosità quotidiana la vicinanza con chi soffre perché la disperazione, i gesti folli non segnalino una disperazione senza sbocco.
Tocca a noi, sì anche a noi, in questa Eucarestia, mobilitare il nostro cuore; questa logica di radicalità profetica ci è regalata contemplando l’amore crocifisso. La fede è questa follia, come dice Paolo, di una sapienza che consegna credibilità e fiducia a un uomo svuotato e dilaniato dalla violenza, sconfitto ingiustamente. E lì, dove dovrebbero legittimarsi desideri vendicativi e di rivalsa, si diffonde la parola del perdono e della nuova comunità affidata a Maria che prende in cura fraterna Giovanni, l’apostolo prediletto. Caino è protetto pur essendo giudicato per l’orrendo delitto compiuto. La storia umana è piena di persone che potrebbero essere condannate ad essere cancellate, condannate a morte.

La storia deve farsi attraversare da questa tensione di pace; essa va custodita interiormente , nel nostro cuore, nelle nostre scelte. La comunità umana va popolata da gesti forti che fanno appello, che discendono da quella fede in Gesù crocifisso, scandalo e follia. Rileggere la nostra vita con la logica del perdono, con l’ascolto delle vittime, con il partire da loro per ridarci speranza. Il sacrificio di Abele prefigura quello di Gesù e ci consegna la possibilità di vivere da donne e uomini che stanno nelle strade con i tanti “caini” della storia e sanno di camminare insieme per quella attesa della festa di riconciliazione, di convivialità delle differenze che la fede ci regala come futuro che è all’opera. E’ una cultura che è difficile da praticare, testimoniare soprattutto oggi dove tutto è unificato e regolato dal potere. E’ una Chiesa senza potere, debole, che sta ai piedi della croce, come Maria donna che medita in cuor suo e dice sì perché è la serva del Signore.

Sì, siamo tutti fratelli e sorelle, nessuno escluso. Ecco perché siamo qui, ecco perché viviamo in Casa della carità e in altri luoghi, visitati come siamo dal Magnificat, canto di gratitudine e di pace; ma soprattutto il potere ai forti e lo ha riversato sui deboli. Per questo cantiamo il Magnificat. Questa logica del Vangelo ci consegna la gioia del consacrarsi a lui, totalmente “totus tuus” e questo è possibile non come scelta privata ma perché, nel silenzio del cuore, la riempiamo di quotidianità, di stare con. Gli apostoli si separarono, uscirono dal cenacolo con il vento della Pentecoste e si spersero, incontrandosi tutti con il nuovo linguaggio della carità, questo alfabeto della fraternità e camminando per le strade del mondo annunciavano la bellezza del Vangelo, raccontando a tutti che questo Gesù è il figlio di Dio che ha portato su di sé tutto il male del mondo, perché noi potessimo testimoniare e vivere nell’attesa della pace definitiva vivendo già nel perdono, non parlando più di nemici, anche nel cuore di ciascuno e popolando la vita di ospitalità che interrompono esclusioni e condanne.

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